Intervista a Signe Baumane

Intervista a Signe Baumane

Nata in Lettonia e residente a Brooklyn, Signe Baumane è una filmmaker indipendente, una scrittrice, un’artista e un’illustratrice. Ha realizzato 17 cortometraggi d’animazione pluripremiati, ma è meglio conosciuta per il suo primo lungometraggio animato, Rocks in My Pockets. Il film copre una storia di cento anni di depressione e suicidio tra le donne della sua famiglia, inclusa sé stessa. È stato presentato in anteprima al Karlovy Vary International Film Festival nel 2014, e proiettato in oltre 130 festival internazionali e in sala negli Stati Uniti.
Abbiamo chiacchierato a distanza con Signe Baumane in un collegamento con il suo studio di New York da Antalya dove era in corso l’Antalya Golden Orange Film Festival, in cui veniva presentato l’ultimo lavoro della regista, My Love Affair with Marriage, nella competizione internazionale.

Il tuo stile d’animazione è alquanto originale. Usi personaggi disegnati su sfondi reali, set fotografati, combinando così disegni e scenografia. Come hai sviluppato questo stile?

Signe Baumane: Ci sono diversi motivi, innanzitutto nel mio primo lungometraggio d’animazione Rocks in My Pockets, che ho realizzato nel 2014, stavo esplorando lo stesso tipo di tecnologia e mi era piaciuta molto. Abbiamo fatto un passo in avanti con questo progetto, che per me è molto meglio di quel primo film. Ci sono sempre delle cose che non riesco a risolvere, ho avuto un’ispirazione dal fashion designer italiano Alberto Aspesi mentre creavo circa trenta sculture di carta, e ho pensato che fosse un’esperienza incredibile per me perché non avevo mai lavorato con cose tridimensionali, voglio dire faccio sempre dei disegni. E quindi mi si è presentata questa sfida che ho accolto e ho scoperto di essere veramente brava a farlo. Ho pensato come poter portare questo elemento nel mio lavoro, c’è voluta un po’ di sperimentazione e poi ho realizzato che il modo migliore per farlo fosse fare sfondi tridimensionali e fotografarli. Ho anche pensato che se facessi dei pupazzi e non sapendo nulla di stop motion o animazione, mi ci vorrebbero anni e anni per imparare. So già come disegnare i personaggi e quindi ho pensato a ciò che sarebbe successo se avessi disegnato i personaggi sopra alle foto. E quindi c’è stata questa scoperta del come unire le due cose, per questo i disegni hanno quelle linee abbozzate, perché gli schizzi sono le ombre e ho lavorato anche con quello. Quando ho iniziato a lavorare su Rocks in My Pockets con questa tecnica, sapevo di non avere molti soldi, stavo facendo il film per me stessa e pensando che sarebbe costato centinaia di migliaia di dollari farlo, ho pensato a come farlo a basso costo. Quindi ho fatto io la voice-over, con la mia stessa voce, per Rocks in My Pockets, e poi su quella voce che narrava la storia ho animato le immagini e volevo fare meno disegni possibili per poterlo finire, perché ero sempre io a doverli animare. Quando sistemi la videocamera, le cose che sono più vicine si muovono più velocemente, e quelle sullo sfondo sono più lente. È un paradosso, e l’occhio del pubblico, al quale piace sempre vedere le immagini