Un anno, una notte

Un anno, una notte

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Con Un anno, una notte il regista catalano Isaki Lacuesta adatta il libro Paz, amor y death metal di Ramón González, sopravvissuto all’attentato al Bataclan di Parigi del novembre 2015; ne viene fuori una ricerca disperata del respiro, soffocato da un trauma che sembra senza via d’uscita. Eccellente l’interpretazione di Nahuel Pérez Biscayart e Noémie Merlant.

La polvere nell’aria

Ramón e Céline formano una giovane coppia che convive a Parigi; sopravvissuti all’attentato terroristico del 13 novembre 2015 al Bataclan, i due devono affrontare il trauma, e ognuno sceglie la via che ritiene più consona, quella della rimozione lei e quella dell’ossessione lui. Ma riusciranno ad affrontare insieme questa crisi personale e collettiva, e a uscirne? [sinossi]

Un anno, una notte, decimo lungometraggio per il catalano Isaki Lacuesta in venti anni di attività, inizia con una sequenza suggestiva: un ragazzo e una ragazza, inguainati nella carta stagnola catarifrangente donata loro dalla polizia, camminano per le strade svuotate di Parigi mentre sull’immagine cala il solenne Lamento della ninfa di Claudio Monteverdi, tratto dall’ottavo volume dei Madrigali, quello dedicato ai “guerrieri et amorosi”. D’un tratto accanto ai due passa un autobus, e Ramón e Céline (questi i nomi dei personaggi) scambiano uno sguardo fugace con un uomo a bordo, a sua volta protetto dalla carta stagnola. Sono reduci, Ramón e Céline, e sono effettivamente guerrieri ma anche amorosi. Guerreggiano contro la loro stessa memoria, quella dell’eccidio, quella della polvere che bellissima s’è levata in aria solo perché smossa dal calore nauseabondo dei cadaveri. Quel passaggio ectoplasmatico per le vie di una megalopoli è l’incipit migliore per cercare di raccontare l’irraccontabile: traendo ispirazione dal libro Paz, amor y death metal scritto da Ramón González (i nomi dei personaggi sono veri, per quanto il racconto sia di finzione), Lacuesta si è avvicinato all’eccidio del 13 novembre 2015, quando un gruppo di terroristi sparò nel mucchio della folla che assiepava il Bataclan per seguire un concerto degli Eagles of Death Metal, non per raccontarne gli sviluppi ma per cercare di comprendere cosa significhi sopravvivere. Si può uscire indenni da un massacro? Si può davvero sperare di tornare a vivere? Nel tentativo di rispondere a queste domande Lacuesta si adopera seguendo in effetti – e da qui il filologico utilizzo di Monteverdi – un procedimento che appare barocco nell’idea di rappresentazione di elementi realistici attraverso un procedimento immaginifico, così come nel principio di finzione: ecco dunque un andirivieni spazio-temporale che sussume il senso stesso del cortocircuito mentale in cui non possono che sprofondare i due protagonisti, innamorati che non riescono neanche più a condividere l’appartamento, a sentirsi l’uno parte dell’altra, e viceversa.

Per meglio rappresentare questo spaesamento irrisolvibile Lacuesta sceglie la via della ricorsività, in un ritorno all’origine del male che non è mai salvifico, perché non riesce mai a produrre lo scoppio del bubbone, a far ripartire tutto da capo. In qualche modo Céline e Ramón, anche se in modo speculare, rimangono vittime di un ingorgo mentale che non permette loro di uscire dallo schema che si sono costruiti, la culla protettiva dentro la quale sanno che i terroristi non apriranno mai il fuoco su di loro. Lei è tornata alla vita di tutti i giorni, al suo lavoro di assistente sociale, come se nulla fosse: non ha confidato a nessuno di essere stata presente al Bataclan, neanche ai genitori, neanche alle colleghe. Quella serata maledetta, quei minuti vissuti nell’angoscia di non uscire vivi dal teatro, è chiusa, serrata nella sua mente. Lui al contrario cerca ossessivamente di ricordare anche il più piccolo dettaglio dell’incubo, dalla scritta su una maglietta alla forma delle scale, fino alla dislocazione di ognuno all’interno della sala. Questa dialettica tra i due approcci resta però muta, perché entrambi si chiudono nella loro prospettiva, impedendo al ricordo sia di svanire che di comporsi nella struttura più chiara ed evidente. Un anno, una notte è il titolo perfetto per suggerire questa dissociazione temporale: la narrazione del film si sviluppa nell’arco di 365 giorni, fino al concerto che un anno dopo riapriva il Bataclan, ma in realtà non esce mai da quella notte. Lacuesta si incolla ai suoi personaggi, in un accumulo di dettagli e primi piani che serve ad acuire il senso di spaesamento rispetto al panorama circostante, di angoscia crescente, di impossibilità di uscire dalla gabbia che ci si è costruiti addosso. Ramón e Céline hanno paura del loro stesso riflesso, forse perché sanno di essere in qualche misura dei fantasmi, degli esseri che non dovrebbero vivere, ma che forse sono rimasti sepolti in quella stanzetta angusta in cui tutti si erano rinchiusi, dopo aver calpestato le decine di cadaveri rimaste sul suolo della platea.

In questo approccio umorale e angoscioso, e in questa scelta di sommare memoria e immaginazione, ricostruzione e invenzione (in qualche misura non poi così dissimile come scelta da quella compiuta da Mathieu Amalric nello splendido Stringimi forte), si trova il pregio ma anche forse in parte il limite di Un anno, una notte. Il pregio è quello di osare scendere nella profondità della psiche di due persone traumatizzate, e di comprendere il senso del trauma, e il suo valore nel quotidiano; il limite è che in questa gabbia strutturale resta imprigionato anche il film stesso, costretto a quella ricorsività cui si faceva riferimento dianzi. Ma Lacuesta, cineasta sopraffino che in Italia è purtroppo ancora sconosciuto – sarebbero da recuperare quantomeno gli splendidi La leyenda del tiempo, Los pasos dobles, e Entre dos aguas –, dimostra la sua maestria in una serie di sequenze, a partire da una surreale discussione notturna della coppia a casa dei genitori di lui in Spagna (litigano affermando gli stessi principi), che riescono a cogliere l’intimo bisogno di espressione e di riconoscimento di due esseri umani feriti internamente, senza che nessuno dall’esterno scorga le escoriazioni. Ad agevolarlo in questo compito giungono le splendide interpretazioni di Nahuel Pérez Biscayart e Noémie Merlant, che si caricano addosso il film e restituiscono due personaggi completi, stratificati, che rimangono impressi nella mente.

Info
Il trailer di Un anno, una notte.

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