Endless Borders

Endless Borders

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Vincitore della Big Screen Competition dell’International Film Festival Rotterdam 2023, Endless Borders è la quinta opera del regista iraniano Abbas Amini, un ritratto di un paese che è un coacervo di etnie e culture, crocevia di rotte migratorie intensificatesi con le grandi crisi internazionali, dove i confini sono anche quelli culturali e umani.

Se Kabul piange, Teheran non ride

Ahmad è un insegnante esiliato in un piccolo villaggio povero in maggior parte di etnia beluci lungo il confine iraniano con l’Afghanistan. Conosce una famiglia di rifugiati clandestini hazāra in fuga per l’ascesa al potere dei talebani. Tra i profughi un anziano uomo è ammalato. La moglie del moribondo è una ragazza sedicenne, comprata dalla famiglia del marito, che si innamora di un giovane del villaggio, sfidando la condanna del clan. Ahmad decide di aiutare nella fuga i due giovani. [sinossi]

Dedicato ai registi in carcere, con ovvio riferimento alla condizione di Jafar Panahi: così è scritto nei titoli di coda dove, peraltro, si ringrazia Mohammad Rasoulof, altro cineasta più volte ostacolato dalle autorità iraniane, autore di Il male non esiste, Orso d’oro alla Berlinale 2020, film profondamente critico verso il regime. Questi sono i due omaggi che il regista Abbas Amini esprime nella sua quinta e ultima opera, Endless Borders (il titolo originale è Marzhaye bi payan) che ha trionfato nella Big Screen Competition del recente IFFR 2023. Non c’è dubbio sulle intenzioni politiche dell’opera, che si svolge in un campo profughi al confine con l’Afghanistan, alla vigilia del drammatico ritorno al potere dei talebani. Ma se Kabul piange Teheran non ride, e le stesse dinamiche tribali, sessiste riscontrate tra i profughi afghani si manifestano, in forme neanche tanto diverse, nella società iraniana, apparente più moderna e civilizzata. Niloofar, la moglie del protagonista, Ahmad, è stata in carcere e tanti loro colleghi e conoscenti sono ancora detenuti nella famigerata prigione di Evin, preludio di quella crisi che il paese sta attraversando in questi mesi.

Ahmad è un maestro di frontiera, che vive in condizioni misere, dorme in una branda con una pila di libri a fare da cuscino, in un villaggio in mezzo al nulla. Almeno così è costretto dalla condizione di confino cui è sottoposto. Ricorda quei personaggi del cinema vocati all’educazione, missione da portare nei posti più difficili e impervi, come la giovane protagonista di Non uno di meno di Zhang Yimou, o l’insegnante del documentario Essere e avere di Nicolas Philibert. Ahmad, in quella situazione, comincia a tenere lezioni, oltre che per i bambini, per i giovani, per insegnare loro i principi dell’educazione civica. Tuttavia, quando si profila il conflitto tra legge tribale e sentimento, nell’amore del ragazzo che sfida il clan del marito della ragazza che l’aveva comprata, Ahmad pende inizialmente verso le ragioni della prima. In fondo così le si offre protezione, sostiene davanti al ragazzo avvisandolo dei pericoli cui incorrerebbe se portasse avanti quella storia d’amore. Anche il clan afferma la correttezza di quell’acquisto: avevano aiutato la famiglia della donna, che versava in difficoltà, e quindi quel premio era loro dovuto.

L’Iran rappresentato nel film è un mosaico di etnie, beluci, hazāra, pashtun, un grande paese che è anche uno snodo dei flussi migratori, a maggior ragione con le varie crisi nel confinante Afghanistan. Alle sue frontiere sono state erette barriere, muri, separazioni che sono anche mentali. Per quale motivo la moglie di Ahmad è finita in carcere mentre lui solo al confino, avendo commesso lo stesso reato, se non per un privilegio maschile riconosciuto dalle leggi? E alla fine tanto la moglie del protagonista, quanto la ragazza vittima di un matrimonio, si accaniranno contro uno spaventapasseri, simbolo di un arrogante patriarcato, alla base dei fondamentalismi religiosi, che non si riesce a scalfire, che accomuna le diverse etnie, i talebani come la teocrazia iraniana.

Info
Endless Borders sul sito di Rotterdam 2023.

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