Ricomincio da capo

Ricomincio da capo

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Il prossimo febbraio ricorreranno sia i nove anni dalla morte di Harold Ramis che i trenta dall’uscita nelle sale statunitensi di Ricomincio da capo, l’ultimo film che vide lavorare insieme il regista con Bill Murray, suo amico e sodale. Oramai considerato alla stregua di un classico della commedia, Ricomincio da capo è un lavoro tutt’altro che solare, che sembra quasi suggerire una riflessione sull’eterno ritorno nietzschiano.

Punxsutawney Phil, la marmotta veggente

Phil Connors è il volto delle previsioni meteorologiche per una stazione televisiva di Pittsburgh. Egocentrico, vanesio, e intrattabile, Phil viene spedito l’1 febbraio insieme alla producer Rita e al cameraman Larry a Punxsutawney, paesetto dell’Illinois dove si svolge il tradizionale “Giorno della marmotta”, durante il quale la più famosa marmotta locale – chiamata affettuosamente Punxsutawney Phil – predirà quante settimane di inverno ancora mancano. Il 2 febbraio, dopo aver girato il servizio, Phil torna a dormire nel bed & breakfast messo a disposizione dalla produzione. Il mattino dopo però ha un amaro risveglio: è di nuovo il 2 febbraio… [sinossi]

Il prossimo febbraio rintoccherà il nono anniversario della scomparsa prematura di Harold Ramis, ucciso dalle complicazioni della vasculite di cui soffriva. Con ogni probabilità è inutile sottolineare come nello scenario cinematografico statunitense non esistano reali eredi di questo brillante attore, sceneggiatore, e regista; d’altronde è l’intero scenario comico in cui si inseriva a essere stato progressivamente depotenziato dall’industria, con l’unica eccezione di Judd Apatow e della sua accolita (a partire da Seth Rogen, di cui Ramis veste i panni del padre in Molto incinta del già citato Apatow). Se è facile ricostruire il rapporto affettivo e lavorativo che all’epoca legò Ramis a Bill Murray – i due recitarono insieme in Stripes – Un plotone di svitati, Ghostbusters, e Ghostbusters II, tutti e tre per la regia di Ivan Reitman e scritti da Ramis, così come Polpette, dove è ancora Murray il protagonista: l’attore si farà anche dirigere dall’amico in due occasioni –, più arduo e comprendere la relazione dei due con il mondo dei roditori. In Palle da golf, infatti, il giardiniere interpretato da Murray deve vedersela con un gopher dalle tasche a dir poco ostile, mentre è notorio come Ricomincio da capo ruoti attorno al “giorno della marmotta”, che è poi la traduzione letterale del titolo originale, Groundhog Day. Il film è entrato in modo così prepotente nell’immaginario collettivo che negli Stati Uniti “groundhog day” si è trasformato in un modo di dire quando si ha intenzione di indicare una giornata particolarmente noiosa e ripetitiva. Pur non spiccando al botteghino, dove riuscì in ogni caso a guadagnare circa 70 milioni di dollari sul solo mercato interno, Ricomincio da capo mostrò subito di possedere un fascino classico. D’altro canto la vicenda che va a narrare è universale, e sembra quasi dickensiana la scelta di una temporalità bloccata – come Scrooge che passa un’intera notte con i tre spettri – tesa a far emergere la reale qualità emotiva e umana del protagonista. Una dimensione per l’appunto classica che era quanto di più distante dalle intenzioni originali di Danny Rubin, che immaginava al contrario di concentrare maggiormente l’attenzione sul concetto di loop temporale: fu Ramis, a quanto pare a correggere il tiro, su richiesta esplicita della produzione che vedeva nel film un potenziale blockbuster per famiglie. Dopo la sbornia degli anni Settanta e Ottanta il cinema statunitense iniziava l’ultimo decennio del millennio tornando alla famiglia, e il 1993 rappresentò sotto questo punto di vista un momento a dir poco topico, visto che fu l’anno tra gli altri di Mrs. Doubtfire, Last Action Hero, Free Willy, e The Nightmare Before Christmas.

