Riotsville, USA

Riotsville, USA

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La rappresentazione mediatica della stagione di scontri e proteste che ebbe il suo acme sul finire degli anni Sessanta, le metodologie di risposta governativa, le ricadute sull’attuale corso della storia degli Usa: un film di montaggio, che trova materiali inediti e prova a mettere in fila i vari aspetti di una delle fasi più cruciali, vista oggi a posteriori, dell’intero Novecento. Riotsville, USA, l’accurato lavoro di Sierra Pettengill torna a casa dal Torino Film Festival con il premio, sponsorizzato dalla piattaforma I WonderFull, per il miglior documentario internazionale in competizione.

All the Way with L.B.J.

Benvenuti a Riotsville, una città immaginaria costruita dall’esercito americano. Utilizzando tutti i filmati d’archivio, il film esplora la militarizzazione della polizia e crea una contro-narrativa alla reazione della nazione alle rivolte della fine degli anni ’60. [sinossi]

Nell’estate del 1967, con le rivolte di Newark e Detroit, lo scontro sociale tra lo Stato americano e i movimenti per i diritti civili degli afroamericani raggiunge lo zenit. I centri urbani messi a ferro e fuoco, i negozi assaltati, una settantina di deceduti: la classe medio e altoborghese (bianca) comincia a preoccuparsi davvero e il presidente Lyndon Johnson, al primo pieno mandato dopo essere subentrato da vice a John Kennedy dopo l’assassinio, decide sul finire di luglio di fare concretamente qualcosa per affrontare il problema. Si istituisce, dunque, una commissione apposita, che prende il nome dal suo presidente, il senatore democratico dell’Illinois Otto Kerner, per indagare sulle profonde ragioni alla base dei “riots” e per rispondere, sostanzialmente, a tre quesiti: che cosa è successo? Perché è successo? Cosa si può fare per impedire che succeda di nuovo? Le conclusioni della commissione, formata da undici personalità bipartisan e non-partisan (come il sindaco di New York John Lindsay e il presidente del sindacato dei metallurgici I. W. Abel), vengono pubblicate da una piccola casa editrice diventando in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, mentre la stessa presidenza che le aveva commissionate finisce per ignorarle completamente. Un gruppo di politici per la maggior parte bianchi e uomini (un afrodiscendente, una donna), sostanzialmente moderati, arriva a sintetizzare praticamente lo stesso assunto alla base delle azioni della Black Panthers: “Stiamo diventando una nazione spaccata in due, due società in effetti, una nera e l’altra bianca, separate e ineguali”.

Era doveroso fare queste premesse storiche in sede di analisi, perché Riotsville, Usa, il documentario di Sierra Pettengill vincitore dell’apposita categoria al 40mo Torino Film Festival, orchestra intorno alla redazione di questo rapporto un lavoro accurato e complesso, frutto di ben sei anni di ricerche negli archivi, rimaneggiamenti, messa in ordine dei materiali in fase di montaggio. Il titolo è accattivante e sottolinea l’aspetto più curioso che emerge dalla mole di filmati: la costruzione, da parte dell’esercito, di tre finte città impostate come fossero un set cinematografico, chiamate appunto Riotsville, con lo scopo di addestrare militari di carriera, coscritti e membri volontari della Guardia Nazionale a fronteggiare gli scontri, di piazza e nelle strade. Ad addestramento avvenuto, l’allestimento di una tribuna prospiciente a questi finti centri cittadini permetterà ad un pubblico selezionato di assistere allo “spettacolo”. Abbiamo più volte letto, detto e ribadito, rivolta agli Stati Uniti, l’espressione “società dello spettacolo”, ma qui ne osserviamo una delle più limpide e contraddittorie manifestazioni. Pettengill si rende conto benissimo dell’assurdità, e manipola digitalmente alcune fotografie (un po’ alla stregua del magnifico lavoro compiuto da Peter Jackson in They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani) per amplificare la nostra percezione: cosa stavano pensando i militari impegnati a interpretare i rivoltosi? Stavano violentando il loro amor patrio per un bene supremo? Stavano sfruttando l’unica occasione concessagli dal loro status sociale e dalle scelte di vita per protestare contro il sistema? E, tra tutti questi, quale era lo stato d’animo dei militari neri? Hanno dovuto convivere con un complesso dell’impostore per tuta la vita pur di sfamare le loro famiglie? Se il grande cinema è tale anche per la qualità e la profondità dei quesiti che fa balenare nella mente dello spettatore, quesiti che non lo lasceranno più anche oltre lo scorrere dei titoli di coda, qui siamo di fronte ad un lavoro riuscito oltre ogni ragionevole dubbio.

