Profeti
di Alessio Cremonini
A cinque anni di distanza da Sulla mia pelle Alessio Cremonini mette in scena con Profeti un’altra dolorosa clausura, quella di una giornalista italiana sequestrata dall’Isis, frequentando con coraggio territori geografici piuttosto lontani dall’interesse del cinema italiano medio. Il risultato però, innervato dalle buone prove di Jasmine Trinca e Isabella Nefar, non è esente da verbosità e dal sospetto del film a tesi.
La clausura
Sara è una giornalista italiana che è andata in Medio Oriente per raccontare la guerra dello Stato Islamico, Nur una foreign fighter radicalizzata a Londra che ha sposato un miliziano e ora vive nel Califfato. Sara viene rapita dall’Isis e in quanto donna, in quanto essere inferiore che ha dignità solo se sottomessa al maschio, non può stare in una prigione dove sono presenti anche degli uomini. Per questo motivo viene data in custodia ad una sua “pari”: ad una donna. Nur diventa la sua carceriera. La casa di Nur, la sua prigione. E sarà proprio quella casa nel mezzo di un campo di addestramento dello Stato Islamico il luogo dove Sara e Nur si confronteranno. Un confronto quasi impossibile che si trasforma in guerra psicologica mentre attorno scoppiano le bombe e i nemici vengono bruciati vivi per vendetta. Un confronto fatto di silenzi, di sottili ricatti, e dal progressivo tentativo di Nur di convertire Sara. [sinossi]
Con Profeti il regista Alessio Cremonini ritorna sul luogo quantomeno ideale (il film è infatti interamente girato in Puglia) del suo esordio, la Siria, scegliendo il medesimo nucleo tematico nel tentativo di offrirne una messa a fuoco, vale a dire la condizione femminile. Non conosciamo Border, sua opera prima del 2013, dal momento che mai ha avuto una distribuzione regolare; ma sappiamo vi si racconta di due sorelle siriane costrette a fuggire verso la Turchia a causa della diserzione militare del marito di una di loro. Una prospettiva di fuga che in Profeti si ribalta nel suo opposto: la stasi, l’immobilismo forzato di altre due donne questa volta obbligate a condividere lo spazio domestico nel segno di un rapporto di forza. Quella fuga impossibile ovviamente anche per lo Stefano Cucchi del riuscito Sulla mia pelle, costretto ad assistere al dispiegarsi kafkiano di sotterfugi, omissioni e vigliaccherie istituzionali atte a occultare la violenza del potere che lo riduce inerme. Può sembrare eccessivo leggere in un’ottica autoriale l’attività di Cremonini (anche sceneggiatore di Private di Saverio Costanzo, sempre a proposito di teatri di guerra) ma è una tentazione incoraggiata dallo stesso regista nel momento in cui decide di autocitarsi e riprendere, in quest’ultimo film, Jasmine Trinca con un piano inclinato identico a quello che mostrava Alessandro Borghi imprigionato su un letto d’ospedale, come a sottolineare, in entrambi i casi, il punto di massima crisi interiore ed esteriore dei personaggi. Quella che lega Sara Canova, giornalista italiana rapita dall’Isis durante un reportage di guerra, e Nur (Isabella Nefar), moglie di un miliziano del Califfato che la tiene prigioniera nella sua casa costruita in un campo di addestramento (in quanto secondo le regole dello Stato Islamico una donna non può essere incarcerata insieme a degli uomini) è una dialettica costruita come una partita a scacchi.
