Antonio Rezza: «La trama è una trappola»

Antonio Rezza: «La trama è una trappola»

Antonio Rezza è nato. Si occupa, in collaborazione con Flavia Mastrella, di comunicazione involontaria, spaziando tra cinema, teatro, televisione, letteratura. Hanno realizzato tredici opere teatrali, sei film lungometraggi (tra cui Escoriandoli presentato a Venezia nel 1996, Delitto sul Po, Milano Via Padova e Samp, presentato alle Giornate degli Autori nel 2020) e una serie sterminata di corto e medio metraggi. Nel 2013 sono stati loro conferiti il Premio Hystrio e il Premio Ubu. Nel 2018 viene loro assegnato dalla Biennale Teatro di Venezia il Leone d’oro alla carriera. Il Cristo in gola, firmato dal solo Antonio Rezza, ha aperto il Torino Film Festival 2022. Abbiamo incontrato Antonio Rezza a Milano in occasione della presentazione del film al cinema Beltrade.

Nel film Il Cristo in gola ci sono spesso dei commenti sonori che, si capisce, sono brani che riguardano l’Argentina. Sono discorsi di Peron, Evita e Videla. Come mai questo sottotesto? E perché abbinare dittatori spietati a figure populiste ma passate nell’immaginario come personalità storiche positive?

Antonio Rezza: Perché aggiungevano pathos, è stato casuale ed è partito dall’Arcangelo Gabriele, interpretato da questo ragazzo, Gianmarco Balsamo, che aveva fatto il servizio militare da poco. Non sapendo come vestirlo ci è venuto in mente di fargli mettere la divisa. Poi mi sono imbattuto casualmente nella marcia peronista e mi sembrava che rappresentasse bene il suo momento, quando cammina sulla spiaggia. Allora ho fatto una ricerca e ho trovato la voce di Evita, quando parla di capitalismo, di umanità. Mi è sembrato che stesse bene, che rafforzasse il ritmo patologico, il pathos. Perché il pathos è patologia. E ho continuato questa ricerca negli anni. Ho inserito Videla quando il film era quasi finito. Io sono molto attratto dai criminali perché a livello ritmico danno una musicalità, maggiore rispetto alle persone buone. Mi emoziona più un criminale che San Francesco. La rappresentazione della bontà nell’arte è una grande menzogna, è falsificazione. Il tono caldo della voce di Videla ti sembra quello di un francescano, di una persona che si occupa dei diritti dell’uomo. Sapendo quello che ha fatto, accresce il pathos. Però si doveva capire alla fine. Il film finora è stato proiettato sottotitolato in inglese, però le parti in spagnolo non sono sottotitolate. Sono un effetto sonoro. Non volevo aggiungere un significato ideologico al cattivo. Sarebbe stato troppo ideologico. L’umanità sta vivendo giorni tremendi. Un conto è leggerlo, un conto è sentire solo il suono. Sarebbe diventato falso.

Di solito tu non hai modelli artistici. Perché il ringraziamento a Pasolini nei titoli di coda?

Antonio Rezza: Volevo fare questo film facendo un omaggio filologico a Pasolini. Finché non recito le sequenze sono quelle di Pasolini, di Il vangelo secondo Matteo. Identiche. Certo, l’impostazione è diversa, Pasolini non ha usato i bambolotti. Poi, quando ho cominciato a recitare, il film è sfuggito di mano, come è giusto che sia. Qui scippo all’autore nazista il controllo dell’opera. Se c’è una cosa che non sopporto è l’autore che controlla. Io riesco a disubbidirgli. Perché non c’è arte di valore oggi? Perché l’autore vuole avere il primato sull’opera. Io il film me lo sono strappato dalle mani col corpo. Devi essere disincantato e pure bravo per fare una cosa del genere. Non di una bravura che uno si fa i complimenti da solo. Devi capire che l’autore ha il mito dell’opera, che controlla. La tira per la giacchetta. Quello che stanno facendo adesso a Pasolini, io non gliel’ho fatto. Dopo quindici minuti ho abbandonato col corpo questa trasposizione speculare. Ma Pasolini sta soffrendo più adesso che da vivo. Gli stanno facendo di tutto. Una volta perché è il centenario, una volta perché è l’anno prima del centenario, una volta perché è l’anno dopo. Una volta perché son trent’anni che è morto. Lui non l’avrebbe mai permesso. Che bisogno c’è? Perché uno non cerca idee autoreggenti e si va ad arrampicare su quello che è stato? Se fossi morto e mi facessero una cosa del genere… Per fortuna c’è mio figlio Giordano. Gli insegnerò a sparare per farlo diventare il mio sicario, per impedire cose del genere su di me.

