Il grande carro

Il grande carro

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La famiglia e l’arte, le separazioni e i nuovi amori, la nascita e la morte: i temi che percorrono una filmografia di quasi sessant’anni, come quella di Philippe Garrel, tornano anche nella sua ultima opera, Le grand chariot (Il grande carro in Italia), presentata in competizione alla Berlinale 2023.

Il mastro burattinaio

Tre fratelli rappresentano l’ultima generazione di una famiglia di burattinai, guidata con passione dal padre. Anche la loro nonna contribuisce, non solo come sarta, ma anche come depositaria di ricordi e saggezza. Un tragico evento metterà alla prova il desiderio di ogni fratello di andare avanti. [sinossi]

L’arte dei burattinai, e dei marionettisti, rappresenta ancora oggi una forma diffusa di bottega artigianale appannaggio di famiglie di artisti, premiate ditte che si trasmettono il sapere da una generazione a un’altra. Ed è una famiglia di burattinai che sceglie Philippe Garrel per raccontare della propria dinastia di cineasti, che parte dal padre attore Maurice, passando per il fratello produttore Thierry, per arrivare ai figli attori Louis, Esther e Léna. Figli che sono riuniti appunto in Le grand chariot (Il grande carro), presentato in concorso alla Berlinale 2023. Trasporre sé e la propria famiglia in una forma di rappresentazione diversa dal cinema come il teatro di figura, tendenzialmente indirizzata a un pubblico di bambini, permette al cineasta quel distacco che non aveva quando metteva in scena il cinema come arte viscerale e totale. Forse alla sua età, Garrel non ha più la macchina da presa al posto del cuore, come in quella famosa battuta di L’enfant secret. E i burattini evitano di spingere a un ulteriore livello quel complicato gioco di rispondenze tra personaggi reali e loro alter ego sullo schermo, che possono o meno combaciare, secondo riflessioni portate avanti in diversi film del cineasta, come Les baisers de secours o Innocenza selvaggia. In questo caso combaciano Louis e Léna, mentre Esther diventa Martha e lo stesso Garrel si fa interpretare da un attore.

Rimane che ogni volta che nel film si mostrano le rappresentazioni di burattini della compagnia, queste sono quasi sempre viste da dietro la barriera scenografica che occulta al pubblico gli animatori dei pupazzi. Così anche quando la compagnia si presta a un lavoro televisivo: le telecamere stanno sempre di dietro. Viene sempre mostrato il trucco, il retroscena come da sempre Garrel ha fatto nel suo cinema, con i suoi personaggi che appartengono alla sua vita. E il gioco di scatole cinesi della rappresentazione, tra vita, cinema e marionette, è comunque suggerito dalle battute, verso la fine, della celebre scena del metateatro dell’Amleto.

Dopo quasi sessant’anni di carriera, tornano compatti i temi cari al regista francese: l’archetipo del nucleo famigliare, che qui è cristallizzato nella bellissima scena in cui tutti assistono la nonna a letto; ci sono poi i temi della morte, della maternità e della separazione, rivisti in tono molto leggero. Si può avere un figlio da chi non si ama, mentre si ama un qualcun altro che farà da padre. Si va al cimitero sbagliato, o ci si dimentica il nome prescelto per il proprio figlio mentre lo si va a registrare all’anagrafe. E, per rispetto all’ateismo del padre, gli si svita via il crocifisso dalla bara prima di seppellirlo. Garrel si toglie quasi subito di scena, per poi ricomparire alla fine, sempre tramite alter ego. Rimane la nonna a rappresentare la dinastia, che affonda le sue radici, come spiega, agli inizi del Novecento. Il grande carro è in definitiva un grande film sulla trasmissione dell’arte e della vita. La nonna passionaria, che inveisce contro la guerra e il popolo fascista, fatica a comprendere il modo di manifestare delle FEMEN cui ha aderito la nipote. Come i vari membri della famiglia Garrel hanno svolto ruoli diversi nel cinema, così può succedere che la vena artistica si manifesti in via diversa da quella famigliare del teatro di burattini, nel teatro vero e proprio, cui si indirizza Louis, o nella pittura. Si può rinnovare la propria arte per rimanere vivi: lo dice una figlia discutendo con l’altra che invece vorrebbe portare avanti la compagnia con il suo repertorio classico. Rinnovarsi per rimanere vivi è in fondo ciò che sta facendo Philippe Garrel, nonché la miglior risposta a chi lo accusa di non essere più quello di una volta.

Info
Il grande carro sul sito della Berlinale.

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