Ginji the Speculator

Ginji the Speculator

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Presentato in concorso al Tallinn Black Nights Film Festival 2022, Ginji the Speculator è il terzo film del giapponese Ryuichi Mino, una rielaborazione o se vogliamo una dissacrazione del classico jidaigeki nipponico, laddove, in luogo dei duelli tra samurai con le katana, dei seppuku e dei conflitti tra dovere e sentimento, abbiamo lo sviluppo delle dinamiche del capitalismo, concorrenza, libero mercato e profitto.

Ginji monogatari

Giappone 1730. Il maestro venditore Kihei prende con sé Ginji, un ragazzo orfano, e lo manda alla borsa del riso regionale nel villaggio di Otsu. Ginji cresce diventando un abile mercante, barcamenandosi tra debiti, prestiti, fluttuazioni di mercato, rischi d’impresa ed elaborando strategie innovative per massimizzare il profitto. [sinossi]

Il jidaigeki è il classico genere giapponese dei film di ambientazione storica, quello che conosciamo per i combattimenti di samurai che si sfidano a duello con le loro katana, tanto che il filone è anche chiamato chanbara usando un termine onomatopeico. Gli ingredienti sono quelli che conosciamo bene: le sfide impossibili, l’onore, i conflitti interiori tra dovere e sentimento, la vendetta, la nobiltà della sconfitta. Buona parte del jidaigeki è ambienta durante il periodo Edo, ovvero quella lunga fase della storia nipponica, dal 1603 al 1868, di pace con la riunificazione dello shogunato Tokugawa. Per la verità quello fu un periodo di declino della classe dei samurai che, fuori dai conflitti, si dovevano riciclare verso altre mansioni. Pochi film raccontano di questa crisi del guerriero giapponese, tra i quali il classico Humanity and Paper Balloons del 1937. L’epoca Edo ha rappresentato l’affermazione del ceto dei mercanti e questo è il soggetto di Ginji the Speculator, opera terza di Ryuichi Mino, in concorso al Tallinn Black Nights Film Festival 2022.

Già noto al pubblico del festival estone, dove partecipò sempre in concorso con Make the Devil Laugh l’anno scorso, Ryuichi Mino reinventa, rielabora e, volendo, dissacra il genere jidaigeki costruendo un film ambientato nel 1730, in pieno periodo Edo, dove a dominare non sono i valori del bushido, la via del guerriero, quanto la mano invisibile di Adam Smith, i principi di un capitalismo emergente che portano alla società nipponica moderna. Ginji può essere un tipico eroe anche di molti anime. Un bambino rimasto orfano che deve farcela contro le avversità della vita. Comincia vendendo daikon, le tipiche rape giapponesi, al mercato ma si vede surclassato da concorrenti ben più organizzati. Fondamentale che ci sia il sensei, il maestro della tradizione nipponica. Prima un mercante di pomate e unguenti, un antenato di Wanna Marchi, sulle sponde di quel lago Biwa spesso citato nella letteratura, nella poesia e anche nel cinema, vedi I racconti della luna pallida d’agosto. L’altro mercante sensei, Kihei, porterà il giovane nel settore del commercio di riso, dove il protagonista svilupperà un brillante spirito imprenditoriale. Il mondo è fatto da prendere e avere: è il concetto che subito assimila il giovane Ginji. E il film osserva tutte le dinamiche dell’economia di mercato. La libera concorrenza, le strategie di marketing della nuova casa da tè gestita da delle geisha molto sexy. E poi le intermediazioni, le fluttuazioni del valore di mercato, la borsa, le aste, il rischio d’impresa, lo spirito imprenditoriale, i prestiti. Emerge anche la necessità che il capitalismo sia sociale. Il mercante che è inattivo perché ha il braccio rotto deve essere aiutato con un rudimentale fondo previdenziale. E Ginji capisce che la forma migliore di società è quella della cooperativa.

Il nocciolo dell’imprenditorialità spunta nella testa del protagonista. Bisogna massimizzare il profitto riducendo le spese di trasporto attraverso un ingegnoso sistema che lo velocizzi, facendo uso di torri panoramiche da cui si può controllare il tragitto, anche grazie a tecnologie innovative come il cannocchiale. Il sistema è così elettrizzante che i due bambini del gruppo chiedono di poter contribuire. Ovviamente saranno accontentati. Tutto sempre contabilizzato con il pallottoliere. Il successo della società ovviamente genererà una reazione nelle forze conservatrici della società che cercheranno di reprimerla con i loro gendarmi.

Non manca, in Ginji the Speculator, una scena musical, anacronistica, e chiarificatrice dello spirito dissacrante dell’operazione. Ryuichi Mino non ha neanche un briciolo della sfrontatezza di un Miike, e nemmeno lo spirito kitsch di Mika Ninagawa, ma conduce fino alle estreme conseguenze un’interessate operazione di decostruzione.

Info
Ginji the Speculator, il trailer.

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