Cantando sotto la pioggia

Cantando sotto la pioggia

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Cantando sotto la pioggia compie settant’anni, ma per quanto sia rappresentazione tra le più evidenti e concrete dell’immaginario hollywoodiano classico non si può fare a meno di ripensarlo come oggetto al di fuori dello spazio e del tempo, opera d’arte assoluta che riesce a contenere al proprio interno tutte – o quasi – le esigenze di chi vede nell’immagine in movimento sia un veicolo di senso che di spettacolo.

Un film parlato

Hollywood, fine anni Venti. Il cinema sta passando dall’epoca del muto alle sperimentazioni sonore, e Don, attore divenuto di colpo celebre per aver affiancato in un film di successo la diva Lina Lamont (che è innamorata, non ricambiata, di lui), viene coinvolto in un nuovo progetto produttivo, stavolta parlato. Il problema è la voce di Lina, sgraziata e quindi inadatta al ruolo. Nel frattempo Don conosce e si innamora di Kathy, giovane cantante e ballerina… [sinossi]

Possono dieci minuti cambiare per sempre la storia del cinema, e del senso stesso dell’immaginario? L’interrogativo non può che accompagnarsi alla visione di Cantando sotto la pioggia (meglio, alla revisione: la prima volta l’unico imperativo è quello di lasciarsi dominare dallo splendore estatico del film), facendo riferimento in particolar modo allo scavallamento dell’ora, quando avviene la svolta decisiva per il racconto: dapprima Cosmo Brown ha l’intuizione di trasformare in un musical “Il cavaliere spadaccino”, il film la cui rovinosa lavorazione rischia di distruggere la nascente carriera di Don, quindi Kathy inizia a intonare Good Morning, seguita dai due sodali, e infine – dopo la seconda intuizione di Cosmo, quella di far sì che la ragazza doppi la diva Lina Lamont, dalla voce sgraziatissima – dopo aver accompagnato a casa Kathy Don si esibisce in Singin’ in the Rain, prima di essere rimbrottato da un poliziotto. Tra i volteggi in casa e quel lanciarsi a corpo morto verso il lampione non si sta solo dimostrando il potere dell’immagine in qualità di veicolo del “meraviglioso”, scippando il termine ad Antonin Artaud, ma si sta anche in modo raffinato riflettendo sul cinema in quanto tale e sulla sua storia, sul concetto di evoluzione, sui modelli produttivi. A settant’anni dalla sua realizzazione si rende evidente come Cantando sotto la pioggia non sia solo un’esplosione senza freni di joie de vivre, come purtroppo ancora sentenzia in modo limitato e limitante qualche voce critica, ma per quanto sia rappresentazione tra le più evidenti e concrete dell’immaginario hollywoodiano “classico” non si può fare a meno di ripensarlo come oggetto al di fuori dello spazio e del tempo, opera d’arte assoluta che riesce a contenere al proprio interno tutte – o quasi – le esigenze di chi vede nell’immagine in movimento sia un veicolo di senso che di spettacolo.

Gene Kelly e Stanley Donen, che avevano rivoluzionato il genere tre anni prima con Un giorno a New York, ottenendo dalla MGM di girare nella Grande Mela incipit e finale, e dunque facendo traslocare il musical, il genere fittizio per eccellenza, dagli studi in cui di solito imperava, compiono un triplo salto mortale nel 1952. Cantando sotto la pioggia si riappropria in tutto e per tutto della potenzialità visionaria del genere, in un tripudio inventivo che lascia a bocca aperta, e lo fa costruendo una narrazione che riesce a essere critica anche verso il mondo che sta magnificando. Non vi è infatti dubbio che il film esalti la grandeur degli Studios, tra movimenti di macchina sublimi – quel braccio a salire sul volto in estasi di Kelly, incurante della pioggia battente, è qualcosa che si incolla alla retina e non la lascia più, tanto per fare un esempio: ma il film è letteralmente disseminato di invenzioni, tanto coreografiche quanto strettamente registiche – e una continua ricerca della magnificenza non dimentica del pragmatismo e dell’operosità. In fin dei conti si narra di come un film destinato a un vero e proprio disastro commerciale possa essere salvato intervenendo in corsa nella produzione in barba al progetto originario, il sogno di ogni magnate dell’industria statunitense (e non solo). E si giustifica la possibilità di tale intervento grazie ai prodigi della tecnica, che hanno spazzato via il cinema muto e introdotto il sonoro. Si consideri che quando il film raggiunge le sale gli ultimi blockbuster pensati e realizzati come “muti” hanno appena vent’anni. In questo senso il destino della bella e intelligente Kathy raccoglie in sé buona parte dell’idea che sostiene Singin’ in the Rain, perché la sua è la redenzione della voce a cui si può infine attribuire un volto, detronizzando la regina che portava fino a quel momento la corona. L’intuizione di Cosmo, vale a dire che Kathy doppi Lina – che non potrebbe mai cantare con la medesima grazia – prese piede anche nell’industria: si pensi ad esempio a un classico come Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise, con Christopher Plummer e Peggy Wood doppiati quando si tratta di cantare da Bill Lee e Margery McKay. Ma nessuno ha mai concesso a Lee e McKay di prendersi la scena, ed è improbabile pensare che nel caso la nomination si fosse tramutata in Oscar Peggy Lee avrebbe condiviso il premio con la sua voce. Tra i suoi enormi meriti artistici il film di Donen/Kelly annovera anche la volontà di ricordare a Hollywood il proprio stato di crisi, ricordando la capacità innovativa di un mezzo trasformatosi oramai in industria. In qualche modo Cantando sotto la pioggia è un grido utopico di rivendicazione della possibilità dell’immagine di essere teorica e spettacolare allo stesso tempo, senza rinunciare alla stratificazione eppure allo stesso tempo ribadendo la sua essenza popolare, la capacità innata del mezzo cinematografico di arrivare a chiunque, senza sovrastrutture percepibili.