La ragazza, mossa dal desiderio di proselitismo e seguendo gli ordini del leader del campo, tenta di convertire Sara, di farla aderire all’estremismo islamista ed è su questo dualismo tra vittima e carnefice che Cremonini, col contributo in sceneggiatura di Monica Zapelli e Susan Dabbous (che già aveva collaborato a Border) innesta un’ambiguità latente che è la cosa migliore del film; dal momento che la giornalista non viene presentata come un’eroina o comunque sotto quella luce forzatamente benevola che spesso accompagna personaggi di questo tipo. Certo, la donna è caparbia e dedita alla professione ma non sembra possedere spiccate qualità e ignora alcuni dettagli (come il fatto che i miliziani dello Stato Islamico non effettuano rapimenti a scopo meramente estorsivo) che Nur ha buon gioco nel rinfacciarle. Anche i reali motivi della conversione religiosa, che pare compiersi, restano avvolti nell’indecidibilità, suggerendo da parte di Sara una mossa puramente opportunistica, di sopravvivenza, senza però affatto escludere, in una prospettiva mistica che appartiene del tutto alla storia delle tradizioni religiose, lo sbocciare di una fede frutto proprio della clausura e delle privazioni. Nel film la frattura culturale ed esistenziale tra carceriera e prigioniera viene presa in carico dalle parole, mentre le immagini, per contrasto, tendono a procedere in direzione opposta, ad operare un ricongiungimento, quando mostrano le donne condividere lo stesso letto (l’idea visiva forse più sorprendente) o lavarsi le mani insieme. Il problema principale è che gli scontri verbali tra le due antagoniste appaiono frutto di un’elaborazione a tavolino che esclude qualsiasi afflato di spontaneità, suonando così dimostrativi e didascalici. Sia nel confronto tra fede (per quanto fanatica) e ateismo, sia, soprattutto, nelle declinazioni più apertamente femministe (“Io credo che una donna possa fare tutto ciò che fa un uomo” dice a un certo punto Sara ed è proprio il suo parlare “come un uomo” a sconcertare Nur) i dialoghi scontano una sentenziosità acuìta dalla perfetta, calibratissima fino a risultare innaturale, scansione delle battute, senza sconfinare neppure in un’impostazione marcatamente teatrale, che avrebbe potuto quantomeno caricare di maggiore intensità le prove attoriali. Ma anche la messa in scena lascia molte perplessità: con inquadrature sempre perfettamente centrate, nette, con lente panoramiche che attraversano la casa prigione senza però andare oltre la mera illustrazione degli ambienti, Cremonini tende evidentemente a ricercare un’impossibile bellezza nello squallore o, se non altro, a imprigionare il caos degli eventi in una tessitura registica ordinata e controllatissima.
Un procedimento simile in fondo a quello che in ambito documentaristico aveva tentato Gianfranco Rosi in Notturno, che pure lambiva la questione siriana, con la sua marcata estetizzazione fotografica. In quel caso però, per quanto discutibile, si otteneva un’ambiguità di rappresentazione che apriva il film a una molteplicità di letture mentre in Profeti, dove tutto è declamato chiaramente, la compostezza e la calligrafia sottraggono ulteriormente credibilità al racconto. Appare piuttosto paradossale infatti che in un film basato su una situazione di assoluta precarietà, di incertezza costante (sentiamo continuamente il rumore di esplosioni e scontri a fuoco nei dintorni della casa) non si avverta mai davvero il pericolo, né si stia in tensione per le sorti delle protagoniste e tantomeno che tutto all’interno risulti quasi perfettamente in ordine, depotenziando il dramma da camera di un altro possibile motivo di tensione. Meglio quando Cremonini inserisce, letteralmente, una breccia nella narrazione: lo squarcio nel muro tramite cui Sara può vedere all’esterno e percepire realmente il peso devastante del conflitto perché anche testimone dei destini altrui è l’altro spunto simbolico forte di Profeti, quasi un’ipotesi su ciò che il film sarebbe potuto essere aprendosi con più coraggio alla realtà invece che rinchiudersi nei suoi schemi formali e ideologici.
Info
Profeti, il trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Profeti
- Paese/Anno: Italia | 2022
- Regia: Alessio Cremonini
- Sceneggiatura: Alessio Cremonini, Monica Zapelli, Susan Dabbous
- Fotografia: Ramiro Civita
- Montaggio: Marco Spoletini
- Interpreti: Deniz Ozdogan, Donato Demita, Isabella Nefar, Jasmine Trinca, Marco Horanieh, Mehdi Meskar, Omar El-Saidi, Orwa Kulthoum, Ziad Bakri
- Produzione: Cinemaundici, Lucky Red, Rai Cinema
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 109'
- Data di uscita: 26/01/2023



Dear Son
Sulla mia pelle