Soleil Ô

Soleil Ô

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Oltre cinquant’anni dopo la sua proiezione dapprima alla Semaine de la critique di Cannes e quindi al Festival di Locarno – dove vince il Pardo d’Oro – Soleil Ô di Med Hondo è ancora una visione esaltante, dolorosa, divertente, fondamentale per scoperchiare l’ipocrisia del mondo occidentale e progressista di fronte alla cosiddetta “decolonizzazione”. Programmato nella notte di Raitre da Fuori Orario – Cose (mai) viste.

Démocratie

Un immigrato africano in cerca di lavoro scopre le violenze della “Douce France”, il razzismo generalizzato ma anche l’indifferenza e i privilegi dei dignitari africani che vivono a Parigi. [sinossi]
Le drapeau va au paysage immonde, et notre patois étouffe le tambour.
« Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution. Nous massacrerons les révoltes logiques.
« Aux pays poivrés et détrempés ! — au service des plus monstrueuses exploitations industrielles ou militaires.
« Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir, nous aurons la philosophie féroce ; ignorants pour la science, roués pour le confort ; la crevaison pour le monde qui va. C’est la vraie marche. En avant, route !
Arthur Rimbaud, Démocratie

Soleil Ô viene presentato alla Semaine de la critique di Cannes nel maggio 1970, e pochi mesi più tardi nel cuore dell’estate vince il Pardo d’Oro al Festival di Locarno; Med Hondo e i suoi sodali avevano girato il film prima della rivoluzione, nel 1967, e Hondo lo aveva iniziato a elaborare addirittura nel 1965. A volte, nell’avvicinarsi a un film, può essere opportuno allontanarsi indietro nel tempo. Così si può tornare a un altro maggio turbolento, quello del 1958. Il 15 maggio di quell’anno il generale De Gaulle fa una “Déclaration” alla Francia, che si inaugura con le seguenti parole: «La dégradation de l’État entraîne infailliblement l’éloignement des peuples associés, le trouble de l’armée au combat, la dislocation nationale, la perte de l’indépendance. Depuis douze ans, la France, aux prises avec des problèmes trop rudes pour le régime des partis, est engagée dans ce processus désastreux. Naguère, le pays, dans ses profondeurs, m’a fait confiance pour le conduire tout entier jusqu’à son salut. Aujourd’hui, devant les épreuves qui montent de nouveau vers lui, qu’il sache que je me tiens prêt à assumer les pouvoirs de la République». Il generale, venerato alla stregua di una divinità per la lotta contro l’invasore nazista (durante la Seconda guerra mondiale gollismo è praticamente un sinonimo di resistenza), dopo aver sottolineato il “degrado dello Stato”, e aver ricordato come il paese “nel suo intimo” si fosse affidato a lui durante la guerra, dichiara di essere pronto ad “assumere i poteri della Repubblica”. Il primo giugno, forte dei poteri conferitigli dal presidente René Coty, forma il governo e viene acclamato dall’Assemblea Nazionale. Inizia di fatto il Gollismo, che avrà tra i suoi effetti la fase della cosiddetta Decolonizzazione. Med Hondo, e non è casuale, definì Soleil Ô come “10 anni di gollismo visti dagli occhi di un africano a Parigi. Dieci anni in cui la Francia prova a porsi come alternativa possibile al dualismo Capitalismo/Socialismo Reale, e lo fa rinnovando lo Stato, forse anche in una dimensione dialettica gattopardesca. Med Hondo, che in Francia era arrivato ventitreenne nel 1959 poco dopo la proclamazione di de Gaulle come presidente della Repubblica, e nonostante il diploma di chef ottenuto in Marocco tra Marsiglia e Parigi non aveva trovato di meglio da fare se non l’operaio, il portuale, il cameriere, e il fattorino, apre il suo film con tre sequenze che in poco più di dieci minuti delineano una linea politica, estetica, e aprono un vero e proprio fronte rivoluzionario dell’immagine.