Giuseppe dice a un certo punto che la trama è una grande trappola. Sembra una sentenza che vale per tutto il tuo corpus artistico, cinema, teatro, letteratura. Perché quella frase?

Antonio Rezza: Quello è un gioco. Il ragazzo che interpreta Giuseppe ha fatto l’obiettore di coscienza a Genzano, vicino a Roma, tanti anni fa. È siciliano. Ha fatto tutti i nostri corti, era anche in Samp. Da quando lo conosco lo prendo in giro sul TR come si dice in siciliano. Abbiamo fatto questa filastrocca in siciliano con tutte le parole che cominciano con TR. Trapani, Tropea. E, puta caso, è venuto fuori che una delle cose che odio di più, che è la trama, inizia con TR. Io e Flavia lavoriamo per frammenti, non ci interessa la trama. La trama è una trappola perché prende per mano chi guarda un film, chi vede uno spettacolo. Diventa un passamano miserabile. Viviamo nella trappola della trama. Ogni sera muoiono, impiccati al filo del discorso, migliaia di persone nei teatri, nei cinema. E non c’è mai un telegiornale che dica: «Ieri sono morte, impiccate nel filo del discorso, mille o tremila persone». Senza trama ci si diverte di più, per sconnessione. Gli ho scritto una tiritera con parole che iniziano con TR ed è uscito che anche la trama inizia con il TR. La trama è una trappola, il trucco triviale del truffatore che traghetta. C’è in questo gioco un manifesto politico. Quando io gliel’ho scritta, lui non l’ha imparata a memoria. Quindi quella scena è stata girata più volte. Lui, siciliano, non riusciva a parlare siciliano, io, non siciliano, pronuncio il TR meglio di lui, diventava ossessivo. Gliela dettavo in tempo reale, lui la diceva. Poi è stata brava Barbara Faonio a montarla come se non fosse staccata. Eliminando la mia voce, perché io dicevo la TRama è una grande TRappola e lui pure e certe volte si sovrapponevano. Nasce da un gioco anche quello. Io mi rompo i coglioni mentre scrivo un libro, perché mi accorgo che riesco a seguire un filo. L’ultimo libro, che uscirà tra qualche mese, ho cominciato a scriverlo nel 2009, un poliziesco, e mi sono accorto che riuscivo a portare avanti la vicenda poliziesca con grande facilità. E allora andando contro me stesso, mi son rotto le palle, ho abbandonato il libro per riprenderlo tempo dopo. È un libro che sembra staccato, poi si riunisce alla fine, proprio perché mi annoio a vedere che una cosa uno la sa fare. Anche se la so fare io, non ho riguardi verso me stesso. Per questo i miei spettacoli sono così, non riuscirei mai a seguire un’idea. Con Flavia Mastrella lavoriamo sul frammento. Abbiamo la stessa mentalità che è contraria alla narrazione unilaterale. Godiamo di questo privilegio, c’è una sconnessione.

Ancora una volta, dopo Samp, un film che esce da un lavoro di decenni, dove poi assembli le immagini nel corso degli anni. Sembrano le traversie di Orson Welles per esempio per l’Otello. Però tu non ti poni il problema della verosimiglianza, del fatto che puoi mostrare età diverse nel corso del film. Il risultato è un patchwork dadaista. Come mai?

