Skinamarink

Skinamarink

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Il canadese Kyle Edward Ball non gira un horror, ma cerca semmai di filmare l’infilmabile, vale a dire l’incubo notturno, la sensazione di spaesamento di fronte al buio. In questo modo Skinamarink diventa un’opera quasi teorica, dove il senso dell’inquadratura si perde nell’oscurità, insieme a due infanti e alle loro paure primigenie.

Brivido nella notte

Due bambini, Kevin e Kaylee, si svegliano nel cuore della notte e scoprono che il padre è scomparso, insieme a tutte le finestre e le porte della casa. [sinossi]

“Skinnamarinky dinky dink | Skinnamarinky do, | I love you! | Skinnamarinky dinky dink | Skinnamarinky do, | I love you! | I love you in the morning, | And in the afternoon | I love you in the evening, | Underneath the moon…”; eccola la filastrocca per bimbi da cui è partito (o a cui è arrivato, chissà) il canadese Kyle Edward Ball per congegnare un’opera a suo modo impossibile come Skinamarink, che si segnala fin d’ora come uno dei pochi horror contemporanei a utilizzare l’escamotage del found footage per tentare di sondare le profondità meno percepibili dell’orrore, dell’angoscia. Se già M. Night Shyamalan – uno che sui dispositivi narrativi ha molto da insegnare – ai tempi di The Visit leggeva nel sottogenere del found footage, quello che finge la “verità” della ripresa, un modo per tornare all’archetipo, per riappropriarsi di tutto ciò che è primigenio, Ball si spinge un passo più in là. Shyamalan lavora infatti ancora sulla fiaba, vale a dire su qualcosa di costruito, che l’umano nel corso del tempo ha saputo cesellare, fornendo il racconto di una sua propria morfologia, con tanto di strutture e norme (si legga alla voce Vladimir Jakovlevič Propp); tutto questo non c’è in Skinamarink, che è approdato sugli schermi di alcuni festival internazionali come un terremoto, distruttore della prassi. Il film di Ball non guarda in direzione della fabula, e soprattutto non mostra alcun interesse reale per la linguistica, e l’antropologia. In modo brutale e diretto il cineasta canadese annulla la storia del cinema, e forse addirittura dell’audiovisivo in quanto tale, e si rifà alla base portante del discorso: luce, suono, buio, silenzio. Come fosse parente più delle ombre cinesi che del cinema del ventunesimo secolo, questo bizzarro oggetto che sfonda l’immaginario si muove nella notte, e ne accetta la superiorità.

La trama, se di trama si ha intenzione di parlare, vede due bimbi piccoli svegliarsi nel cuore della notte e accorgersi che non solo il padre non è più in casa, ma c’è con loro una presenza misteriosa e ignota, che li chiama. Inutile sottolineare come si tratti di una sinossi a dir poco labile, perché di fatto nel film non accade nulla che possa essere ricondotto a una logica narrativa. Non è in effetti impresa semplice descrivere Skinamarink, perché nel cinema contemporaneo manca un punto di riferimento ideale. Si faceva cenno dianzi al fatto che Ball si sia spinto più in là rispetto a chiunque altro nella ridefinizione del concetto di found footage, e anche questo aspetto ha strettamente a che vedere con la rinuncia a una logica. Nella maggior parte degli horror che giocano con lo spettatore nel fingere di essere il montaggio di materiale preesistente alle riprese si può cogliere in fallo l’operazione, perché magari non ha senso che un personaggio in determinate condizioni decida di tenere in ogni caso la videocamera accesa; Ball salta a pie’ pari questo problema, perché non esiste alcun motivo per cui le riprese i Skinamarink possano essere giustificate ricorrendo alla logica. Con due bambini, uno di quattro e uno di sei anni, e nessun adulto, nel cuore della notte, il found footage viene dichiarato come puro oggetto di speculazione fin da subito. Per rincarare la dose il regista compie una scelta radicale: Skinamarink è costruito nel buio più totale, attraverso immagini che non solo non hanno una definizione chiara (l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un nastro VHS particolarmente rovinato, nel puro impero dei pixel) ma quando diventano decrittabili svelano stipiti delle porte, porzioni inutili di muro, stanze riprese di sghembo e alla rovescia, e via discorrendo.

Nell’architettare un horror ad altezza infante Ball sceglie un immaginario che potrebbe essere prodotto dalla mente di un bambino di quattro anni, che nel cuore della notte si sveglia e non sa trovare le dimensioni nel buio, perdendosi dunque nel terrore di uno spazio incognito eppur stranoto, dove sul pavimento sono gettati i giocattoli più amati e alla televisione vengono trasmessi i cartoni animati. Cosa riprenderebbe un bambino di quattro anni? Come interpreterebbe la mancanza di luce, che è la base portante per edificare l’immagine cinematografica? Ball torna alle origini del cinema, in una sperimentazione tanto ardita quanto estenuante, riuscendo a restituire quel senso di perdizione nello spazio e nel tempo che in molti hanno provato da bambini nel risvegliarsi da un incubo. Il cinema come unico elemento possibile per rappresentare l’impossibile, in un vortice di suoni, sospiri, che tutto inghiotte; Ball dimostra di conoscere la dimensione incubale, come testimoniano le immagini che di quando in quando si fanno comprensibili, o l’idea di ricorrere persino al sottotitolo come forma dialettica tra i bambini e la cosa che vive con loro, e li attrae come unica luce in un buio dal quale non sembra esserci via d’uscita. Cinema tattile, materico, eppur così profondamente immateriale, evanescente, ectoplasmatico, Skinamarink è un’operazione che può legittimamente lasciare interdetti, o addirittura irritare, ma ha il coraggio di osare, di muoversi in territori che nessuno sembra più aver voglia di esplorare e che ridonano al cinema quella dimensione misterica che il digitale – unico motivo per cui può esistere un film così – sembra aver fatto svanire nel corso degli anni. Messa oscura che rifugge il verbo e ricerca la fede assoluta nell’immagine non come veicolo di senso, ma di sensazione, Skinamarink è la rivendicazione dell’occhio che pure occultato deve riuscire a vedere, spalancandosi su abissi di illogicità in cui il cinema può capovolgere la prospettiva, riannodare il tempo, rinunciare al racconto per tramutarsi in esperienza. Non essere il responsabile di un sobbalzo improvviso sulla sedia, ma di un brivido che continua a scendere sulla schiena, senza requie, perché riporta alla luce memorie distorte dell’angoscia dell’infanzia, così priva di appigli da essere eterna, e immutabile.

Info
Il trailer di Skinamarink.

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