fotografiche, non nota che c’è poco di animato e quindi ho pensato che quello fosse un modo per abbassare i costi del film. Alla fine Rocks in My Pockets è risultato non essere a basso budget, è costato sui 300.000 (dollari) invece di 100.000. È facile illudersi pensando di fare un film a basso costo. Ma ho usato questa tecnica perché pensavo aggiungesse realtà a quel mondo, quando guardi il film. Il miglior complimento che ho ricevuto, quasi a ogni proiezione, è stato: «Oh sai, mi ero quasi scordato che fosse un film d’animazione» o «Pensavo fosse un live action», mentre io non avevo pensato a cosa fosse davvero. E per me questi sono i complimenti migliori, perché questa tecnica mi ha permesso di trasportare il pubblico in quel mondo, dove non ci si deve chiedere se è un mondo “piatto” perché è un mondo tridimensionale, nel quale i personaggi si muovono e vivono le loro vite. Questo per me è uno dei motivi più importanti, perché volevo che voi, come pubblico, pensaste che fossero personaggi reali in un vero spazio, anche perché nel film ci sono quattro mondi. Il primo, il mondo tridimensionale, è quello reale, è un set pratico e importante. Nel 3D, quello generato con computer grafica, è tutto perfetto e lo vedi, i cerchi sono perfetti. Ma il mio mondo, il mondo di Zelma che ho creato per lei, è un mondo pratico, fatto a mano, umano. Credo che queste imperfezioni debbano esserci, perché uno dei messaggi del film è che siamo tutti imperfetti e umani, siamo naturali. Dove c’è l’albero perfetto, anche quell’albero ha delle imperfezioni. Quindi per me questo era un aspetto importante ed è il motivo per cui lo spazio tridimensionale non è stato generato con un computer, è stato fatto a mano. Il secondo spazio è il mondo di fantasia di Zelma, dove ci sono i semplici disegni, è come se fosse un’artista e la sua mente creasse queste immagini, che lei abbozza, e quelle lì sono le idee. E poi c’è il terzo mondo che è quello biologico, ma non è stato animato da me. Doveva essere con uno stile differente, perché è un mondo che nessuno vede, che sappiamo che c’è ma non possiamo vederlo senza un microscopio. È stato fatto da un altro animatore, Yajun Shi, credo che abbia fatto un lavoro eccellente con tutto, dal design all’animazione. Il quarto mondo sono le mappe politiche ed è il mondo politico della vita di Zelma. Noi, come esseri umani, non siamo separati dalla politica, anche se a volte pensiamo di esserlo, vediamo certe cose e pensiamo di non prestarci attenzione. Io ero così quando avevo 21 anni, pensavo di avere troppe cose da fare e quindi non avevo il tempo di pensare a cosa stesse accadendo nel mondo, ma poi il mondo stesso ti crolla addosso e tutto intorno a te e tu pensi «Cosa diavolo è successo?» ma semplicemente non stavi prestando attenzione. Questo mondo politico per me era molto importante perché volevo mostrare il contesto politico in cui Zelma si trovava, e anche alla fine, quando la mappa cambia nuovamente, c’è un messaggio. Non so bene come spiegarlo, ma c’è un messaggio nell’ultima mappa. In ogni caso questo è il perché ho deciso di fare così, perché per me aveva senso raccontare questa storia particolare.