Antonio Rezza: Il paragone con l’Otello di Welles l’ha fatto anche il regista Daniele Gaglianone, però lui dice che non se ne sarebbe accorto se non avesse visto la scritta finale. In effetti la mia barba è diventata bianca nel corso del film. È coevo di Samp. Nel 2001 abbiamo iniziato a girare Samp, finito nel 2020. Nel 2004 ho proposto a Flavia Mastrella l’idea di partecipare a un film su Cristo, lei non volle partecipare perché diceva che sarebbe stata in ogni caso pubblicità alla religione di Stato, occulta o meno. E nemmeno tanto occulta perché escono duemila articoli su questo film. Aveva ragione. Ma non potevo perdermi l’occasione di misurarmi con una figura che così fisicamente mi assomiglia. L’ho voluto fare come gesto performativo. Quando vedevo la raffigurazione di Cristo non potevo non pensare al corpo mio. Ho fatto le scuole elementari dalle suore, sono cresciuto con loro ma non ho mai subito violenza.

Non ti poni nemmeno la questione della forma, delle inquadrature e dei movimenti di macchina che non sono mai canonici.

Antonio Rezza: Se fai un film in 18 anni, lo fai per te. Se fai un film in 18 anni e lo fai per lo spettatore, e magari lo fai pure brutto, sei deficiente. Anche perché per fare una cosa brutta ci si mette un attimo. Escono degli articoli che sembrano bellissimi, anche perché la critica non vede l’ora di trattare una materia che conosce, non vede l’ora di illudersi di capire perché si parla di Cristo. Quello che mi fa innervosire rispetto a certi articoli, è che sembra ti facciano un complimento perché vogliono mettere a confronto due stili. Accanto a certe inquadrature amatoriali, dicono, ci sono delle trovate sublimi. Io sono d’accordo solo sulla seconda parte. Ma poi cosa vuol dire amatoriale? Il concetto di amatoriale presuppone un disimpegno. Qui il disimpegno non esiste proprio. Non c’è una mente disimpegnata quando facciamo le cose, è sempre un trauma. Non c’è un’inquadratura che possa essere stata fatta senza tormento. Girare un film è una cosa respingente, è faticoso, non è allettante né divertente. Per farti un complimento, affossano delle cose. Non sanno quello che dicono. Non condivido i complimenti in questo senso.

Flavia Mastrella risulta comunque aver progettato la grande croce, che ci riporta alle sue scenografie teatrali, a quegli oggetti che ingabbiano la tua fisicità.

Antonio Rezza: Lei comunque fa parte della coproduzione automaticamente, perché utilizziamo la stessa montatrice, lo stesso laboratorio, le stesse persone, anche se non partecipa. Ognuno di noi due è coproduttore dell’alto di qualsiasi opera. Io le chiesto di fare una croce grande. Lei si è ispirata alle croci russe. Adesso ispirarsi alle cose russe ti fa passare per filorusso, quando invece gli americani sono il nemico numero uno, che fanno quel cazzo che vogliono e poi escono da innocenti. Nell’esercizio del potere si è tutti criminali. Però da qui a diventare filoamericani sarebbe abbastanza grave. Disegnò questa croce con proporzioni esagerate. Quando l’ho vista dal falegname speravo di aver sbagliato a vedere. Infatti era pesantissima, nonostante fosse cava all’interno, non riuscivo a spostarla di mezzo metro, mi faceva male sull’osso. Abbiamo messo un cuscinotto a angolo retto sulla croce come imbottitura. Si perde la figura del Cristo in questa croce così grande.

I titoli di testa sono scritti su delle croci che tu pianti. Alla fine c’è un’ultima croce vuota. Di chi è?

Antonio Rezza: È quella della regia. La parola che mi sta più antipatica, non la usiamo nemmeno per gli spettacoli, è regia. Il “di” rappresenta tutto. Nel “di” c’è la scenografia, la fotografia, la regia. Dove non vengono elencate singolarmente fanno parte del “di”. La croce vuota è l’ennesimo attacco all’autore. Io detesto il controllo.

