Il Boemo

Il Boemo

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L’ascesa, la caduta, la musica, l’amore, la povertà, la sifilide, l’oblio. E poi la fame dell’artista, la volontà di emergere, il bisogno di esprimersi, la libertà creativa e personale anche a costo di perdere tutto. Evento speciale al 34mo Trieste Film Festival, Il Boemo di Petr Václav mette in scena la breve e intensa carriera di Josef Mysliveček, per tre lustri compositore fra i più prolifici e apprezzati nella vita cortigiana dell’Italia settecentesca e poi grande rimosso fra la morte in povertà e le musiche mai più eseguite per oltre 250 anni. Per un film forse un po’ ipertrofico, slabbrato in qualche ellissi e di certo non privo di derivazioni, ma con il grande merito di uno straordinario lavoro filologico sulle partiture originali, finalmente recuperate e registrate a piena orchestra dal Collegium 104 di Praga per una colonna sonora che è una vera e propria restituzione culturale.

Pria ch’io perda

Nella seconda metà del diciottesimo Secolo, quando Praga è devastata dalla recente Guerra dei Sette Anni, il giovane Josef Mysliveček decide di partire per l’Italia. È figlio di un mugnaio, ma vuole inseguire il suo sogno e affermarsi come compositore d’opera in un Paese importante per la musica europea. Grazie al suo talento, al carisma e a un po’ di fortuna, Josef diventa in pochi anni uno dei compositori più affermati della sua epoca. Data la sua professione, Josef vive a stretto contatto con l’aristocrazia. Si innamora di una nobildonna che però non può frequentare, a causa della diversa estrazione sociale. Non potendo avere la donna che ama, Josef si dedica ad altri piaceri e ciò avrà presto i suoi effetti. Dimenticato dai suoi ammiratori, Josef Mysliveček muore in povertà e in solitudine poco prima di compiere i 44 anni. [sinossi – TSFF34]

Cita apertamente Amadeus il regista ceco Petr Václav quando, affidando il piccolo e divertito ruolo al reale enfant prodige pianistico classe 2009 Philip Hahn, mette in scena Wolfgang Amadeus Mozart ancora bambino al momento del suo primo incontro a Bologna, nel 1770, con Josef Mysliveček. Al piccolo genio di Salisburgo, accompagnato in viaggio dal padre Leonard, basta anche questa volta un ascolto nemmeno completo di una composizione del collega che sarà fondamentale fonte di ispirazione per le sue opere, basta anche questa volta un minimo accenno della melodia e dell’intuizione musicale, per sedersi al clavicembalo e iniziare a riprodurla, senza lo spartito né la minima difficoltà, fino a improvvisare le personali variazioni che l’avrebbero resa una composizione nettamente migliore dell’originale. Eppure qui non è il Mozart giovane e competitivo che finiva per sottolineare la banalità e (in)consapevolmente parodiare la marcetta di benvenuto per lui composta da Antonio Salieri. Non c’è alcuna sfida fra i due, non c’è alcuna umiliazione, non c’è alcun rancore, ma esattamente al contrario c’è l’inizio di un’amicizia basata sulla stima reciproca, sulla collaborazione, sul talento che genera altro talento – «Egli trasuda fuoco, spirito e vitalità», scriveva di Mysliveček il piccolo Wolfgang, che proprio sullo stile italiano e sui quintetti d’archi del compositore ceco si sarebbe definitivamente formato e avrebbe costruito parte delle sue fortune. Come se Il Boemo, fra più di uno sguardo a Stanley Kubrick (gli interni aristocratici fotografati al lume di candela di Barry Lyndon, o le orge mascherate di Eyes Wide Shut) e ad Albert Serra (il libertinaggio e la sifilide di Liberté, ma anche le deiezioni pubbliche regali di Història de la meva mort e di La Mort de Louis XIV) volesse porsi per linguaggio, tematiche e struttura come un sostanziale controcampo del film dell’84 di Miloš Forman, non più sull’invidia dell’allievo di Pescetti Antonio Salieri ma sulla fame dell’altro allievo di Pescetti Josef Mysliveček, sulla sua volontà di emergere, sulla sua libertà creativa e personale. Sull’ascesa, sulla caduta, e poi sull’oblio, su un volto sfigurato che sotto una maschera implora qualche spicciolo in più al monte dei pegni, su un silenzio lungo più di due secoli, che hanno preferito tramandare altre musiche di altri compositori. Del resto «mi dispiace molto per lui. Tu conosci il mio cuore. Ma è lui l’autore della propria sventura e della sua vita miserabile e spregevole. Quindi ora deve vergognarsi di fronte al mondo intero», rispondeva nel 1777 Leopold Mozart alla tristezza figlio una volta scoperta la malattia, e quindi per estensione la vita dissoluta, di quella stessa persona della quale solo sette anni prima aveva scritto alla moglie «è un onest’uomo, e siamo diventati intimi amici». Poco contava che Il Boemo, come il compositore ceco Mysliveček veniva chiamato nell’Italia in cui si era affermato per non tentare di pronunciarne il difficile cognome, ma forse anche per ricordargli costantemente il suo essere straniero, giurasse (e soprattutto spergiurasse) di essere rimasto sfigurato al naso per un ribaltamento del calesse e per una serie di pessimi interventi medici: ormai il suo nome era stato infangato e perfino parte degli amici lo aveva ormai abbandonato, l’icona era già stata sgretolata e relegata all’anonimato. Dalle stelle dell’apice alla repentina caduta, nell’avanzare della sifilide e di un’ombra che si sarebbe allungata fino all’oblio, fino a farlo dimenticare, fino all’ipocrita cancellarlo dai cartelloni dei teatri e poi quasi dai libri di storia della musica.

