Before, Now & Then

Before, Now & Then

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Presentato nel concorso internazionale del Red Sea International Film Festival, Before, Now & Then è il quarto lungometraggio della regista indonesiana Kamila Andini che realizza un nuovo ritratto femminile, stavolta di ambientazione storica rievocando un momento drammatico della vita del paese, quello del colpo di stato del 1966 che fece passare l’Indonesia da una dittatura a un’altra.

Evolution of an Indonesian Family

Nana è una giovane donna che si trova coinvolta nei tumulti politici degli anni Sessanta. Suo marito è stato rapito e portato nella foresta. Sebbene sia riuscita a fuggire dal capo della banda che voleva costringerla a sposarlo, l’incidente è costato la vita a suo padre e l’ha spinta in povertà. Diversi anni dopo, vive comodamente come seconda moglie di un ricco uomo sundanese. Ma il passato di Nana riemerge nei suoi sogni. [sinossi]

Sukarno feed your people: è la frase di protesta che costa la vita a Billy, il fotografo di Un anno vissuto pericolosamente, il film di Peter Weir ambientato in un periodo turbolento della storia indonesiana, in un momento in cui il dittatore Sukarno, avvicinatosi all’ideologia comunista, si apprestava a essere rovesciato da un nuovo dittatore, Suharto, ancora più spietato, fautore di spietate purghe anticomuniste. La regista indonesiana Kamila Andini ambienta in quella fase delicata della storia del proprio paese, il suo quarto lungometraggio, Before, Now & Then (il titolo originale è Nana), presentato in concorso al Red Sea International Film Festival 2022 dopo l’anteprima alla Berlinale e il passaggio ad altri festival. Si tratta anche del primo adattamento letterario per la regista che riprende una parte di un romanzo biografico, Jais Darga Sunani di Ahda Imran sulla vita di Raden Nana Sunani.

Dopo il film Yuni, che vedeva protagonista una ragazza nella sua lotta per l’emancipazione contro certe regole assurde della sharia, la legge islamica in vigore nell’Indonesia, Kamila Andina torna a costruire un sentito e delicato ritratto femminile. Nana è una bella donna sola, accasata con un marito che la trascura e che forse la tradisce, viste le sue assenze misteriose che danno luogo ad allusioni e maldicenze delle signore bene che frequentano la casa. La protagonista vive in un’elegante dimora aristocratica, nell’area di lingua sundanese, nella parte occidentale di Giava, dove è accudita dalle domestiche e dove si svolgono serate musicali con musicisti che utilizzano strumenti tradizionali. Sembra una versione indonesiana di Miss Oyu, uno dei capolavori di Mizoguchi anche per l’analoga centralità della figura femminile, oppressa. Ma questo è solo uno dei vari echi dal cinema orientale cui guarda Kamila Andini. Nel modo in cui la storia nazionale si ripercuote in una storia famigliare, con le notizie che arrivano dai notiziari radio, ci avviciniamo a Città dolente di Hou Hsiao-hsien o a Evolution of a Filipino Family di Lav Diaz. E la vita della protagonista è raccontata in un mélo elegante, diverso dagli altri film della regista, con una glacialità patinata alla Wong Kar-wai. Spesso la regista si lascia andare a momenti onirici, nell’ambiente selvaggio della foresta, dove albergano i fantasmi. E qui siamo dalle parti di Apichatpong Weerasethakul.

Kamila Andini sa raccontare la vita intima di una donna, i suoi sentimenti, i suoi amorosi sensi, i suoi desideri, insieme agli incubi del passato, nascosti sotto l’opprimente cappa rappresentata dal marito. Potrebbe sembrare una donna emancipata, Nana, perché ha avuto due consorti, ma a ben vedere è il secondo che le concede, anche per sbarazzarsene, di tornare al suo precedente amore, una volta rispuntato fuori. Sembra anzi quasi masochista nella sua devozione verso quel prepotente marito, che a tavola comincia a mangiare i manicaretti amorevolmente preparati dalla moglie, per poi dare il segnale per autorizzare anche gli altri famigliari di iniziare la cena. E viene umiliata, di conseguenza, nel momento in cui i figli vengono sottoposti alla penosa decisione di scegliere con quale famiglia stare. La sua amicizia intensa e passionale con un’altra donna, Ino, è ambigua, oltre che a rappresentare il sogno di un mondo senza uomini. Un mondo senza uomini, un mondo di libertà vagheggiato dalle due donne e da loro paradossalmente associato alla dominazione olandese, da molti indonesiani ricordata come un’epoca relativamente più liberale rispetto al colonialismo giapponese, alle dittature successive e all’integralismo religioso islamico. Discutibile, ma lo stesso padre di Kamila Andini, il grande regista Garin Nugroho dipinge l’occupazione olandese in Soegija in forma tutto sommato benevola.

La battuta sulla libertà come sotto l’occupazione olandese è uno dei tanti riferimenti storici inseriti dalla regista in un film che, come si è detto, ha come momento clou la notizia del passaggio tra Sukarno e Suharto. Nana sembra comunque ossessionata dall’epoca coloniale. Si propone di essere come l’acqua per adattarsi ai capovolgimenti politici repentini del governo: un giorno bisogna essere comunisti, il giorno dopo anticomunisti. Il clima che si respira è schizofrenico. Un ragazzo del circondario è stato arrestato perché comunista. Comunista lui? Eppure è un bravo ragazzo. A riportare la notizia un’altra persona del luogo, il cui fratello è un tenente dell’esercito. Sono i discorsi che si fanno attorno a un fuoco. Nana è una donna corteggiata e contesa tra due mariti: la donna è una metafora dell’Indonesia stessa, dei due dittatori che l’hanno posseduta e sfruttata.

Info
Before, Now & Then sul sito del Red Sea.

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