C’è un ulteriore mondo, a mio parere, che è quello musicale che segue lo schema dei musical classici, con gli intermezzi cantati. Come hai lavorato a questo aspetto con il compositore?

Signe Baumane: Kristian Sensini è il nostro compositore. È italiano e vive in Italia! Penso sia fantastico, è uno dei migliori compositori che io conosca personalmente. Mi sono davvero divertita a lavorare con lui, abbiamo iniziato la nostra collaborazione con Rocks in My Pockets, ha scritto la colonna sonora per il film. C’è una cosa in particolare che mi piace di Kristian. In base alle mie esperienze, qualunque compositore può creare della musica tragica, quando vedi un film lo fanno tutti. Ma gli ho proposto di mettersi in gioco per Rocks in My Pockets. Gli dissi che volevo che facesse la colonna sonora per quell’episodio, e che la musica doveva essere divertente, allegra. Quando lui mi ha mandato ciò che aveva fatto, e volevo che preparasse tre pezzi perché era un test, ogni pezzo era migliore del precedente ed ero semplicemente estasiata, perché sapeva scrivere una commedia, qualcosa di leggero e divertente e anche della musica che ti faceva piangere. È un compositore davvero variegato e quando ho finito Rocks in My Pockets e ho iniziato a lavorare a My Love Affair with Marriage, non volevo abbandonare i miei collaboratori, perché quando trovi qualcuno con cui vuoi lavorare, vuoi continuare quel rapporto. Sapevo di voler delle canzoni nel film perché, mentre stavo scrivendo il copione, improvvisamente un personaggio ha iniziato a cantare e io ho iniziato a scriverne i testi, e quindi ho chiesto a Kristian se fosse disponibile a scrivere delle canzoni, perché molti compositori rifiutano di farlo. Lui ha accettato dicendo che gli sarebbe piaciuto farlo, e così mi sono sentita incoraggiata a scriverne i testi. Non sono una musicista, quando ero un’adolescente ho scritto delle poesie e ne ho pubblicate fino a quando avevo 18 anni, in Lettonia, ma non ho mai scritto delle canzoni. Ho quindi scritto i testi per 23 canzoni e le ho mandate a Kristian, dicendogli: «Non so se hanno un senso, se c’è un ritmo o qualcosa», e lui mi ha risposto che non ne era sicuro, che gli sembravano un po’ irregolari dal punto di vista del ritmo, e che forse mi avrebbe chiesto di cambiare qualche parola. Quando mi ha mandato indietro le canzoni, mi ha detto di non aver cambiato nulla riguardo al ritmo, perché comunque funzionava come musica. Quindi non ho dovuto cambiare nessuna parola, lui neppure e ha scritto la musica per quei testi. È un ritmo molto diverso perché è tipo jazz folk, con elementi di jazz che hanno più libertà e quindi si adattano bene alle irregolarità del testo. Le canzoni sono molto corte, a parte alcune, ma il problema più grosso è stato per la canzone dei titoli di coda, in particolare il ritmo. Nessuno rimane per i titoli di coda perché tutti pensano: «Oh, il film è finito, le luci si sono accese, ora possiamo andare», ma per me la canzone dei titoli di coda è qualcosa che ti fa soffermare su certe domande, ad esempio «Come dovrei sentirmi riguardo a tutto ciò? cos’è successo?». E la canzone risponde a queste domande, cos’è successo e come ti senti. Ho scritto il testo specificatamente per la canzone finale, ed è stata la cosa più difficile da scrivere perché volevo che quelle parole riassumessero tutto quello che è avvenuto nel film e il futuro del personaggio. Ed è stato molto, molto difficile ma sono riuscita a realizzare la mia prima bozza e l’ho mandata a Kristian. Erano tre pagine di testo e lui mi ha risposto: «Cos’è questa roba? Non lo so, non posso lavorare con questo». Quindi ho dovuto riscriverla e lavorarci, lavorarci fino ad avere qualcosa di più rifinito. Lui voleva anche scrivere una canzone pop, che avesse uno stile differente rispetto a quelle precedenti. Le canzoni pop hanno una struttura molto rigida, con un ritmo particolare e quindi ho dovuto lavorare con quel ritmo. Così ho mandato il tutto a Kristian e il giorno dopo lui mi ha inviato la canzone, ed era fantastica.

Il film funziona su due livelli. C’è quello razionale, scientifico delle spiegazioni didattiche sulla fisiologia umana, e poi lo sviluppo surrealista o di razionalismo magico. Sono un po’ le due anime della cultura umana, ma anche due parti della mente. Come sei arrivata a questa dualità?

