Orlando
di Daniele Vicari
Settimo lungometraggio di fiction per Daniele Vicari, Orlando vede un ottimo Michele Placido protagonista di un dramma/commedia interculturale, dove il contatto e il conflitto tra realtà lontane avvengono tutti all’interno dello spazio-tempo europeo. Remota cultura contadina della provincia italiana a confronto con la modernità della globalizzazione. Film buono e imperfetto, al quale manca una più robusta compattezza espressiva.
Il genocidio culturale
Contadino che vive lontano dal mondo in un remoto paesello in mezzo ai Monti Sabini, l’anziano Orlando è bruscamente richiamato nel mondo moderno dall’improvvisa morte di suo figlio avvenuta a Bruxelles, dove il figlio si era trasferito contro il volere del padre in cerca di migliori fortune. Dopo aver interrotto per anni ogni rapporto con la famiglia in Belgio, Orlando è così costretto a un viaggio nella capitale fiamminga per occuparsi delle esequie. Lì fa la conoscenza con la sua nipotina, Lisa, rimasta sola e precocemente autonoma nella gestione della propria vita. Per Orlando è la scoperta di un mondo a lui del tutto sconosciuto, e anche l’avvio di un faticoso percorso di avvicinamento affettivo a Lisa… [sinossi]
La globalizzazione non arriva ovunque. Non ancora. In Italia, almeno, restano tuttora alcune di quelle che Pier Paolo Pasolini, parlando del suo Decameron (1971) ambientato a Napoli, avrebbe definito «sacche storiche». Realtà geoantropologiche rimosse, che letteralmente sembrano vivere altri spazi e altre epoche rispetto alla sempre più scatenata modernità transcapitalistica. Nel caso del protagonista eponimo di Orlando, settimo lungometraggio di fiction di Daniele Vicari, assume un ulteriore rilievo anche l’età del personaggio. Non è mai dichiarata con precisione, ma di sicuro l’Orlando interpretato da un ottimo Michele Placido appartiene a lontane generazioni, probabilmente poco più che postbelliche. Del nuovo mondo Orlando non sa niente. Rimasto a vivere in mezzo ai Monti Sabini dalle parti di Rieti, solitario e accumulatore di denaro, sorta di aggiornamento del Mazzarò della novella verghiana «La roba» (1880), l’uomo è bruscamente richiamato nella modernità da una telefonata in cui gli viene annunciato che suo figlio, con il quale non parla più da anni, è improvvisamente morto a Bruxelles, dove si era trasferito in cerca di migliori fortune. Orlando intraprende così un viaggio, esteriore e interiore, in cui ha modo di esperire grande senso di disagio, estraneità, al quale reagire, almeno sulle prime, anche con riottosi rifiuti di adeguarsi e di capire. A Bruxelles Orlando incontra poi la sua nipotina, Lyse (o Lisa, all’italiana), rimasta sola, precocemente matura e autonoma nella gestione della propria vita. L’incontro con Lisa è di nuovo foriero di avvicinamenti e allontanamenti, di bruschezze e di indugi, a poco a poco di asciutta tenerezza.
La sacca storica, si diceva. Orlando esordisce con un rapidissimo e stilizzato bozzetto di provincia. Non è un avvio brillantissimo, a dire il vero, quello di Orlando. L’Italia pullula ancora, certo, di remotissime province non più che sfiorate dal progresso, ma la ricostruzione del paesello originario del protagonista è spinta fino ai limiti dell’improbabile. Respira aria di Italia anni Cinquanta, nei profili umani e antropologici – il bar come unico punto di riferimento per la comunità, con tanto di posto pubblico telefonico, la barista agghindata come un’obsoleta ostessa. Non si discute la veridicità del narrato; restano magari più problematici i mezzi espressivi prescelti. Il film procede poi su note non del tutto persuasive seguendo l’arrivo di Orlando a Bruxelles. Nell’approdo del protagonista nella capitale belga le ellissi narrative sono fin troppe, così come Vicari sembra fare un eccessivo ricorso alle distorsioni delle lenti per restituire il senso di straniamento e spaesamento di Orlando a contatto con la modernità. Più che vissuto lontano dalle metropoli per decenni, Orlando sembra liberato da un lungo incantesimo, nato una seconda volta, non propriamente travolto dal progresso ma semplicemente impassibile e non comunicante con il mondo intorno. Non comunicante: nella costruzione del personaggio di Orlando la scelta di un iniziale lungo mutismo ha precise ragioni – Orlando parla a malapena l’italiano, come dirà la nipotina Lisa, e assume il profilo di quegli anziani di paese, grandi lavoratori, poche parole e molti fatti, poche parole e fortune più o meno grandi accumulate nel corso degli anni. Tuttavia, si rilevano di nuovo scelte eccessive nel loro pur apprezzabile rigore.
