Il Cristo in gola

Il Cristo in gola

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Il Cristo in gola, che Antonio Rezza dirige senza l’abituale supporto di Flavia Mastrella, è la conferma del genio dell’attore, regista, e scrittore, che qui arriva a confrontarsi con la figura di Gesù il Nazareno togliendole quella che è per accezione comune la sua virtù più riconoscibile: la parola. Tra urla e gemiti Il Cristo in gola è un viaggio eretico eppur mai concettualmente blasfemo, orgogliosamente ateo, le cui riprese si sono articolate nel tempo, come già accaduto con il precedente Samp. Scelto, non senza coraggio, come film d’apertura del Torino Film Festival.

Gesù e la SIAE

L’arcangelo Gabriele appare a Maria e Giuseppe e li informa del fatto che la donna darà alla luce un bambino, che dovrà essere chiamato Gesù. [sinossi]

In un passaggio della motivazione fornita dalla Biennale Teatro di Venezia per il conferimento del Leone d’Oro alla carriera a Flavia Mastrella e Antonio Rezza si può leggere: «Antonio Rezza è l’artista che fonde totalmente, in un solo corpo, le due distinzioni di attore e performer, distinzioni che grazie a lui perdono ogni barriera, creando una modalità dello stare in scena unica, per estro e a tratti per pura, folle e lucida genialità». Le qualità qui sintetizzate, per quanto indubitabili, non colgono in realtà che una piccola parte dell’azione compiuta da Rezza e da Mastrella da quando, sul finire degli anni Ottanta, iniziarono a rappresentare dapprima Nuove parabole e quindi Barba e cravatta. Con la loro opera RezzaMastrella, corpo unico che ne Il Cristo in gola si trova per la prima volta separato (Mastrella infatti non firma né la regia né la fotografia, che pure ritrova il rigore fotografico e l’utilizzo della profondità di campo “fuori bolla” che marchiò a fuoco i cortometraggi del duo), non hanno solo arricchito la storia del teatro, del cinema e della televisione in Italia, ma si sono posti come un argine fisico, materico, e al contempo filosofico, alla marea montante. Inidonei alla prassi, si sono mossi in direzione ostinata e contraria, sono andati – per dirla con le parole di Arnaud Daniel – “col bue a caccia della lepre”, in una dichiarazione di non appartenenza al consesso borghese che può essere stata vista come posa artistica solo da chi borghese lo era e lo è fin nel midollo. Antonio Rezza è un iconoclasta, dominato da uno scetticismo lucidissimo, e da una serrata dialettica col proprio tempo che diventa fiera opposizione all’oggi, alle sue abitudini. Il suo cinema, e Il Cristo in gola ne è solo l’ennesima conferma, non appartiene a nessun tempo, e dunque lo può attraversare come nulla fosse. Due anni fa, alle Giornate degli Autori di Venezia, fu possibile posare gli occhi su Samp, le cui riprese erano iniziate addirittura nel 2001, quando la fama dei due artisti era con ogni probabilità all’apice; il racconto della nascita e della vita di Gesù Cristo, che ora apre ufficialmente la quarantesima edizione del Torino Film Festival per poi fare (partendo dal cinema milanese Beltrade) un tour distributivo in sala, iniziò la sua produzione cinematografica nel 2004, con Rezza che all’epoca auspicava di girarlo nell’arco di tre anni, lo stesso tempo in cui secondo il Nuovo Testamento il Nazareno predicò prima di essere condannato a morte per sedizione e lesa maestà.

È dunque un film maggiorenne Il Cristo in gola, e già questo lo pone a distanza dal panorama circostante. Se si può apprezzare il coraggio di Torino nell’affidargli l’onere di “aprire” il festival – va ricordato come nell’ultimo decennio la scelta ricadde su opere come Last Vegas di Jon Turteltaub, Gemma Bovery di Anne Fontaine, Suffragette di Sarah Gavron, Between Us di Rafael Palacio Illingworth, Ricomincio da noi di Richard Loncraine, tanto per fare degli esempi – va anche detto come quest’opera per molti versi inafferrabile non possa che essere collocata fuori da qualsiasi competizione. Un film fuori concorso, ma anche fuori dal mondo del cinema italiano ed europeo, fuori dai margini di una produzione che ha perso nel corso dei decenni il suo senso. RezzaMastrella producono da soli, distribuiscono da soli, si muovono in modo del tutto autonomo: anche per questo i loro film si sviluppano nel corso degli anni, dei decenni, perché non fanno parte del sistema, dell’ingranaggio della logica produttiva. Lo spazio che edificano per abitarlo è uno spazio autonomo, di cui nessuno pare più comprendere il reale significato, un po’ come i versi della Madonna o l’urlare imperituro di Gesù. Perché il Cristo di Rezza – che ovviamente interpreta lo stesso regista, in una forma di sovrapposizione che è però anche allo stesso tempo un rispecchiamento degli opposti, con una negazione della divinità che diventa anche negazione del supposto potere dell’autore – non ha in dono la sua virtù più riconoscibile, vale a dire la parola. Togliendo a Gesù il verbo, e dunque la predicazione, e quindi il principio morale che sottende alle sue azioni sovrannaturali, Rezza non può che rappresentare il gesto soprannaturale, qui reso ovviamente attraverso l’arma del surreale che da sempre è la cifra stilistica del regista quanto del performante. Non parla d’altro canto neanche la Madonna, e neppure Giuseppe che da buon padre putativo è sempre dormiente. Rezza elimina la parola al divino, e facendolo dunque zittisce anche sé stesso, l’artista che si muove negli spazi non solo incompreso, ma anche e soprattutto delirante. Già all’epoca dello spettacolo teatrale Fotofinish, portato in scena a partire dall’autunno 2003 (subito a ridosso delle prime riprese de Il Cristo in gola), Rezza rendeva in drammaturgia la figura di Gesù, lì chiamato “il Salvatore”, per metterlo però in competizione con l’umano visto che partecipava a una gara podistica di suore finendo per vincere. E poco tempo prima, con Delitto sul Po – girato a sua volta per qualche anno e visto in anteprima a Torino nel novembre del 2001 –, veniva messa in scena una “Madonna francese”; se lì però Rezza sfondava in direzione di un annullamento icastico della sceneggiatura, qui si rifà in modo filologico alla narrazione per eccellenza, al vero “racconto dei racconti”, base portante dell’intero pensiero occidentale. Perché a partire dall’annunciazione dell’arcangelo Gabriele, fino al Golgota Il Cristo in gola a suo modo rappresenta alcuni dei passaggi chiave dell’esperienza di Gesù di Nazareth: i miracoli, le nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’ultima cena, e via discorrendo.