Grazie anche alla straordinaria costruzione musicale (i brani che si rincorrono uno dopo l’altro lasciano senza fiato, e restano tra i più mirabili visti e ascoltati su uno schermo: come dimenticare ad esempio l’assolo frenetico ed elegantissimo di Donald O’Connor?), e alla scrittura pepata e sapiente di Betty Comden e Adolph Green, che lavoreranno insieme per sei decenni e saranno artefici delle sceneggiature di È sempre bel tempo – sempre per la coppia Donen/Kelly – e per Vincente Minnelli sia di Spettacolo di varietà che di Susanna agenzia squillo, Cantando sotto la pioggia coinvolge lo spettatore in una sonora e divertita presa in giro di Hollywood, dei suoi dogmi, della sua pretesa propagandistica, e lo fanno disseminando il film anche di piccole stille di nostalgia: la fine del muto, messo in soffitta in fretta e furia solo per meri calcoli commerciali, si distinse come la fine di un mondo, con i suoi divi, i suoi stili, la sua idea di narrazione attraverso l’immagine. Il fatto che un musical, genere che tutto ovviamente deve all’invenzione del sonoro nei film, abbia la capacità anche di spostare lo sguardo su chi venne spazzato via dal ciclone della fonica, con troppa poca frequenza viene analizzato, e ancor meno vede riconosciuto il suo valore. Certo, resta l’assoluta perfezione di un’opera che non sembra avere uno stacco di montaggio fuori posto, e probabilmente questo ha veicolato lo sguardo che vi si posa ancora oggi sopra. Eppure, al pari di pochissime pellicole, Cantando sotto la pioggia ha dimostrato come dieci minuti possano essere sufficienti per cambiare il mondo, la percezione di esso, e il rapporto con uno schermo, sia esso collettivo (il film è stato nuovamente distribuito in sala dalla Cineteca di Bologna nella versione restaurata in digitale) o privato. Kelly e Donen appartengono ancora a un modo classico di intendere il cinema, e il lavoro, e quel volto imperturbabile della splendida Debbie Reynolds (nell’interpretazione che vale una intera carriera) sta lì a rimarcarlo a ogni visione: per questo ancora più potente, traumatica, dissacrante apparirà la sequenza in cui Alex il Drugo in Arancia meccanica intona Singin’ in the Rain mentre sta orchestrando un selvaggio stupro. Perché nel contrasto tra il moderno e il classico, in un ideale campo-controcampo che vede oltre vent’anni di produzione cinematografica darsi del tu, pur magari guardandosi di sottecchi, non c’è “solo” la storia del cinema, ma l’evoluzione stessa dello sguardo spettatoriale, il senso dell’immagine in movimento. Cantando sotto la pioggia ricorda all’industria hollywoodiana quanto essa sia in crisi, e lo fa sapendo che a sua volta verrà spazzato via dall’evoluzione della tecnica, e dell’occhio. Restando però cristallizzato nel tempo come opera d’arte in quanto tale, in grado di rappresentare quanto l’essere umano sia capace di avvicinarsi, sfiorandola, alla perfezione.

Info
Cantando sotto la pioggia, il trailer.

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