A riempire le sacche della narrazione, serrata e incalzante, Pettengill seleziona una quantità eterogenea di fonti, prendendone una su tutte come modello ed esempio: la PBL, Public Broadcasting Laboratory, contenitore antesignano della PBS (la tv pubblica) ancora di là da venire. Nella più nobile accezione di servizio pubblico, vediamo stralci di dibattiti che mettono a confronto rappresentanti delle più varie istanze, posizionando ai due estremi lo sceriffo di una contea del profondo West e un membro della fratellanza nera musulmana che faceva capo a Elijah Muhammad e Louis Farrakhan (la Nation of Islam, per intenderci, che ebbe tra i suoi leader Malcolm X). Il dibattito nel Paese, dunque, o quantomeno tra la maggioranza dei cittadini, era molto più “avanti” rispetto al brutale regime repressivo e poliziesco con cui l’amministrazione (democratica prima, repubblicana poi con l’avvento alla presidenza di Dick Nixon) decise di far fronte alle contestazioni: è questa la tesi che il film propaganda, portando una messe imponente di prove a supporto. Torniamo per un attimo alle risultanze della commissione Kerner, caso probabilmente unico nell’intera storia americana per i motivi sopra esplicitati, e alle tre, semplici, conclusioni a cui approda: “1. Creare programmi di una scala adeguata alle dimensioni dei problemi. 2. Mirare questi programmi affinché abbiano un elevato impatto nell’immediato futuro e chiudano la distanza tra la promessa e la realizzazione. 3. Avviare nuove iniziative ed esperimenti che possano cambiare il sistema di insuccessi e frustrazioni che ora domina il ghetto e indebolisce la nostra società”. Come spesso si può osservare, sempre per rimanere nel nostro ambito, quello cinematografico, nei documentari di Frederick Wiseman (si vedano, sul caso specifico, i recenti In Jackson Heights e City Hall), una società dinamica e stratificata come quella statunitense avrebbe al suo interno i germi e le risoluzioni capaci di orientare ed indirizzare verso un cambiamento in senso egualitario della società, anche solo, cinicamente, per favorire la pace sociale e tutelare la proprietà privata da devastazioni e criminalità. Ma, e gli ultimi accadimenti relativi al movimento Black Lives Matter lo dimostrano, a trionfare ed affermarsi sono quasi sempre le spinte in senso contrario. In uno dei dibattiti della PBL, un afrodiscendente arriva a proporre di destinare tre dei cinquanta Stati dell’Unione alla popolazione nera, in modo da formare un enclave capace di proteggere deboli ed isolati dalla aggressioni razziste e dalla brutalità della polizia. Può sembrare, e magari lo è, una proposta razzista anch’essa, ma la progressiva militarizzazione delle forze dell’ordine e dell’intera gestione dell’ordine pubblico, cominciata in maniera massiva proprio in quell’estate passata paradossalmente alla storia come “Summer of Love”, è lì a rappresentare un moloch diventato sempre più inscalfibile. Mentre il movimento hippie, per la stragrande maggioranza bianco e borghese, predicava la pace eterna, sulle barricate e nelle trincee vietnamite i figli della “working class” erano costretti a imbracciare le armi, per difendere la propria comunità o solo la propria vita in un territorio ostile.

Sierra Pettengill, in conclusione, si “sporca le mani” agitando le acque di una materia incandescente e impossibile da comprimere in un’ora e mezza di proiezione, operando inevitabilmente semplificazioni, sintesi eccessive, voli pindarici. Ma riesce a portare nuovi/vecchi argomenti all’interno del dibattito, continuando quell’opera di emersione del rimosso, di divagazione dalla narrazione storica codificata, che speriamo continui senza pause, in tempi di accesso alla digitalizzazione e al recupero di filmati d’archivio alla portata di tutti, o quantomeno di molti.

Info
Riotsville, USA sul sito del TFF.

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