Boiling Point – Il disastro è servito

Boiling Point – Il disastro è servito

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Con Boiling Point – Il disastro è servito Philip Barantini affronta una delle scenografie più di moda in questi ultimi anni, vale a dire sala e cucina di un ristorante; lo fa da una prospettiva canonica (gli screzi e i problemi di una brigata durante una serata di lavoro) a cui però sovrappone la scelta del film senza stacchi, interamente in piano sequenza. Una decisione che resta a metà tra intenzione teorica e velleità autoriale. Ottima l’interpretazione di Stephen Graham.

Aggiungi un coperto a tavola

Andy Jones è il capo chef di un ristorante londinese alla moda; con un buon numero di problemi da risolvere in famiglia – il rapporto con la moglie è in crisi profonda – si ritrova tra capo e collo la sgradita sorpresa di essere stato declassato di due punti a seguito di un controllo sull’igiene in cucina. A questo si somma anche una serata da affrontare con il locale in overbooking, e la minacciosa presenza di quello che un tempo fu il suo mentore, arrivato a cena insieme a una temibile influencer culinaria. [sinossi]

Non è di scarso interesse, né può essere preso come semplice escamotage narrativo, il fatto che Boiling Point – il sottotitolo italiano Il disastro è servito è ambiguo, perché suggerisce allo spettatore che si troverà di fronte a una commedia, quando questa invece è del tutto espunta da un dramma ansiogeno e privo di sbocchi d’aria – sia ambientato nel mondo della cucina. Da quando l’arte culinaria è divenuta per il mondo occidentale uno dei principali punti di riferimento culturali di massa, grazie anche al proliferare di programmi televisivi ad hoc, a partire ovviamente dai vari Masterchef prodotti di paese in paese, termini come “brigata”, sous-chef, quenelle, sac à poche, riduzione sono entrati nel gergo quotidiano di milioni di persone, sempre più ossessivamente attente all’impiattamento, a tentare soluzioni ardite per decostruire ricette popolari, e via discorrendo. Il cinema non poteva ovviamente starsene a guardare, e così nell’ultimo decennio la produzione industriale ha pensato bene di abituarsi all’idea che una cucina di un ristorante (preferibilmente stellato) possa essere il set perfetto da allestire. Ecco dunque i vari Chef – La ricetta perfetta di Jon Favreau, Il sapore del successo di John Wells, ma anche un paio di titoli coevi a Boiling Point e di prossima uscita in Italia, come The Menu di Mark Mylod e Sì, Chef! – La brigade di Louis-Julien Petit; perfino la produzione nazionale non è stata a guardare, come testimoniano tra gli altri Quanto basta di Francesco Falaschi e Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano. Sarebbe dunque ingiusto, oltre che impreciso, fingere che Boiling Point non si muova all’interno di un processo produttivo chiaro, netto, del tutto inquadrabile in una logica condivisa. Invece, complice un dettaglio tecnico, del film di Philip Barantini (all’opera seconda da regista dopo Villain) si è scritto quasi esclusivamente per altri motivi.

Barantini, anche autore della sceneggiatura insieme a James Cummings, ha infatti scelto di mettere in scena questo ritmatissimo dramma della ristorazione ricorrendo a un unico piano sequenza – magari abilmente finto, pratica d’altro canto abitudinaria nel “long take” fin dai tempi dell’hitchcockiano Nodo alla gola –, in modo da costringere lo spettatore a un tour de force temporale, oltre che emotivo: la serata di lavoro può svolgersi nel suo tempo, e questo consente al regista di far leva con efficacia sulla tensione già esplicitata in fase di sceneggiatura. Ovviamente infatti Boiling Point non si svolge durante una normale serata di lavoro nel ristorante “Jones & Sons”, ambizioso ristorante d’eccellenza nel cuore di Londra: il capo chef Andy ha infatti problemi casalinghi, essendo in crisi con la moglie anche a causa della sua dipendenza dall’alcol; in più il ristorante è appena stato declassato per via di alcune mancanze professionali e igieniche (mani lavate a ridosso delle cibarie, per esempio, o pulizia affrettata delle ostriche), e come se non mancasse l’overbooking nelle prenotazioni per la serata costringe tutta la brigata a un lavoro ancora più stressante, anche perché non corre buon sangue tra tutti i componenti della squadra di cuochi. È dunque in uno scenario già di suo esplosivo che Barantini inserisce i suoi personaggi, che diventano inevitabilmente pedine da spostare in modo schizofrenico tra la cucina e la sala, tra l’interno e l’esterno del ristorante, per permettere alla messa in scena di mostrarsi dinamica, e dunque di utilizzare quel tempo che non può essere “mentito”.

Ovviamente durante la visione la mente corre rapidamente in direzione di titoli come La cena di Ettore Scola, o Big Night di Stanley Tucci e Campbell Scott, ma in realtà in entrambi i casi l’attenzione era incentrata sugli esseri umani che si ritrovavano a condividere lo spazio del ristorante – con grande attenzione alle distanze/vicinanze tra lavoratori e clienti – mentre Barantini sembra preoccuparsi più del ritmo e della spazialità da gestire che delle psicologie dei suoi personaggi. Certo, risplende la bella interpretazione di Stephen Graham, che per di più partecipa alla produzione, ma per il resto tutti gli attori in scena non svolgono altro che semplici funzioni, utili ad articolare il discorso prettamente estetico. Viene dunque da chiedersi se Boiling Point non avrebbe funzionato meglio come puro oggetto d’avanguardia, distante da qualsivoglia velleità narrativa; così invece, costretti a seguire anche una vicenda umana – più d’una, da principio, visto che lo script sembrerebbe interessarsi anche a quello che accade nei vari tavoli, intuizione però progressivamente lasciata sullo sfondo – si finisce per provare un senso di insoddisfazione, e anche di vacuità. Un efficace esercizio di stile, ma non molto di più.

Info
Boiling Point – Il disastro è servito, trailer.

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