Il corsetto dell’Imperatrice

Il corsetto dell’Imperatrice

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Il corsetto dell’Imperatrice riporta in scena la tanto celebrata Sissi, e lo fa raccontando la sua insoddisfazione, ora che è quarantenne, nel dover ancora aderire all’immagine della propria giovinezza. Marie Kreutzer dirige diligentemente, affidandosi a una scrittura solida anche se poco originale, ma il film si regge soprattutto sulla splendida interpretazione di Vicky Krieps.

Questi sono i 40…

Nel 1877 l’Imperatrice d’Austria Elisabetta compie 40 anni: ammirata da sempre per la sua bellezza e la sua perfetta figura, la donna inizia a non tollerare più di dover aderire all’immagine della propria giovinezza… [sinossi]

Elisabetta di Baviera (1837-1898), nota come Sissi quando divenne l’Imperatrice d’Austria, fu per la propria epoca una grande icona, preconizzando in qualche misura il feticismo legato all’immagine dei divi che scaturirà con l’invenzione del cinema. Ne Il corsetto dell’Imperatrice, presentato a Cannes 2022 nella sezione Un Certain Regard, la regista austriaca Marie Kreutzer mette in scena proprio per questo un improbabile incontro tra la regnante e Louis Le Prince, ossia uno dei pionieri dell’invenzione della tecnica cinematografica: Le Prince, consapevole dello statuto iconico di Elisabetta, la immortala qui in una prova delle “immagini in movimento”. Di Sissi, del resto, il cinema inizierà a nutrirsi ben presto, fin dalle prime pellicole tedesche a lei dedicate negli anni ’20, per poi metterne a punto negli anni ’50 l’immagine radiosa e melodrammatica a un tempo con la trilogia interpretata da Romy Schneider. L’attrice, poi, rivestirà – quasi ironicamente – di nuovo i panni di Elisabetta in Ludwig (1972) di Luchino Visconti, racconto incentrato sul di lei cugino, e che la vede non più giovane e raggiante, bensì donna adulta, cinica, insofferente. Certamente più prossima a questa incarnazione, Elisabetta (Vicky Krieps) ne Il corsetto dell’Imperatrice non è più l’innocente bellezza che ha incantato l’Impero asburgico, soggetto di innumerevoli dipinti che ne hanno sottolineato la figura perfetta. Nel film di Kreutzer, ambientato tra la fine del 1877 e quella del 1878, la donna spegne 40 candeline e la sfida per restare magra come una ventenne inizia a starle stretta come quel corsetto (il titolo originale del film è, molto più nettamente, Corsage ossia “corsetto”) che deve annodare sempre di più per continuare ad aderire all’immagine che tutti, lei stessa inclusa, hanno sempre adorato. Gli sforzi implicati in questa lotta con il tempo sono innumerevoli e passano dall’anoressia, all’astenia sessuale, all’insonnia curata con un nuovo preparato (l’eroina), fomentando un forte e consapevole narcisismo e un insidioso istinto di morte. La prima scena del film, non a caso, è una sfida dell’Imperatrice a se stessa: quella di restare immersa nella vasca per oltre un minuto, senza respirare.

A livello stilistico la rivisitazione di Elisabetta portata in scena dalla regista si intreccia un po’ con l’avvicinamento “pop” della regnante Maria Antonietta nell’omonimo film di Sofia Coppola ma soprattutto con quello operato da Susanna Nicchiarelli nel suo pregevole Miss Marx, come sottolineato dalle canzoni moderne che fanno da colonna sonora – compreso un arrangiamento, diegetico, per arpa di As Tears Go By dei Rolling Stones – e dal ballo che accompagna i titoli di coda. Da un punto di vista contenutistico, il film guarda un po’ alla Lady Diana di Spencer, altra principessa infelice, mostrando una donna in crisi con gli altri e con se stessa, desiderosa di voltare pagina, ma imprigionata nella prassi dei doveri e nella propria iconicità, che in fondo è proprio uno dei suoi doveri imperiali. Se i rapporti con il marito sono sempre più tesi anche perché la brillante Elisabetta vorrebbe mettere la propria intelligenza a servizio della politica, il ruolo della donna nella società la costringe invece al massimo a perseguire il proprio ideale di bellezza iperuranica o a prendersi pause per andare a trovare il cugino Ludwig (Manuel Rubey), o una delle sue sorelle, cercando di calmare quella che – se il suo statuto di classe fosse differente – verrebbe presa come isteria conducendola dritta al sanatorio. Il parallelismo tra un brutale ospizio per “donne melanconiche” e lo stato di salute psicofisica dell’Imperatrice è infatti disegnato da Kreutzer in un paio di scene in cui, evidentemente, la protagonista percepisce che, senza la Corona addosso, quella sarebbe con ogni probabilità la sua destinazione.

Nella prima parte del film, più ieratica e levigata, i conflitti sono messi sul tavolo grazie a uno svolgimento abbastanza prevedibile nella scrittura. È nella seconda parte che Il corsetto dell’Imperatrice prende più quota, delineando la strategia d’uscita di Elisabetta dal suo abito troppo stretto e dalla sua vita allo sbando: la congrega di sole donne che a un certo punto si forma attorno a lei non è un atto di “sorellanza” ma di costrizione che diventa disgrazia virtuosamente condivisa e, per alcuni aspetti, liberatoria. Come liberatorio sarà il taglio dei capelli lunghissimi che Elisabetta ha sempre portato e che, assieme alla sua magrezza, ne erano il tratto distintivo. In un film interessante ma che non spicca per originalità, i punti di forza maggiori sono i personaggi e le loro relazioni piene di chiaroscuri: con il marito, l’Imperatore Francesco Giuseppe (Florian Teichtmeister), Elisabetta è unita da un legame sfaccettato ed è interessante anche il rapporto con la figlia Valeria, femmina come la madre ma completamente aliena dalle sue insubordinazioni che giudica sciocche, velleitarie, infantili. È infatti nel figlio maggiore Rodolfo (Aaron Friesz), un maschio, e non nella sua amata e severa bambina che la donna trova più conforto e vicinanza (la scena in cui la bambina dimostrerà di “non riconoscerla” neppure, di non distinguere la sua immagine dalla sua realtà, è forse la più emblematica e intrigante del film). Ma è nel ritratto della protagonista che è narcisista, manipolatrice, incapace di amare, ma al tempo stesso provvista di empatia e desiderosa di non essere schiacciata dalla propria parte scenica, che il film si risolve intimamente, costruendo un personaggio stratificato e restituito perfettamente dalla magnifica Vicky Krieps, attrice eccellente dalla carriera sempre più invidiabile. La fotografia di Judith Kaufmann, leggermente sgranata nei momenti di maggior malessere, infine si fa notare. Nella realtà, differente dal film, Elisabetta d’Austria iniziò a soffrire di nervi molto prima dei suoi 40 anni e morì nel 1898 a Ginevra, in Svizzera, per mano dell’anarchico italiano Luigi Lucheni.

Info
Il corsetto dell’Imperatrice, trailer.

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