Tanto che è forse nel recupero e nella committenza per l’orchestrazione delle sue principali arie tratte dai vari Il Bellerofonte, Romolo ed Ersilia, Demetrio, L’Olimpiade e ancora l’Armida, che sta il principale merito de Il Boemo. Un merito culturale, portato avanti da Václav sin dal 2015 in cui realizzò il documentario Confession of the Vanished come preparazione di questo progetto di vecchia data, che va ben oltre il film e le sue necessità narrative o produttive, e che restituisce alle orecchie del mondo, nelle ottime esecuzioni dell’ensemble Collegium 104 di Praga diretto per l’occasione dal fondatore Václav Luks, un corpus musicale di altissimo livello che nessuno aveva praticamente più suonato da 250 anni. Brani di lirica miracolosamente in equilibrio fra il Barocco e la sonata romantica, ricchi di progressioni concertanti, di incisi ripetuti, di armonie sovrapposte, di dissonanze e di improvvise terzine con cui accompagnare i gorgheggi dei più dotati cantanti, dei quali negli archivi erano rimaste le partiture ma di cui erano state precedentemente registrate – peraltro in versioni tutt’altro che complete e filologiche – solo poche piccole parti. Ed ecco che un film che, fra punteggiature extradiegetiche e interi numeri rimessi in scena, non può prescindere dalla sua colonna sonora, diventa l’occasione per uno straordinario recupero del rimosso, per una fondamentale ricostruzione dell’inascoltato, per la potenziale nuova vita di ciò che era andato ormai perduto. Dal trasporto delle mani degli orchestrali sugli strumenti alle ugole dei cantanti, dal palchetto del direttore a quelli d’onore del pubblico nei teatri, sui quali impunemente si parla, si mangia, si beve, si sputa, si gioca a carte, si (fa) scopa, e se viene voglia perfino si caga, perché il Re, specialmente se giovane, immaturo e “popolare” come l’appena maggiorenne Ferdinando I Borbone delle Due Sicilie, può fare tutto quello che gli pare. Come molto possono i nobili, i ricchi, i potenti, dei quali i compositori sono poco più che servitori, sempre in bilico, pagati meno di un quarto dei cantanti. Una smitizzazione intorno al mondo della musica lirica settecentesca che parla nemmeno troppo implicitamente di classi sociali e di ipocrisie aristocratiche, di pubbliche virtù e di vizi privati, di sentimenti e di libertinaggi, di abbandoni e di ingratitudine, trovando nella ricostruzione frammentaria dei quindici anni di parabola icaresca di Josef Mysliveček un racconto universale di talento e di compromessi, di desiderio e di ingaggi mai realmente sufficienti, di slanci artistici e di passione, e poi di dolore, di rifiuto, di ingenerosa e silente condanna. Per un film di costumi ma soprattutto di maschere, da quelle del carnevale veneziano a quella necessaria per ridare una forma a un volto ormai distrutto, con cui recuperare e reimmaginare la storia di un inguaribile dongiovanni, cui presta il volto e il corpo la rockstar Vojtěch Dyk frontman dei Nightwork e dei Tros Discotequos, capace con il suo indiscutibile talento musicale e il suo fisico prestante di scalare palazzi patrizi e lenzuola da Venezia a Napoli, da Bologna a Padova, da Torino a Milano, da Parma a Pavia, per poi finire malato a Monaco di Baviera e morire sfigurato, povero e solo, a Roma, a 44 anni ancora da compiere.

