Nick Cave – This Much I Know to be True

Nick Cave – This Much I Know to be True

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A sei anni dalla precedente collaborazione, One More Time with Feeling, con il songwriter australiano Nick Cave (autore anche delle colonne sonore delle ultime due sue opere di finzione), il regista Andrew Dominik bissa con Nick Cave – This Much I Know to be True l’immersione nelle fosche atmosfere del mondo artistico di Cave e del sodale Warren Ellis, bagnando questa volta le note con tonanti sprazzi di colore.

Il Diavolo sta nel (non notare il) dettaglio

Il rapporto tra due grandi menti creative e i loro ultimi due album, sia in termini di confronto tra questi ultimi che in quelli di relazione creativa tra i due artisti e tra le loro rispettive canzoni: Nick Cave e Warren Ellis, “Ghosteen” e “Carnage”. [sinossi]

Per la carriera del cineasta australiano Andrew Dominik il 2022 appena conclusosi è stato probabilmente un anno decisivo, un possibile punto di svolta le cui ricadute saranno valutabili solo nell’immediato futuro: al centro del dibattito cinefilo per mesi con Blonde, il “romanzo autobiografico” della/sulla Monroe tratto da Joyce Carrol Oates in Concorso alla Mostra di Venezia, aveva iniziato l’anno solare partecipando anche alla Berlinale con Nick Cave – This Much I Know to be True, secondo documentario di osservazione dell’arte e della personalità, non per forza in quest’ordine, del conterraneo cantautore Nicholas Edward Cave aka Nick, leader di band come Bad Seeds e Grinderman oltre che magistrale solista. Se il precedente One More Time with Feeling si configurava come una vorticosa e complessa elaborazione del lutto per la tragica morte del figlio quindicenne Arthur, volato purtroppo giù da una scogliera del sud della Gran Bretagna in sella ad una motoretta alla stregua del protagonista del concept album/musical/film Quadrophenia degli Who, questo nuovo lavoro mostra l’uscita dal tunnel, la rielaborazione creativa, il salvifico ed unico rapporto con la propria fan-base. A riprese chiuse, ancora un lutto che frantuma l’edificio faticosamente ricostruito, in un eterno ritorno che riconduce al punto di partenza. La morte del figlio Jethro, lo scorso maggio, non ha interrotto il tour mondiale prestabilito, e chi scrive era sotto un palco occupato da Cave e dai Bad Seeds a fine giugno in tempo per assistere all’ennesima catarsi, al dolore e alla redenzione vissuti e inscenati, senza un confine netto e preciso, impossibile ormai da tracciare.

Ma andiamo con ordine, prima di tutto temporale: durante il periodo pandemico, impossibilitato a produrre nuova musica sia dalle limitazioni fisiche che inibivano l’incontro creativo con i collaboratori che per un rifiuto della mente stessa, Cave si diletta con la ceramica e in breve tempo diventa abbastanza bravo da realizzare una serie di statuette di discreta fattura. Quelle con cui si apre il film, quelle che Dominik, amico di vecchia data, e Cave decidono di farci vedere, rappresentano il Demonio intento a compiere una serie di azioni. Un’autorappresentazione della via crucis personale vissuta, attraverso ogni stazione, una sintesi dell’idea portante del film: la creatività, in chi la possiede, sgorga a fiotti, e il liquido fecondante può attecchire anche in campi diversi da quello d’elezione. Quando Cave e Ellis ricominciano ad interagire continuativamente, ecco che non uno ma ben due dischi prendono forma nel giro di poco tempo: Ghosteen, con la classica formazione e insieme ai Bad Seeds, e Carnage, primo LP licenziato solo come duo. Ascoltiamo/vediamo dodici brani, tratti dall’uno e dall’altro, durante le due ore scarse di proiezione, con la stessa idea di ripresa utilizzata per il lavoro precedente (lì l’album risuonato era Skeleton Tree): la band al centro e un binario circolare intorno, con la camera impegnata in una vorticosa danza alla stregua degli esecutori materiali. Anche altri registi (un esempio su tutti, Paul Thomas Anderson per il suo Junun) hanno utilizzato questo stile per il documentario di ripresa musicale, che trova motivazioni spirituali, di emissione di onde sonore e circolarità del vortice emotivo messo in condivisione, prima ancora che estetiche. Al bianco e nero e al 3D, che in One More Time with Feeling erano visualizzazione rispettivamente di cupezza e aerea leggiadria, si sostituisce il colore e una serie di fonti di luce appositamente posizionate, affidate alla sapiente composizione del direttore della fotografia Robbie Ryan, che squarciano lo sguardo spettatoriale e la conseguente messa a fuoco sottolineando, non didascalicamente, i passaggi e i fraseggi dei versi e della musica. Di tanto in tanto, qualche interazione tra i due protagonisti arriva a inframezzare l’esecuzione dei brani, insieme all’arrivo di qualche sparuto ospite; è proprio la visita dell’amica Marianne Faithfull, bombola d’ossigeno al seguito ed incedere ed eloquio ormai “faticoso”, uno dei segmenti più intensi, un commiato in scena che non può che ricordare quello di Catherine “Log Lady” Coulson in Twin Peaks – Il ritorno, anche se auguriamo ancora lunga vita a Faithfull il senso è inevitabilmente quello.

Più etereo e visionario Ghosteen, più scabro ed essenziale Carnage (che potrebbe configurarsi, in futuro, come vera e propria colonna sonora dell’epoca del lockdown, con la sua atmosfera costretta e soffocante), nessuno dei due dischi rimarrà probabilmente indelebile per la posterità ma, accompagnati dalle immagini e collocati in un preciso spazio e contesto, ci appaiono oggi come tratteggi di rara precisione, all’apparenza spontanei seppur realizzati da professionisti navigati, ormai conoscitori di ogni formula o scorciatoia compositiva. Il Battersea Arts Centre di Londra, scelto come location per le riprese, fa il resto, un centro culturale e factory artistica ubicato in un vecchio palazzo, con un’aura di edificio religioso sconsacrato eppur ancora imbevuto di solenne sacralità. Sarebbe potuto essere soltanto l’occupazione, in mesi in cui era impossibile girare produzioni più ampie e affollate, di un gruppo di amici e artisti, si è rivelato un ispirato nuovo capitolo del diario per immagini che Cave sta accompagnando, negli ultimi anni, alla sua consueta dimensione poetica. Per Andrew Dominik rappresentava anche la corroborante palestra prima di lanciarsi nell’avventura Blonde, da cui temiamo (è il caso di provare un vaticinio in esergo) uscirà con le ossa rotte, viste le accuse e i fraintendimenti che il suo film ha ingenerato nel pubblico, nella critica e nelle varie opinioni pubbliche nazionali e internazionali. Certo, le dichiarazioni che ha di volta in volta rilasciato sulla questione (“sto per realizzare uno dei più grandi film della storia del cinema”, soleva ripetere alle interviste berlinesi di febbraio) non hanno di certo aiutato. Per chi volesse, il film, da luglio scorso, fa parte del catalogo della piattaforma streaming MUBI.

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