Si è discusso se il film fosse blasfemo o ateo. Io ci trovo comunque una palpabile sofferenza di Cristo. Come se riconoscessi la sua figura terrena, umana e storica, di un personaggio che comunque ha sofferto.

Antonio Rezza: Per un film così non puoi essere spensierato. Era un momento un po’ difficile. Sempre in modo infantile si ripercuote in quello che fai, lo stato d’animo che hai. Questo smitizza la grandezza dell’arte, perché ogni autore anche involontariamente segue il proprio stato d’animo. Noi abbiamo avuto un’espansione indipendente che ci ha portato nel 1999 ad andare in tutti i teatri. Escoriandoli era stato a Venezia, Troppolitani era su Raitre. E poi l’abbiamo pagato con un embargo totale. Sono stati dei veri e propri dispetti veri che abbiamo subito. Infantilmente uno, senza capire la cilindrata che ha, può rattristarsi e essere un po’ più disperato in quel momento. Non che la disperazione non ci sia sempre. Quando ho fatto il Cristo non ero in uno stato d’animo di contentezza, non voglio dire di felicità. Avevamo appena abbandonato il cinema paradossalmente quando abbiamo iniziato a girare il film. Non era libero come il teatro in quel momento. In quel momento avevamo fatto Fotofinish, dove c’è pure il crocifisso, che è lo spettacolo che amo di più perché è quello che segue un cambiamento deciso di rotta, quello più gioioso, nonostante il periodo fosse veramente difficile. Era lo spettacolo più gioioso e drammatico che abbiamo mai fatto. Non è che se uno è triste deve necessariamente fare cose tristi. Può fare cose già più comiche nel senso diabolico del termine e disperate nello stesso tempo. Per quanto riguarda l’urlo che faccio, va detto che se fossi un attore non avrei avuto questa fortuna. La sorte è stata generosa con me, non mi ha reso una macchietta. Perché avevo previsto gli aforismi di Stanisław Jerzy Lec da recitare, che sono sentenziosi. Incapace a recitarli ho cominciato a strillare, perché eravamo lì con la troupe, più per la disperazione. E io che faccio, che mi ero scritto tutto e non riesco a dirlo? Ero veramente fasullo come ogni attore che fa quel determinato ruolo non perché ami quel ruolo ma perché lo pagano. Son tutti fasulli. Gian Maria Volonté purtroppo come noi ha predicato in un deserto. Faccio un esempio dei più alti, un attore performativo di livello superiore anche di quelli più bravi. Anche di Mastroianni che era un grande attore. Mastroianni ha un pathos diverso anche nelle cose più allegre che fa. Ma per come recitano gli attori di oggi, Volonté è come se non fosse mai esistito. Questo mio film è un processo all’attore. Io da incapace a recitare sono riuscito a fare quello che ho fatto, questi da incapaci continuano a fare quello che non devono fare.

Se pensiamo che Volonté ha interpretato due volte Aldo Moro, e pensiamo a come oggi vengono realizzati al cinema i personaggi storici, cercando la somiglianza totale anche con gli effetti prostetici. Volonté non aveva bisogno di essere uguale a Moro. Che ne pensi?

Antonio Rezza: C’è una sindrome da Alighiero Noschese negli attori di oggi, cercano di assomigliare all’originale rinunciando alla propria identità. Volonté ha tatto tremila cose ma senza rinunciare alla sua identità, si vedeva che era Volonté, che faceva quello ma non da imitatore. E nemmeno era uno che coglieva da quel personaggio storico, o dai personaggi che ha fatto per Sergio Leone, lo stato d’animo. Era estraneo allo stato d’animo, lo travalicava. Si dice che Fellini volesse fare un film con lui, ma lui era talmente ossessivo, gli faceva talmente tante domande che Fellini, non essendo abituato a dare risposte, non riuscì a portare a termine la collaborazione. In una sua autobiografia Volonté dice che lui lavorava con i suoi taccuini. Era ossessivo con quei suoi taccuini. Sarebbe così penoso capire come faccio a fare quello che faccio con i taccuini, però mi serve. Ognuno adesso si traveste da quello che non è, e risulta fasullo prima ancora di iniziare.

