Diabolik – Ginko all’attacco

Diabolik – Ginko all’attacco

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Diabolik – Ginko all’attacco segna il secondo capitolo cinematografico per la regia dei Manetti Bros. sulle avventure del celeberrimo criminale creato sessant’anni fa dalle sorelle Giussani. Non c’è più Luca Marinelli a incarnare il protagonista, che ora ha il volto di Giacomo Gianniotti, ma lo sguardo dei Manetti rimane il medesimo, così come la volontà di tenersi alla larga da qualsiasi tentazione “contemporanea”. La trama qui è un po’ più prevedibile, ma nel complesso l’operazione continua a dimostrarsi lucida, e ben più lungimirante di quanto la critica sembri concedergli.

Tu che sai brillare nel buio

Quando l’intera collezione dei tanto bramati gioielli Armen viene presentata al pubblico sotto forma di spettacolo di danza, Diabolik non sa resistere alla tentazione di tentare il colpo, che ovviamente va a buon fine. Ma il super-criminale non sa che dietro tale operazione si cela l’ingegno dell’ispettore Ginko, intenzionato finalmente a catturare il suo acerrimo nemico: nella fuga dalla polizia Diabolik abbandona l’amata Eva Kant, che ha dunque ora ben più di un motivo per vendicarsi… [sinossi]

Al termine di Diabolik, poco meno di dodici mesi fa, il criminale più celebrato della storia del fumetto italiano si crogiolava al sole su uno yacht in compagnia della sua amata, la splendida Eva Kant. Il ladro aveva ancora l’aspetto di Luca Marinelli, e si apprestava a ricevere una buona risposta tanto dalla critica (con le dovute eccezioni, chiaro) quanto dal pubblico, che lo premiò con quasi tre milioni di euro di incasso – cifra superiore, in una sfida tutta tricolore, al risultato complessivo di Freaks Out, con cui almeno in parte condivideva gli spettatori di riferimento. Un anno più tardi il personaggio torna in sala in Diabolik – Ginko all’attacco, e visto che squadra che vince non si cambia tornano anche Eva Kant, e l’ispettore di polizia Ginko (che qui ottiene addirittura il nome nel sottotitolo, certificando al di là di ogni ragionevole dubbio il ruolo di unico credibile antagonista). Con i fratelli Manetti, ben saldi al timone in qualità di registi, sceneggiatori (insieme al compianto Michelangelo La Neve, scomparso lo scorso gennaio e al quale il film è giustamente dedicato) e anche produttori con la loro Mompracem, si conferma anche la maggior parte della troupe, Federico Maria Maneschi al montaggio, Noemi Marchica alla scenografia, e Pivio e Aldo De Scalzi a comporre la splendida colonna sonora, che si muove a tratti in territori gobliniani – si ascoltino determinati giri di basso. Non c’è più Marinelli, e per quanto fosse cosa nota questo dettaglio merita un approfondimento. È probabile che parte non indifferente del pubblico possa storcere il naso di fronte alla scelta di sostituire dopo appena un film il suo protagonista assoluto, per di più per passare da un volto noto come quello di Marinelli a quello assai meno abituale di Giacomo Gianniotti, che si è fatto le ossa oltreoceano in gran parte sui set di Grey’s Anatomy. Eppure, tolto il dispiacere di non godere dell’interpretazione di Marinelli, e pur considerando come si tratti di una scelta coatta, Gianniotti appare un’opzione pressoché perfetta, sia per l’imperturbabilità del volto – assai adatta al personaggio che interpreta – sia perché il trasformismo è il carattere dominante di Diabolik, l’elemento che lo rende davvero imprendibile.

Ecco dunque che quello che poteva apparire come un handicap si rivela a sorpresa un elemento a favore di Diabolik – Ginko all’attacco: l’impressione durante la visione è che il ladro sia presente in ogni singola sequenza, anche quando così non è. Nel momento in cui Ginko e la sua squadra di poliziotti scopre l’industria abbandonata divenuta nel corso del tempo il laboratorio di Diabolik, nonché uno dei suoi innumerevoli rifugi a Clerville, ogni fuori campo sembra suggerire la presenza della nemesi dell’ispettore. È su questa dimensione che i Manetti decidono di giocare la loro seconda incursione nell’universo creato sessant’anni fa dalle sorelle Giussani, perché la trama si fa ovviamente un po’ più prevedibile, ancor più di un esito finale che è scontato per chiunque conosca i fumetti originali. Se in Diabolik i fratelli romani avevano tratto ispirazione dall’albo numero 3, qui si affidano alle tavole disegnate dell’albo numero 16, per l’appunto Ginko all’attacco. I dialoghi restano volutamente letterari, così come quella continua ricerca dell’astrazione tanto nella recitazione quanto nelle strutture architettoniche rintracciate a Bologna, Milano, e Roma: una scelta estrema, che può facilmente allontanare lo spettatore abituato a ritmi più contemporanei, spiazzato da un montaggio che non ambisce all’aggettivo ansiogeno. Non è un film “a perdifiato” Diabolik – Ginko all’attacco, che si muove al contrario in modo sinuoso, come la figura inguainata di nero di Diabolik che emerge dalla notte e nel medesimo buio scompare, magari dopo aver lanciato un coltello o essersi arrampicato fin sulla sommità del Museo di Ghenf.

Forse consci di avere a che fare con una trama fin troppo decrittabile dagli spettatori – almeno da quelli un po’ più smaliziati – i Manetti sfoderano una regia elegante, che ancora una volta si muove in territori desueti, disabitati da produzioni che invece inseguono in modo ossessivo e ottundente l’algoritmo dell’oggi, spesso e volentieri fallendo miseramente. Non c’è dubbio che chi pensa che produrre il “genere” equivalga a imitare estetiche e abitudini di Hollywood e dintorni guardi con sospetto a Diabolik – Ginko all’attacco, al contrario così fieramente artigiano, pur nell’ottima resa tanto dei reparti tecnici quanto degli effetti speciali; eppure è proprio in questa consapevole presa di distanza da un modello produttivo che sarebbe utopico riprodurre in modo pedissequo – oltre che profondamente inutile, ma questo è un altro discorso – che si cela la scommessa vinta dai Manetti, anche se la fantasmagoria del primo capitolo qui cede il passo all’abitudine. Ma è inevitabile quando si ha a che fare con una saga in cui lo schema di base è sempre lo stesso. Se Gianniotti dimostra di reggere il peso del proprio personaggio, i Manetti hanno anche l’ottima intuizione di centellinare la presenza in scena di Diabolik, concentrando l’attenzione sul mondo che gli gravita attorno: Mastandrea è un dolente e credibilissimo Ginko, ma a rubare l’occhio sono una sorprendente Monica Bellucci, che dona una rotondità attraente alla duchessa di Vallenberg, e soprattutto una splendida Miriam Leone. La sua Eva Kant, come già intuito nel primo film, è il vero centro del bersaglio, il gioiello più prezioso, quello impossibile da rubare. “Tu che sai brillare nel buio”, canta Diodato nella bella Se mi vuoi, e non c’è dubbio che quella frase sia rivolta a lei.

Info
Diabolik – Ginko all’attacco, trailer.

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