Signe Baumane: Volevo arrivare a fondo della cosa e quindi ho iniziato a scrivere il copione, volevo scrivere del mio terzo matrimonio. Solo del terzo per via della storia drammatica ma poi mi sono chiesta: «Perché vogliamo sposarci? Perché ci innamoriamo?» e quindi ho iniziato così. Volevo arrivare a capire cos’è che ci spinge a farci innamorare e volerci sposare, volevo risolvere queste domande. A volte dipingo questo film come un thriller biologico, del tipo che se vuoi capire cos’è che ha ucciso questa relazione è il film giusto da guardare. A non tutti piacciono i thriller e per me la scienza non è l’obbiettività assoluta, perché gli scienziati sono comunque persone, ma la scienza ha gli strumenti giusti per avvicinarsi all’obbiettività. Quando siamo così persi nelle nostre fantasie, del tipo «Oh sono innamorata, che bello questo mondo fantastico!», mi sembra come se ci mettessimo degli occhiali VR e iniziassimo a sbattere contro i mobili perché non siamo consci delle altre cose attorno a noi. Ci chiediamo: «Perché continuo ad avere delle brutte relazioni?», e il motivo è che abbiamo questi occhiali VR, questi occhiali fantastici, come ad esempio l’immagine di cos’è l’amore e la biologia, la realtà in cui vivi. Volevo quindi portare questo elemento, che non definirei la verità assoluta, ma che si avvicina a cosa è davvero l’amore. E ovviamente penso alla fantasia e all’eccitazione di questi momenti, perché è eccitante innamorarsi ma quando sei conscio dei processi tramite i quali avviene, puoi in qualche modo esercitare un po’ più di controllo su ciò che sta per succedere. Come ad esempio in Italia, in America, in Lettonia, ovunque, ci sono persone che votano che, quando scelgono un partito, fanno appello alle emozioni, dicendo ad esempio di dover odiare le persone, le persone di colore, le persone diverse da te. E per natura, biologicamente, noi siamo sospettosi verso degli sconosciuti perché è un processo evolutivo, ma quando sei conscio di questi sentimenti, del perché ti senti in questo modo, puoi colpire la tua corteccia frontale e dissezionare razionalmente questi sentimenti pensando «Vivo in una città con 10 milioni di persone, non dovrei aver paura degli sconosciuti perché ogni singolo giorno salgo in una metropolitana piena di gente che non conosco, ci possono essere degli sconosciuti senza che io abbia paura di morire perché condividiamo lo stesso spazio. Sappiamo come condividere, l’umanità è su un livello diverso ora e quindi dobbiamo usare il raziocinio, ragionare un po’ di più di prima, non possiamo basarci solo sui nostri istinti e le nostre emozioni. Ed è lo stesso per l’amore, come per me, io ho ripetuto sempre la stessa cosa con le mie relazioni, ancora e ancora, come relazioni abusive che quando torni indietro ti accorgi dei segni che già c’erano, come Zelma e Sergei, lui che dice: «Non ti lascerò mai andare» e lei che pensa «Oh, mio Dio, mi ama!», quando in realtà non è proprio così. È questo il motivo per cui ho introdotto la parte biologica. Alcune persone non vogliono che le loro fantasie amorose siano distrutte e io non voglio farlo, voglio semplicemente dire che c’è un altro elemento altrettanto eccitante oltre alla tua fantasia.

Importante nel film il punto di vista femminile, sia come sguardo sulla società e sul mondo, sia per la consapevolezza del proprio corpo. Come hai lavorato in questo senso?

Signe Baumane: Sono interessata all’ambiente interiore, ognuno di noi ha una vita interiore e alcuni di noi la tengono per loro stessi, non la mostrano, mentre altri sono più aperti a riguardo. Ma ci sono sempre questi pensieri interiori che non riveliamo, e molti dei miei film rivelano queste cose. Ero una poetessa ma lo ero da adolescente, prima quando avevo tipo 8 anni avevo iniziato a scrivere dei romanzi. Sento che il mio approccio alla regia non sia lo stesso che hanno anche gli altri registi, che fanno i film dall’esterno, mostrando i personaggi dall’esterno. Il mio interesse è anche in quello che succede all’interno, c’è altrettanto da mostrare quindi perché dovrei focalizzarmi solo sull’esterno? Voglio mostrare la condizione umana dall’interno, voglio rivelare quali sono quei pensieri interiori, quei momenti, le conclusioni a cui arrivo nella mia mente, e come metto il tutto insieme. Il filo conduttore di questo film è la vita interiore del personaggio ed è inevitabilmente un punto di vista femminile. Penso anche che il mio modo di aver fatto questo film possa essere definito femminile. Spesso nei film, ad esempio nelle grandi produzioni di Hollywood, sia per film diretti da uomini sia da donne, ti fanno guardare alle persone come se fossero oggetti. Il film comunica attraverso le immagini, e in una frazione di secondo deve dirti chi è un certo personaggio, e spesso si tratta di una donna sexy o non sexy. Ci sono questi stereotipi nei film e quindi il film ti permette di proiettare le idee e considerare un’altra persona come un oggetto, ed è qui che io invece volevo dire: «Questa persona ha una vita interiore». Quando l’uomo approccia Zelma, in lei vede solo una ragazzina adolescente e vuole vedere quanto in là può spingersi con lei, non gli importa, non sa come lei si sente dentro ma il film ti dà la possibilità di vedere cosa lei sta pensando, come gestisce queste informazioni.

