Bleeder

Bleeder, con cui l’allora ventinovenne Nicolas Winding Refn torna alla regia a tre anni di distanza dall’esordio Pusher, cerca il bizzarro punto d’incontro tra le ossessioni cinefile di Clerks e il racconto del sottobosco criminale danese, quei sobborghi proletari che saranno sempre in patria l’epicentro dell’autore di Bronson e Drive. Protagonisti alcuni dei volti ricorrenti del suo cinema, da Mads Mikkelsen, Kim Bodnia, e Zlatko Burić.

C’è del marcio in Danimarca

Leo e Louise sono una giovane coppia che vive insieme a Copenaghen in un appartamento misero e in condizioni economiche precarie. Leo è insoddisfatto della sua vita, e non riesce ad accettare il fatto che Louise sia incinta; i rapporti col fratello di Louise, Louis, sono molto tesi e peggiorano in seguito ad alcuni episodi di violenza di Leo nei confronti della compagna, fino al tragico finale. Non di secondaria importanza, ma senza togliere coerenza alla vicenda principale, la storia di Lenny, commesso cinefilo in una videoteca, e Lea, cameriera in un fast-food. [sinossi]

“Fritz Lang, Sergio Leone, Scorsese, Sergio Corbucci, George Romero, Fulci, Peckinpah, Rollin, Jacques Tourneur, Craven, Carpenter, Jack Hill, Richard Fleischer, Herzog, Morrissey, Ed Wood, John Waters, Suzuki, Stanley Kubrick, Fellini, Hitchcock, Siegel, Tod Browning, David Lynch, Jodorowsky, William Lustig, Melchior, Orson Welles, Ishirō Honda, David Lynch, John Woo, Jackie Chan, Russ Meyer, Abel Ferrara, Joe D’Amato, Fisher, Tobe Hooper, H.G. Lewis, Lenzi, Tarantino, Kurosawa, Jess Franco, Roger Corman, Larry Cohen, Deodato, Mario Bava, Jack Arnold, James Whale”, e poi dopo un attimo di esitazione “David Lean, Frank Capra, Pontecorvo, Tarkovskij, Wajda, Scola, Visconti, Cassavetes, John Huston, Anthony Mann, Fred Zinnemann, Godard, Howard Hawks, Truffaut, Robert Wise, Melville, Lars von Trier, Murnau, Lindsay Anderson, Gianni Amelio, Elia Kazan, Buñuel”. In un minuto e dodici secondi Lenny, il commesso della videoteca che è il cuore puro, anche se non necessariamente nobile, di Bleeder passa in rassegna tutti i registi che ospita sugli scaffali stracolmi di VHS: “Il resto”, sentenzia, “è una specie di guazzabuglio”. Ma al cliente che è entrato nella videoteca quei nomi interessano ben poco, e ad accorgersene è il ben più smaliziato Kitjo, che inizia dunque a sciorinare tutte le tipologie di film pornografici presenti nel negozio. Una sequenza dissacrante, non l’unica che puntella il fosco dramma attorno al quale si sviluppa l’anima nera del secondo lungometraggio da regista per l’allora ventinovenne Nicolas Winding Refn, ma che in qualche modo si propone come una sentenza. Lenny è puro proprio perché per lui il cinema è un elenco di nomi da sciorinare, in una pratica di ossessione cinefila che cozza con il mondo che lo circonda, perfino quello dei suoi amici più cari, persone che una pistola non si accontentano nel vederla sullo schermo – grande o piccolo che sia –, ma sanno come utilizzarla, con tutto ciò che questo può comportare. Si sa, d’altro canto, che c’è del marcio in Danimarca: nessuna sorpresa, dunque, nel vederla rappresentata sullo schermo. Lenny non è a ben vedere il protagonista di Bleeder, anzi la sua bislacca storia d’attrazione e seduzione con la cameriera Lea (Liv Corfixen, su di lei si tornerà tra non molto) rappresenta una gradevole e spiazzante evasione rispetto all’epicentro della narrazione, quella che vede la progressiva deflagrazione del rapporto tra Leo e la sua fidanzata Louise, sorella di Louis. Leo/Lea, Louis/Louise. In modo perfino troppo dichiarato Winding Refn ragiona per figure speculari, per contrapposizioni evidenti, con personaggi alla ricerca di un equilibrio che gli è forse negato da una società che li ha posti ai margini, e si disinteressa completamente dei loro destini.