Poi a poco a poco il personaggio di Orlando si scuote dal ghiaccio, assume tratti sempre più umanamente credibili. Non si tratta di un convenzionale “personaggio che cambia”, avviato sulla strada della redenzione e della scoperta di un sé migliore. Vicari tiene l’insieme narrativo su un pregevole punto di essenzialità e verosimiglianza. Non è un film di svolte, Orlando, ma di spostamenti impercettibili. Pur prosciugato nella sua fisionomia stilistica, il film di Vicari costeggia qua e là anche qualche archetipo del cinema italiano dedicato ai destini di connazionali all’estero – in apertura il film si dichiara come omaggio a Ettore Scola, la cui lunga filmografia annovera anche Permette? Rocco Papaleo (1971) che segue un Marcello Mastroianni in veste di emigrante in trasferta americana. Così, Michele Placido apre qualche spiraglio di commedia trattenuta e allentata, fatta di piccolissime notazioni – si veda in Belgio l’accoglienza riservata da Orlando a Kalidou, padrone di casa di colore che il villico italiano accoglie con un canonico “Non ci serve niente, grazie”, neanche lontanamente consapevole che un uomo di colore possa essere anche padrone di casa. Gira con un mazzone di contanti cuciti nei panni, Orlando. Appena giunto a Bruxelles e ricongiunto con la nipotina, si mette a lavorare nonostante la sua età. Sa far questo, cucinare un po’, e poco altro. Lavorare e accumulare. Così facendo Vicari dà risalto a modelli economici e finanziari superati dal tempo. In epoca di obblighi di POS, Spid e PagoPA, non c’è più posto per una figura come Orlando. In questa frattura fra presente e passato italiani Vicari riesce a raccontare bene i rapidissimi cambiamenti, srotolati in due o tre decenni, che il nostro paese e l’intero mondo capitalistico hanno affrontato e imposto dall’alto su modelli antropologici divenuti bruscamente desueti. Sacche storiche, per l’appunto. I posti pubblici telefonici erano ancora indicati nelle nostre province fino almeno alla fine degli anni Ottanta. In mezzo a questi cimeli fa capolino pure la fisarmonica. Orlando si apre esibendo il suo protagonista intento a suonarla. La ritroverà anche in Belgio, terra di antichi migranti italiani, metafora di una cultura paesana, fatta di riti e feste di piazza, sotterrata sotto i colpi della musica popolarmente consumata e pressoché mai autonomamente prodotta. Spotify contro la fisarmonica. Forme di musica schiettamente aggreganti; s’imbraccia la fisarmonica ed è sufficiente una stanza per divertirsi.
Ancor più finemente è cesellata la crescita del rapporto fra Orlando e Lisa. Vicari lavora splendidamente con la bambina, Angelica Kazankova, precocemente dotata di una dizione ai limiti dell’attrice professionista. Un tenue tiremmolla fra nonno e nipote, con in mezzo la rigida pesantezza dell’istituzione che continuamente incombe a contenere lo spontaneo sgorgare del comportamento umano: la polizia, il consolato italiano a Bruxelles, i servizi sociali. Orlando assume i tratti di un’opera profondamente sentita, sinceramente ispirata – Daniele Vicari è originario di Castel di Tora in provincia di Rieti dove si sono svolte le riprese della prima parte del film, ed è ipotizzabile una discreta e asciutta aderenza personale da parte dell’autore verso una geoantropologia a lui familiare. Eppure, è un’opera generosa ma imperfetta. Se l’incipit presenta qualche problema, altrettanto possiamo dire riguardo a uno scioglimento affrettato, che cede anche a un inaspettato eccesso di sentimentalismo. Globalmente pare eccessiva pure la durata, così come la prova di Placido va a crescere robustamente dopo un avvio opaco. La solitudine è qui, a un passo, per chi non sa, non vuole o non può vivere nel presente. Ma può essere anche una solitudine fiera e orgogliosa, una forma di resistenza culturale. Dove mica si sta male, in fondo.
Info
Il trailer di Orlando.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Orlando
- Paese/Anno: Belgio, Italia | 2022
- Regia: Daniele Vicari
- Sceneggiatura: Andrea Cedrola, Daniele Vicari
- Fotografia: Gherardo Gossi
- Montaggio: Benni Atria
- Interpreti: Angelica Kazankova, Celine Andrè, Chiara Scalise, Christelle Cornil, Daniela Giordano, Denis Mpunga, Fabrizio Rongione, Federico Pacifici, François Neycken, Lola Deleuze, Michele Placido
- Colonna sonora: Teho Teardo
- Produzione: Rai Cinema, Rosamont, Tarantula
- Distribuzione: Vision Distribution
- Durata: 122'
- Data di uscita: 01/12/2022




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