Ci sono due versioni del film, una doppiata in inglese, l’altra in lettone. In entrambi i casi come hai scelto i doppiatori e come hai lavorato con loro?

Signe Baumane: La versione inglese è quella dalla quale siamo partiti, ed è stato il mio compagno Sturgis Warner, che è anche un regista teatrale e attore e quindi conosce molti attori a New York, bravi attori di teatro. Mi ha detto che sarebbe stato il direttore del casting perché sapeva chi poteva fare cosa, e infatti avevamo parlato dei personaggi, che cosa serviva e che tipo di attori avremmo potuto ingaggiare. C’erano molti personaggi, e per molti di loro ho semplicemente detto a Sturgis che mi fidavo di lui e che pensavo che avrebbe trovato qualcuno davvero in gamba. Non ho dovuto controllarli ma per i personaggi principali come Zelma, Sergei, Bo ma anche Biology abbiamo fatto il casting. Forse non dovrei dire casting, perché non siamo una produzione dove facciamo audizioni. Siamo andati online e abbiamo guardato video, la qualità della voce, il come si presentavano e tutto il resto. All’inizio quando stavamo ancora discutendo i personaggi e su cosa volevamo per loro, cercavamo una performance teatrale, non volevamo avere quel tipo di voci che parlano in maniera “neutra”, naturale. Volevamo sentire l’eccitazione e l’interesse per le cose, ogni frase doveva essere importante, significare qualcosa. Ovviamente non si tratta di animazione esagerata come un film Pixar, ma comunque volevamo che le performance degli attori fossero elevate e che il linguaggio fosse chiaro. Per questo volevamo lavorare con degli attori che avessero una buona presenza teatrale, attori con capacità teatrali. Abbiamo trovato Matthew Modine che è un amico di un amico, un attore importante, e poi abbiamo trovato la voce di Biology, Michele Pawk, anche lei è un’attrice premiata di New York e poi abbiamo trovato Cameron Monaghan che è stata una star giovanile negli Stati Uniti, e poi Emma Kenney. Avevamo attori molto bravi qui a New York ma una figura molto difficile da trovare è stata quella di Zelma. Perché Zelma, o meglio l’attrice che doveva interpretare Zelma, doveva essere credibile nelle conversazioni giornaliere, ma aveva anche queste scene fantastiche, scene di voice over dove doveva raccontare queste storie sui suoi ex, su quello che era successo, doveva essere divertente, aver senso dell’umorismo ma anche un senso tragico. E quindi cercavamo qualcuno che avesse queste caratteristiche, con anche un nome da poter presentare al mondo. E quando ci siamo messi a cercare, Sturgis Warner mi faceva vedere tutti questi video online e io ero sul no, stavo cercando ogni tipo di scusa per non scegliere nessuno, del tipo «Non penso che possa essere divertente, no non penso che possa fare questo». C’erano alcuni attori che avevamo contattato e i loro agenti ci richiamavano ed era un continuo non stop. Ci è voluto molto tempo. Un giorno Sturgis Warner mi chiama dicendo che aveva trovato la persona giusta, poi mi mostra questo video di una modella che è anche attrice mentre sta leggendo ad alta voce il suo libro. Lei è polacco-americana e ha scritto un libro sulle ragazze polacche, un po’ come fossero le sue memorie e stava leggendo estratti del libro in New Jersey, presso la biblioteca pubblica. Prima di tutto lei è molto bella ma ovviamente non si vede in un film di animazione, e poi era semplicemente meravigliosa, dopo appena tre frasi ero già completamente presa e volevo sentire di più. Ha questa voce fantastica e la capacità di raccontare una storia e trasmetterne il significato. Quindi abbiamo contattato il suo agente ma ovviamente non ci ha fatto sapere nulla visto che comunque si trattava di una piccola produzione. Poi abbiamo trovato un modo per aggirare l’agente tramite amici di amici di Sturgis e tutto è finito bene, ne sono molto felice. Si chiama Dagmara Dominczyk e ora sta lavorando anche per la televisione, è una stella nascente.

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