Ma nuit

Un piccolo film che fa del realismo impressionista la sua cifra stilistica, peculiare e calzante. Antoinette Boulat, responsabile casting del miglior cinema francese degli ultimi venticinque anni oltre che abituale collaboratrice di Sofia Coppola e Wes Anderson, trova grande sintonia con la materia narrata al suo esordio dietro la macchina da presa, proponendo uno dei migliori (e più profondi) “young adult” possibili nel panorama contemporaneo. Passato (ingiustamente) inosservato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2021 nella sezione Orizzonti Extra, Ma nuit è in sala.

Prima dell’alba

Marion, una ragazza di diciotto anni, a causa della morte di sua sorella ha sempre portato dentro di sé un grande dolore. Raggiunta la maturità, nell’anniversario della sua scomparsa, Marion inizia a vagare tra le strade e i vicoli parigini. Durante un’intera notte, la ragazza fa diversi incontri, errando in una città dove incontra giovani come lei e soprattutto Alex, uno spirito libero dal carattere impulsivo. Dall’incontro di queste due anime piene di solitudine ha inizio un viaggio notturno tra le luci della metropoli addormentata. [sinossi]

Se si guarda Ma nuit con approccio vergine, senza conoscere informazioni aggiuntive su cast e crew, si può pensare, convinti e con un certo margine di sicurezza, che l’occhio dietro la macchina da presa sia coetaneo o poco più grande dei protagonisti che le agiscono davanti. E invece il film rappresenta l’esordio registico della veterana “casting director” Antoinette Boulat, abituale sodale sia da questa parte (Olivier Assayas, Mia Hansen-Løve, Catherine Corsini) che dall’altra (Sofia Coppola, Wes Anderson) dell’oceano Atlantico di una serie di artisti di grande talento, che sceglie di rappresentare un sentimento, l’elaborazione del lutto in età ancora verde, più che narrare una storia, trovando il suo film tra le strade notturne di una Parigi dall’aria percossa e attonita, come la terra nel manzoniano 5 Maggio, e sui volti dei suoi giovani protagonisti, scelti con la sapienza derivatale dalla sua abituale professione. Si riconoscono in filigrana tanti riferimenti, su tutti la trilogia di Richard Linklater con Hawke & Delpy e il filone “tutto in una notte” di certo cinema americano degli anni Ottanta, ma la via trovata è personale e peculiare, seppur non sempre originale. La giovane Lou Lampros, già vista in un ruolo minore nella miniserie Tv Irma Vep di Assayas (tra i migliori progetti audiovisivi “off screen” dell’anno appena passato), e Tom Mercier, protagonista dell’Orso d’Oro 2019 Synonymes di Nadav Lapid, funzionano insieme sullo schermo, sono credibili a belli da vedere.

Come si sosteneva in precedenza, il film sembra diretto con lo stesso piglio giovanile con cui è interpretato, mettendosi un po’ nel solco del cinema europeo realizzato da sorelle e fratelli maggiori dei personaggi sullo schermo, che ha rappresentato negli ultimi anni, con esempi più datati come Tomboy di Céline Sciamma o più recenti come Skate Kitchen di Crystal Moselle, una via alternativa e d’autore alle melense storie d’amore, magari con qualche elemento fantastico o fantasy, che realizzano i grandi studi e le grandi produzioni per gli adolescenti e le fasi immediatamente pre e post. Oltre alla bravura della regista, questa comunanza di spirito e d’intenti tra lo sguardo e gli oggetti dello stesso è un ulteriore riflesso di quel neo-esistenzialismo in cui le ultime vicende globali (guerre, crisi economica e pandemia, come ci fosse bisogno di specificarlo) hanno precipitato le giovani generazioni, accomunandoli a quelli di quasi cinquant’anni orsono nell’afflato pessimista e sostanzialmente disincantato al futuro e all’esistente. Lo stile quasi carezzevole con cui la macchina da presa accompagna i rovelli, con un pedinamento affettuoso e proprio per questo più zavattiniano che dardenniano, della giovane Marion, perduta in una notte parigina dove Alice non è più a zonzo nel paese delle meraviglie, anzi non è proprio più su questa Terra, fa sì che ci si trovi davanti ad un viaggio interiore ancor più profondo e movimentato di quello fisico, dove l’onirico trascolora nel reale e viceversa, sia che questo avvenga dopo l’uso di droghe, sia che magari solamente perché ci si perde nei propri pensieri in luoghi dove sarebbe più consigliabile stare all’erta. O forse è solo la paura instaurata dal presente terribilmente infodemico (per un parigino, ai disastri planetari dobbiamo aggiungere il terrorismo di matrice islamista tra i traumi del contemporaneo) che fa sì che non ci si possa più fidare gli uni degli altri, in una spirale di influenze reciproche ormai complicata da districare. Marion trova Alex, si aggrappa a lui disperatamente, libera il fiume delle emozioni dalla diga della diffidenza e trova finalmente il modo di passare la notte, di arrivare al mattino, di guardare un’altra volta il sole. Un apparente lieto fine carico di quell’altalena di emozioni contrastanti da sempre caratteristica della fase dell’esistenza immediatamente precedente a quella adulta, l’abisso che appare più cupo e poco dopo l’edonistico vitalismo consumato sul posto, bruciato e consacrato per smettere di pensare, per allontanare un’opprimente negatività che non si riesce ancora a padroneggiare e forse mai ci si riuscirà.

Non è certo esente da difetti, nell’eccessiva letterarietà di alcuni passaggi (alla sceneggiatura, insieme alla regista, le penne di Anne-Louise Trividic e François Choquet), nella ripetitività di altri che rendono palesi le difficoltà per arrivare ad un minutaggio di poco superiore agli ottanta minuti, quando forse ci sarebbero idee solo per un medio. Ma i meriti sono superiori, di numero e di valore: il merito di aver finalmente realizzato un’opera che parli in maniera diretta e senza filtri ai ragazzi, di averne individuato i problemi esistenziali nel qui e ora (“improvvisamente, i fatti del mondo non erano più solo rumori di fondo, ma vivi e presenti”), di declinare in audiovisivo la perdita (definitiva?) della serenità e dell’approccio costruttivo al futuro, quando una telefonata, improvvisamente, può annunciare la definitiva dipartita di una persona cara, un uomo in Tv può chiuderti in casa per mesi, un fanatico religioso interrompere con delle pallottole un aperitivo preso in un tavolo all’aperto. Spaesamento tutto occidentale, di giovani corpi (comunque) privilegiati in una società marcescente, mentre il nuovo che avanza è tenuto, con sempre più difficoltà e senza nessuna possibilità di fermarlo per davvero, fuori dai confini. Marion, dunque, con i suoi coetanei, splendidi come sempre sono splendidi i giovani di ogni epoca “che non sanno niente ma hanno sempre ragione”, cerca di resistere, di essere forte, di sopravvivere a quell’età che la sorella maggiore non ha mai raggiunto; e, pur con tutta la sua fragilità, ci appare già più ragionevole degli insopportabili adulti, qui rappresentati dai cameo di Emmanuelle Bercot e Maya Sansa, che recita in francese con squisito accento.

Info
Ma nuit, il trailer.

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