Un gruppo di “uomini delle colonie” tiene lo sguardo fisso in camera, qualcuno ha le braccia conserte. La voce narrante informa il pubblico: “Avevamo la nostra civiltà. Forgiavamo il ferro. Avevamo i nostri canti e le nostre danze popolari. Eravamo bravi a scolpire il legno e lavorare il ferro, a filare il cotone e la lana, a tessere, a lavorare il vimini. Il nostro commercio non si basava solo sul baratto; facevamo monete d’oro e d’argento. Avevamo vasellame e stoviglie. Realizzavamo i nostri strumenti e gli utensili domestici usando ottone, bronzo, avorio, quarzo, e granito. Avevamo la nostra letteratura. Avevamo la nostra terminologia legale, la nostra religione, la nostra scienza, e i nostri metodi d’insegnamento”. Gli stessi uomini, quasi tutti a petto nudo, sono ora in chiesa, e chiedono scusa a Dio per aver utilizzato le loro lingue natali (fulani, bambara, creolo, laari, bamoun, kikongo, swahili, lingala, kisangani, sumbe), dopodiché il prete li benedice assegnando loro un nome cristiano. Rinati nel cristianesimo gli uomini possono ora camminare liberi brandendo le croci, che ribaltate però diventano delle perfette spade, lame con cui un militare chiede loro di combattersi gli uni gli altri, fino a quando non sono tutti morti. Il protagonista, il “visitatore” interpretato da Robert Liensol (il fondatore e direttore della «Compagnie des Griots»; su questo si tornerà poco più avanti nel corso di questo elaborato), informa il pubblico, e in realtà la Francia tutta, che ha studiato Shakespeare e Molière. “Dolce Francia, sono stato sbiancato dalla tua cultura, ma rimango un Negro, come lo ero all’inizio”. È difficile rintracciare una ouverture altrettanto potente, anche all’interno della storia del cinema militante: Med Hondo filma in appena un quarto d’ora il senso di quelle che Arthur Rimbaud in Démocratie chiamava le logiche rivolte. Con uno stile liberissimo, che lega insieme strutture dell’immaginario apparentemente impossibili da mettere in relazione, e si muove nel campo del “cinéma-vérité” negandolo a ogni occasioni, anzi rivendicando il suo diritto alla creazione, e dunque alla rappresentazione del reale, Hondo firma con Soleil Ô un’opera che sa sgravare il pamphlet di ogni forma residuale di retorica, ma soprattutto un film che nega la sua “discendenza bianca”.

Se è vero che “Avevamo la nostra civiltà”, sembra suggerire il mauritano Hondo, allora si deve avere anche un proprio cinema, un proprio apparato di immagini da utilizzare con forza e senza cedere al ricatto della produzione borghese. A ben vedere non è certo difficile comprendere perché per così tanti anni Soleil Ô sia stato lasciato in secondo piano – l’uscita in sala arrivò addirittura solo tre anni dopo la vittoria di Locarno, tanto per dire. Nessuno, o quasi, ha messo in scena il razzismo perbenista e consolatorio della società occidentale progressista con il crudele sarcasmo, la dignità, e la feroce volontà rivoluzionaria di Hondo, che si affida alla sua formazione teatrale per scardinare il cinema, ma anche lo stesso teatro. Anche Hondo infatti formò (proprio con il guadalupiano Liensol) il gruppo Shango, destinato poi a diventare Griot-Shango, e infine Compagnie des Griots, strutturato con l’idea di rappresentare il senso dell’esperienza dei colonizzati. Ma Soleil Ô, strano oggetto d’avanguardia che raccoglie in sé la multiforme istanza della rivolta contro lo status quo, non è un film utopico, anzi sa scavare in profondità nella contraddizione, cogliendo dunque anche l’ambiguità di un intelighenzia africana che è a sua volta borghese, e dunque non sarà mai compiutamente anti-sistema. Liensol nel film corre, si dimena, urla, prova a coinvolgere il pubblico, a farlo sentire parte del suo dolore che è un dolore ancestrale, atavico, secolare. Un dolore che dalle coste nordafricane arriva fino al Caribe, ad Haiti. Un dolore che sembra non essere percepito, o forse è solo snobbato dalla società. Soleil Ô, film sessantottino che esce quando il Sessantotto sta già ridefinendosi, e che arriva a Cannes quando Che Guevara e Malcolm X sono stati già brutalmente assassinati, ma che ha comunque il coraggio e la sfrontatezza di terminare con la scritta “à suivre”, vale a dire continua, è un atto di resistenza, la dimostrazione di un’azione ancora possibile, di una rivolta che deve abbandonare la cultura per farsi cultura, immagine, per dimostrarsi viva (dall’altra parte del mondo, in Giappone, Shūji Terayama incitava il pubblico al grido di “gettate via i libri, radunatevi nelle strade!”). Oltre cinquant’anni dopo la visione di Soleil Ô è ancora esaltante, dolorosa, urgente. E ora che Med Hondo non c’è più, chi urla più al mondo di una decolonizzazione mai davvero iniziata, e di un gollismo ancora imperante, e castrante?

“Ci siamo trovati a essere artisti ‘di colore’, come si dice di solito, per puro caso insieme a Parigi sostanzialmente per le medesime ragioni, Bachir, Touré, Robert e io e ci siamo trovati nel bel mezzo di un paese, di una città, nella quale rimediare di che vivere, in parole povere, dove lavorare: essere un attore, un musicista, un cantante. E dove, però, ci si è subito resi cono che le porte erano chiuse (…) Allora, per uscirne abbiamo deciso di fondare un gruppo teatrale e nell’attesa abbiamo realizzato un film tutti insieme, Soleil Ô (..) Tutte le scene sono ispirate alla realtà. Perché il razzismo non si inventa, soprattutto al cinema. E’ una specie di mantello che ti mettono addosso,con cui sei obbligato a vivere. (…) Ma so bene che il cinema da voi definito cinema-verità ha sempre evitato di dire cose del genere…”. (Med Hondo, 1970)

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