Un destino che la struttura narrativa de Il Boemo, co-produzione con la Repubblica Ceca girata per lo più in italiano nel nostro Paese e ora presentata come evento speciale al 34mo Trieste Film Festival dopo il passaggio a San Sebastián, preannuncia sin da subito. Con la scelta di partire dagli ultimi giorni per poi tornare indietro in un lungo flashback ellittico, che ripercorre la carriera del protagonista fra conti e marchesi, fra nobili e sovrani, fra arti amatorie e opere serie, dall’allieva che si innamora e lo porta via dai coinquilinaggi alla nobildonna che lo introdurrà agli impresari ma anche all’edonismo delle feste più segrete, dalla divina Caterina Gabrielli – cui prestano il volto e l’interpretazione Barbara Ronchi e la voce nel cantato l’eccezionale soprano Simona Houda-Šaturová – all’unico vero e tragico amore Anna Fracassati, sposa forse dell’uomo più geloso di tutta Napoli, fra poca carne, tante lettere e ancor più frustrata immaginazione. Passando per gli amori occasionali, le cameriere e le puttane, ma soprattutto per i teatri al tempo più importanti del mondo, in cui vivere le differenze linguistiche e culturali fra gli Stati della penisola del tempo e cogliere progressivamente il cambiamento dei tempi e dei gusti, in cui modernizzarsi, in cui ora assecondare e ora ribaltare le aspettative del pubblico, in cui anticipare quello che sarebbe arrivato nei decenni e nei secoli successivi. Con tutte le necessarie ambiguità del personaggio, con tutto il suo ego smisurato da dissimulare, con tutto il suo abbandono della famiglia, con tutta la sua capacità di usare e di tradire, con tutti i suoi eccessi di desiderio e malinconia, di passione e frustrazione, di successo e insoddisfazione. Con tutto il suo sconfinato bisogno di libertà, nella vita come nella musica, nascosto da una maschera come quando è nudo. Un’icona che sorge e tramonta, che nasce e che muore, dalla dura lotta per emergere e alla facilità di una caduta tanto repentina quanto rovinosa. Petr Vaclav, con la fotografia al naturale di Diego Romero già DOP dell’intera filmografia di Roberto Minervini, imposta il film come un’opera e ogni singola sequenza come un movimento musicale, in cui ogni frammento e ogni dialogo definiscono un preciso luogo in una precisa epoca portando avanti la narrazione quasi a blocchi-prologo esattamente come farebbe un recitativo, mentre l’innervarsi dell’emozione è sempre affidato alla successiva aria riscoperta e pronta a deflagrare sullo schermo in tutta la sua leggiadra potenza. Al punto che conta solo relativamente una durata forse eccessiva nelle quasi due ore e venti dello scorrere de Il Boemo, conta solo relativamente che nei salti temporali ogni tanto qualcosa, specie nelle fasi della malattia del compositore protagonista, possa sembrare troppo brusco e slabbrato, così come conta solo relativamente che il film, mescolando liberamente il melodramma in costume e il musical (o meglio, come si diceva, l’opera), finisca per incontrare sulla sua strada anche qualche cliché (la superstizione napoletana, per esempio, o qualche ironia sui castrati) sorvolando invece del tutto sulle rivalità fra le città, oppure che nel suo lambire le medesime forme, le medesime tematiche e le medesime intuizioni non riesca ad arrivare allo stesso livello dei suoi (fin troppo) eminenti (ed evidenti) testi di riferimento già precedentemente citati, mattoni ormai imprescindibili nella storia del cinema. Quello che conta, invece, è il fascino della ricerca e della ricostruzione, tanto degli arredi d’epoca quanto musicale. Quello che conta è lo stesso vestito sempre più liso, quello che conta sono le note sugli spartiti, quello che conta è l’andare avanti nonostante tutto, anche quando si sa già di essere condannati, con le ultime febbrili composizioni. Quello che conta è il profondo rispetto per la musica e i suoi linguaggi, per il talento, per l’uomo geniale e imperfetto, sregolato, malizioso e infelice, che si celava sotto le maschere. Quello che conta è restituire a chi lo merita un posto nella memoria, non solo melomane ma più in generale nella Storia. Un atto di giustizia, prima di tutto. Non capita così spesso, specialmente in questi tempi culturalmente foschi, che con la stessa ipocrisia che si rinnova sempre uguale dal Settecento, alla contestualizzazione e al tentativo di comprendere tendono a preferire l’opposto neopuritanesimo ostracista.

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Il Boemo, trailer.

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