La figura del diavolo nel film è interpretata da questa anziana signora, un personaggio bellissimo. Come l’avete trovata e come avete lavorato con lei?

Antonio Rezza: Si chiama Maria Bretagna. L’abbiamo trovata lì, quando abbiamo preso il B&B per girare a Matera, lei abitava lì in un cortiletto vicino. Ha cominciato a interagire con noi, a parlare. Io avevo pensato a un diavolo molto più tradizionale, un ragazzo con gli occhi spiritati. Quando ho sentito parlare lei, ho pensato potesse farlo lei. Lei non ha mai capito che stava facendo il diavolo. Faceva le cose che gli dicevo di dire e poi parlava a ruota libera. La frase «A me i vecchi non mi piacciono» è partita da lei. Certe volte partiva e trovavamo questo tesoro narrativo in lei. Un personaggio davvero inquietante invece è quello di Maria, in certi momenti esprime un cinismo e una cattiveria negli occhi, e si rasserena solo quando vede che il figlio ricomincia a lavorare. Una cattiveria somatica che rispetta la cattiveria dell’essere umano.

Puoi parlarmi del finale, così brusco e tranchant? C’è una ciclicità che manca nei vangeli. Gesù si fa Dio e uccide il proprio figlio. Come mai?

Antonio Rezza: Il finale è clamoroso. Nel momento in cui divento Dio, crocifiggo il bambino, che è proprio il figlio mio, se non lo fosse stato non l’avrei potuto crocifiggere. Giordano, a sei mesi, l’ho crocifisso. Prendendo degli accordi con la madre, perché è pericoloso piangere così a quell’età. Dopo tre pianti me l’avrebbe portato via. Però quando ti ricapita? Un giorno mi ringrazierà. Se non fosse nato, non l’avrei fatto, e non era previsto. Era previsto solo che la Madonna crocifiggesse Gesù. Non per dissacrare ma, insomma, chi meglio di lei? E quando è nato Giordano l’ho crocifisso. Sono stato sempre meno violento di quello che sarà la società con lui. Ma il chiodo era finto, eh. Certo che se si drogasse quella scena diventa realista. Giordano si troverà con il ricordo del padre che l’ha crocifisso. Io ho un padre poliziotto, ha 89 anni, ma non porterò mai il ricordo di mio padre che mi spara. Mi spiace, un’occasione persa: era il suo strumento di lavoro. Ho sempre rimpianto di non aver ripreso la pancia di Stefania Saltarelli mentre aspettava Giordano. Volevo riprenderla nella sua massima estensione. Ma lei ha partorito venti giorni prima. Fu chiamata dall’ospedale, per una secchezza della placenta, per cui sarebbe stato pericoloso andare oltre. Quando me lo disse al telefono, la mia preoccupazione era la ripresa e non che stesse nascendo Giordano [ride, N.d.R.]. Mi crollò tutto. Avrei dovuto fare prima quella ripresa. Andai anche nell’ospedale ma l’ambiente era troppo asettico, non si potevano collegare le immagini. Questo ha fatto la forza del film, far vedere la pancia fotografata e simulare un’altra pancia che poteva essere soltanto il frutto di quel momento di violenza vendicativa. E facesse quindi scattare la promozione da Gesù a Dio. Almeno per quello che dice il diavolo, ma io non mi sembro molto convinto. Me ne accorgo ora: il fatto che il diavolo fosse consapevole di una cosa che a Dio sfugge. Quando lei mi dice: «Tu sei Dio», non è che ne sia sicuro. È come se mi desse la notizia lei, è pieno di significati che sfuggono anche a me. Quando me ne accorgo son contento. Il finale è grandioso. Dio crocifigge Gesù. Io ho dovuto fare come padre quello che Dio non ha fatto con suo figlio. C’è un po’ una competizione.

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