The Offering

The Offering

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The Offering, che segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per il trentaseienne britannico Oliver Park, prende spunto dal folklore ebraico per edificare un racconto orrorifico che esplora alcuni dei tratti canonici del genere, dalla dicotomia tra il “bene” e il “male” alla casa come elemento a un tempo di protezione e dannazione. Ne viene fuori un’opera con ogni probabilità prevedibile ma non priva di ritmo e, seppur a fasi alterne, di tensione, che cerca la propria originalità nella rappresentazione dell’ortodossia religiosa cassidica.

Anche l’obitorio vuole la sua parte

Nella speranza di riconciliarsi con il padre ebreo ortodosso, il figlio di un impresario funebre torna a casa insieme alla moglie in dolce attesa. Ma le sue intenzioni vengono messe alla prova quando l’obitorio di famiglia riceve il corpo di un misterioso cadavere posseduto da un’antica entità che ha in serbo un terribile e infausto piano per il bambino in arrivo. [sinossi]

Tra gli apocrifi dell’Antico Testamento ve n’è uno attribuito al re Salomone (e per questo noto come Testamento di Salomone) che pur essendo stato scritto in ebraico nel I secolo dopo Cristo è rintracciabile solo nelle fonti cristiane, e in cui si descrive la costruzione del Tempio di Salomone grazie a un anello magico affidato al sire dall’Arcangelo Michele e che permetteva di tenere a bada i demoni e avvincerli. Tra questi demoni vi era anche tal Abyzou, che ammette candidamente a Salomone di non dormire mai, trascorrendo le notti vagando alla ricerca di donne incinte ai quali sottrarre i neonati e ucciderli: Abyzou come ogni elemento del folklore che ha attraversato i millenni, ritorna con innumerevoli nomi, tra i quali Abizou, Obizu, Obizuth, Obyzouth, Byzou e chi più ne ha più ne metta, ma il suo scopo ultimo (perseguitare, dannare, uccidere, e straziare donne gravide e pargoli) non viene mai meno. Da questo mito parte il britannico Oliver Park in trasferta hollywoodiana per esordire alla regia: il suo The Offering è infatti interamente costruito attorno ad Abyzou, e al suo disdicevole gusto per l’afflizione delle partorienti. Non è la prima volta che questo particolare demone fa capolino sul grande schermo, o che viene utilizzato il suo nome come accadde ad esempio un decennio fa in The Possession di Ole Bornedal, dove così è chiamato il dybbuk che perseguita la giovane protagonista. L’esoterismo ebraico d’altro canto, pur essendo stato utilizzato solo in modo sporadico dal cinema (chi ha memoria di Dybuk di Michał Waszyński, vecchio oramai di quasi novant’anni?), possiede una propria autonomia rilevante, una propria riconoscibilità data anche solo dagli elementi scenici, o perfino dai costumi. La comunità cassidica che è il centro del racconto portato avanti dal trentaseienne Park permette a The Offering di trovare una propria eccentricità, una peculiarità che da sola, o quasi, ha il compito di “sostenere” il peso del film.

Perché per il resto la storia di questo horror che parla di possessione, maledizioni ancestrali, e riti che affondano le loro radici nella storia stessa di un popolo, non ha moltissimo da offrire allo spettatore, almeno a quello più smaliziato e avvezzo al genere. Tra spaventi improvvisi atti a far sobbalzare sulla sedia il pubblico, visioni deliranti che mettono in discussione tutto ciò che è vero, effetti sonori e via discorrendo la storia di Arthur e Claire e della situazione tutt’altro che piacevole in cui vanno a incastrarsi dopo il “ritorno a casa” segue uno schema fin troppo prevedibile. È scontato che la casa debba tramutarsi nella prima e più pericolosa prigione, è scontato che un lavoro che non prevede la luce – l’obitorio a gestione famigliare è ubicato sotto terra – sia affetto dal germe dell’ombra, è scontato che una donna in gravidanza non possa che rappresentare un bocconcino prelibato per un demone che non aspettava altro. I conflitti esplorati da Park sono quelli soliti: il Bene che fronteggia il Male (e non è detto che abbia la forza di sopravanzarlo), la luce squarciata dal buio e viceversa, la morte che vive nella vita e la vita che vorrebbe elevarsi a l’immortalità. Insomma, nulla di nuovo e molto di consolidato, discorso che vale anche per le psicologie dei personaggi e le situazioni che dovrebbero generare paura, riuscendovi in buona parte. Park si adopera con notevole professionalità, ma la sceneggiatura non ha la forza di rendere The Offering qualcosa di diverso dal solito horror famigliare in cui tutto è chiuso all’interno del vincolo di sangue e non si esce mai all’esterno, non si trova mai un punto di contatto realmente universale.

Ciò non toglie che, fatta la tara a tutte queste debolezze, ci si possa lasciare andare alla visione con nonchalance, affrontando le turpitudini del racconto – non eccessive, in ogni caso, e non così perturbanti – con sollievo, sapendo già dove quest’horror andrà a parare, in un luogo che potrà magari far scendere un rapido sudore freddo sulla schiena ma non tornerà a inquietare le notti. Un onesto intrattenimento, che non lascia particolare traccia di sé ma sa colpire in alcune occasioni il centro del bersaglio. Un pop-corn horror in piena regola (ma il pop-corn è sempre kashèr?), da accettare o rifiutare per i medesimi pregi e difetti – a tal proposito, davvero non si sente la necessità di dover “vedere” il demone, un prodotto in CGI francamente poco angosciante – o forse solo da guardare, per poi dimenticare, come se l’orrore fosse una piccola doccia gelata, e niente più.

Info
The Offering, il trailer.

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