Nørrebro, il quartiere in cui vivono e lavorano i protagonisti del film, è la zona più calda di Copenaghen, quella dove si svilupparono i primi scontri di piazza in Danimarca dalla Seconda Guerra Mondiale (nel 1993, per protestare contro l’ingresso del Paese nell’Unione Europea), e che gli squatter elessero a propria patria fin dai tumultuosi anni Ottanta. Nørrebro, il quartiere in cui nacque anche Mads Mikkelsen, che qui torna a lavorare con Winding Refn per interpretare Lenny. Nørrebro, l’opposto di ciò che la buona borghesia danese vorrebbe fosse scelto per rappresentare la nazione. In modo a dir poco schizofrenico il regista riprende il cuore nero di Pusher – dopotutto il cast arriva quasi completamente da quell’esperienza – ma lo lega a Clerks, il film di culto che nel 1994 rivelò al mondo il nome di Kevin Smith. Lenny e Kitjo sembrano davvero parenti stretti di Randal Graves e Dante Hicks, ma per Winding Refn gli Jay e i Silent Bob non stanno lì a declamare sentenze o a ciarlare. Sparano, drogano, uccidono, pestano. Al secondo film da regista Winding Refn sembra già essere completamente disilluso: la furia a pochi passi dal romanticismo di Pusher lascia posto a un dolore estremo, a una tragedia che prende corpo di fronte all’immobilismo di chi invece rifiuta la realtà, e si estranea nascondendosi nel cinema, trovando nell’immagine in movimento un rifugio dal vero, e dalle sue lordure. Lenny, Kitjo, Leo possono anche passare le serate nel retrobottega della videoteca, guardando classici del cinema e oggetti di culto, discettando di Steven Seagal e Bruce Lee (un dialogo che contrappone Lenny a Leo, e che in qualche misura sottolinea l’etica alla base del pensiero cinematografico di Winding Refn), ma non potranno mai davvero salvarsi dal vero.

Lenny ci prova ripetutamente, perfino quando cerca di corteggiare in modo abbastanza goffo Lea, permettendo anche al regista di togliersi un sassolino dalla scarpa nei confronti del connazionale Lars von Trier – è abbastanza noto come tra i due non corra buon sangue, forse anche perché Copenaghen non è una città abbastanza grande per entrambi (in effetti Winding Refn si è per un lungo periodo spostato oltreoceano) –, ma non può salvarsi dal reale. Il cinema non salva, ma permette di continuare a vivere. Di sopravvivere nel mondo, forse senza arrivare a comprenderlo, ma potendolo affrontare. Winding Refn ricorre all’estetica, muovendo la macchina da presa in luoghi angusti, flirta con il post-moderno, riadatta ai contorni panoramici di una capitale del nord Europa le traiettorie del cinema statunitense, dimostra di saper essere spiazzante, sarcastico, violento, tragico, accorato. Un piccolo saggio delle proprie idee registiche, che pur sviluppandosi in seguito non necessariamente raggiungeranno esiti più convincenti. Giustamente selezionato in Cinema del Presente alla Mostra di Venezia del 1999, nella prima edizione diretta da Alberto Barbera, Bleeder condivise lo spazio con opere dominate da un profondo vitalismo non privo di oscurità quali Gemini di Shinya Tsukamoto, Beau travail di Claire Denis, Come te nessuno mai di Gabriele Muccino, Julien Donkey Boy di Harmony Korine (parte del progetto “Dogme 95”, a proposito del ruolo svolto dalla Danimarca sul finire del Novecento), Barren Illusion di Kiyoshi Kurosawa, Ratas, ratones, rateros di Sebastián Cordero, e Il dolce rumore della vita di Giuseppe Bertolucci. Ma forse per comprendere davvero il senso di Bleeder, e le volontà/velleità di Nicolas Winding Refn, basta davvero tornare a quel monologo in cui in un minuto e una manciata di secondi Lenny/Mikkelsen passa in rassegna una parte non indifferente di storia del cinema. A proposito di gioco tra realtà e fantasia: Liv Corfixen, vale a dire Lea, è la moglie di Winding Refn da quasi venti anni, e durante il botta e risposta a Cannes dopo la proiezione di Too Old to Die Young il regista ha dichiarato che il vero padre della donna è Fritz Lang. “Fritz Lang”, eccolo il primo nome che cita Lenny. Chissà quale altra verità nasconde quel monologo. Chissà qual è la verità che vive all’interno della cinefilia.

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