Se c’è un ovvio rimando pasoliniano in almeno una delle location scelte, Matera, Il Cristo in gola si pone in forma inizialmente dialettica con Il vangelo secondo Matteo, per poi muoversi in una direzione del tutto indipendente, e in particolar modo quasi oppositiva. Perché a Rezza non interessa in alcun modo, o almeno così pare, l’antropologia del sacro, il suo è il lavoro intellettuale di un ateo; non è meramente provocatorio quel passaggio del comunicato stampa in cui dichiara che fare un film su Cristo «è un’esperienza che ogni ateo praticante dovrebbe imporsi», perché la sua è una riflessione sull’intero apparato culturale, e dunque antropologico, dell’Occidente, e dell’Europa in particolar modo. Rezza rifiuta non il Cristo, che è anzi raccontato con la consueta pietas mista a teatro della crudeltà che da sempre è uno dei punti salienti della sua speculazione artistico/stilistica, ma confuta l’immagine, la deificazione dell’immagine, e in qualche misura dunque anche del cinema. Il suo è un film di infinite croci – a partire da quelle che vengono conficcate al suolo con i nomi di chi ha preso parte alla produzione – perché è l’umano a costruire la croce su cui verrà inchiodato. L’uomo, avendo creato il sacro, si è dannato da solo, in un infinito incesto del vivere e del pensare che cerca in maniera quasi disperata, tra urla e sguardi ossessi, la replica infinita della Pietà: non può in questo senso che essere Maria stessa a inchiodare alla croce suo figlio, per poi proclamare quel miracolo in cui in realtà la si vuole madre del figlio del proprio figlio, in un incedere infinito che è sacro perché autodefinitosi tale. Mai nessuno, in realtà, si era approcciato alla figura del Cristo da una posizione non laica, ma fieramente atea, e già questo pone Il Cristo in gola come opera profondamente eretica, ma mai blasfema. Ovviamente c’è chi muoverà fiero sdegno nei confronti del film, accusandolo di aver osato ciò che è inosabile, ma si tratterà di una posizione puramente ideologica, del tutto incapace di entrare in dialettica con l’opera di Rezza e la sua speculazione. Forse bisognerebbe tornare ai cinque momenti in cui il sempre ululante Cristo si confronta obtorto collo con Ponzio Pilato (interpretato da Federico Carra, editore che nel suo curriculum vitae può inserire molte apparizioni nei film corti e lunghi di RezzaMastrella, da Il piantone, Schizzopatia, e De civitate rei fino a Escoriandoli, Delitto sul Po, e per l’appunto Il Cristo in gola), e ai monologhi di quest’ultimo – che in un passaggio cita L’Unico e la sua proprietà di Max Stirner, perfetta sintesi di un pensiero sul “Potere” –, oppure cercare di comprendere al di là del parossismo della situazione il dialogo impossibile con il Diavolo interpretato dall’anziana Maria Bretagna (“perché non fai piovere?”, “ti sei iscritto alla SIAE?”). Perché in maniera pressoché inevitabile Il Cristo in gola è anche una perlustrazione attorno al potere dell’uomo, e alla sua perpetuazione, come testimonia il riferimento esclusivamente audio alla dittatura argentina di Jorge Videla. Ed è anche a suo modo un discorso sul potere di chi fa cinema e produce immagini, e sulla necessità di rifuggire anche l’immagine sacra del cinema, e dunque la sua pulizia, il suo finto candore. Cristo, che costruisce con cura la propria croce per poi inchiodarvi anche il proprio figlio, non ha parola perché solo l’umano nella storia dell’umanità ha davvero parlato. Per questo il Diavolo non può che sentenziare: “Fine. Così. All’improvviso. Senza cristianesimo. È più pulito”. Il Cristo in gola è una delle più potenti rappresentazioni dell’immagine nel cinema italiano del nuovo millennio, ma rischia di predicare nel deserto.

Info
Il Cristo in gola sul sito del TFF.

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