In un simile scenario non era scontato che Ricomincio da capo riuscisse a trovare un proprio spazio: nel lunghissimo reiterarsi dell’unico giorno vissuto da Phil Connors, spocchioso e intrattabile meteorologo che a causa della propria mal disposizione nei confronti del mondo è costretto a rivivere all’infinito lo stesso giorno, quello in cui deve fare un servizio sul giorno della marmotta che si svolge tradizionalmente ogni inizio di febbraio a Punxsutawney, cittadina di neanche seimila abitanti in Pennsylvania, si possono infatti rintracciare le schegge di ogni possibile esistenza umana. Connors rapisce la marmotta, si suicida, cade in depressione, nell’angosciosa certezza che nulla potrà spezzare l’incantesimo, facendo sì che il tempo scorra realmente e non solo nella ripetizione coatta di un attimo infinito, dove ogni esperienza diventa labile, frutto del momento. Nei fatti Ramis dirige una sorta di Ritorno al futuro congelato: se nel capolavoro di Robert Zemeckis il tempo era attraversabile attraverso lo spazio, qui invece resta sempre immoto, come un orologio rotto che ogni volta ritorna alle 6 del mattino, a I got you babe cantata da Sonny & Cher, alla voce dello speaker radiofonico che rintocca “In piedi campeggiatori, camperisti e campanari! Mettetevi gli scarponi, oggi fa freddo” (in originale “Okay, campers, rise and shine and don’t forget your booties ‘cause it’s cold out there today!”), al ridicolo cerimoniale per estrarre dalla sua tana Punxsutawney Phil, la graziosa marmotta che dovrà predire seguendo i dettami del rito quante settimane d’inverno ancora attendono i cittadini. Forse sfuggendo anche alle volontà di Rubin il film si trasforma dunque in una sorta di reinterpretazione a mo’ di commedia sentimentale della teoria dell’eterno ritorno nietzschiano, che dunque apre la porta anche a una riflessione forse inevitabile sulla reincarnazione – e Ramis d’altro canto, pur ebreo di nascita, si era da tempo avvicinato alla prassi filosofica buddista – e sulla necessità di ravvedersi per poter procedere. In questa chiave d’accesso al film i punti di maggior interesse non riguardano né i miglioramenti nei rapporti sociali di Phil né la possibilità di una relazione amorosa tra lui e la dolce collega Rita, che pure ovviamente tengono desta l’attenzione del pubblico, e funzionano sotto il profilo strettamente narrativo. Fin da subito, dopo aver compreso di poter rivivere la giornata appena trascorsa, Phil si paragona a una divinità, decidendo di diventare il gestore assoluto di un tempo che non ha però un inizio e una fine, ma si riavvolge incessantemente su se stesso. Proprio questa sua inferenza lo spinge a ribadire di essersi ucciso un numero infinito di volte. Non è tanto nell’evoluzione psico-emotiva di Phil che si deve rintracciare il motivo dello sblocco del tempo, ma semmai nel fatto che dopo aver vissuto un tempo infinito nel medesimo spazio e con le medesime modalità (c’è anche chi si è lanciato in una dotta analisi su quanti anni Phil abbia trascorso ripetendo il giorno della marmotta: Ramis indicò una volta che per lui si trattava di una decina d’anni, ma calcolando il numero imprecisato di specifiche che l’uomo ha affinato, dal parlare un francese perfetto a suonare in modo divino il pianoforte, fino a saper scolpire con la grazia di un artista il ghiaccio, si dovrebbe supporre a logica che siano trascorsi svariati decenni) Phil non è più, nell’intimità più profonda, se stesso. Si è annullato, al punto da diventare tutto.

Ovvio che tutte queste speculazioni non si avvertano durante la visione, com’è tradizione nel cinema classico hollywoodiano, eppure in qualche modo contribuiscono a gettare una luce amara su una commedia che è a ben vedere meno spensierata di quanto si possa intuire in modo superficiale. In tal senso a dir poco esemplificativi del tono in cui viene immersa la narrazione sono i disperati tentativi di Phil di evitare la morte del barbone che gli si è spento davanti agli occhi, e che lui – nonostante si ritenga il deus ex machina della situazione – non può in nessun modo evitare. A distanza di quasi trent’anni dalla sua uscita nelle sale nordamericane Ricomincio da capo ha oramai acquisito lo status di classico, grazie anche alla sorniona, sommessa eppur lucidissima interpretazione di Murray, attore sublime qui impegnato in una delle sue prove più maiuscole. Al di là della dimensione collettiva che ha saputo creare, Ricomincio da capo fu portatore di una serie di eventi negativi: Rubin, che non aveva alcuna intenzione di piegare di nuovo le proprie capacità di scrittore ai dogmi hollywoodiani, terminò quasi subito la carriera, ripiegando sull’insegnamento universitario; Murray interruppe invece ogni rapporto con Ramis, e i due non si parlarono per vent’anni, fino ai mesi immediatamente precedenti alla morte del regista. Quell’infinito giorno della marmotta fu in pratica l’ultimo momento che i due vissero davvero insieme. Ed è in qualche modo dolce pensare che si sia trattato di un circolo temporale.

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