Il capofamiglia

Il capofamiglia

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L’esordio di Omar El Zohairy Il capofamiglia è uno spiazzante apologo politico, in bilico tra crudo realismo e fiaba, con toni che trascolorano dalla commedia al dramma più nero. Procedendo per allusioni e allegorie, il film traccia un quadro durissimo dell’Egitto contemporaneo. Il dissolvimento della società patriarcale è un’utopia in cui la rivolta della donna è più muta e rassegnata che combattiva.

Cronaca fantastica di una sparizione

Durante la festa di compleanno di suo figlio, l’autoritario patriarca di una famiglia egiziana viene trasformato da un mago, per errore, in un pollo. La moglie dell’uomo, prima completamente sottomessa alle sue volontà e alle sue richieste, deve dunque assumere il controllo della famiglia, scontrandosi con la chiusura e le assurdità burocratiche di una società che non prevede per lei questo ruolo e il cui unico motore è il denaro. Tentando nel frattempo di riportare il marito alle sembianze umane. [sinossi]

Nel panorama del cinema nordafricano e mediorientale l’Egitto è tra i paesi di più lunga tradizione e di massima importanza, per qualità e quantità di opere e autori. A parte isolate iniziative cinefile, come un’imponente retrospettiva organizzata nel 2001 dal Torino Film Festival, la cinematografia egiziana è virtualmente sconosciuta da noi, anche se Youssef Chahine e Yousry Nasrallah sono almeno due nomi che hanno ricevuto attenzione dal nostro panorama festivaliero e, nel primo caso, hanno persino goduto di una qualche distribuzione nelle sale ormai parecchi anni fa. Di Nasrallah è stato assistente alla regia Omar El Zohairy che dopo la solita trafila di cortometraggi fa il suo esordio con Il capofamiglia, vincitore della sezione “Semaine de la critique” a Cannes 2021. Come non di rado avviene, è interessante soffermarsi sulla differenza tra il titolo italiano e quello originale perché illumina non solo la strategia distributiva per avvicinare il pubblico a un film certamente non facile ma anche la natura dell’opera stessa. Il capofamiglia viene tramutato per un esperimento di magia finito male in un pollo di fronte agli occhi della moglie e degli altri invitati alla festa di compleanno del figlio più piccolo. Uno spunto favolistico o da commedia dell’assurdo con cui il film sembra stringere un patto con lo spettatore ponendo la fondamentale domanda drammaturgica (riuscirà il pennuto a tornare uomo?) su cui sembra basarsi tutta la narrazione.

Il titolo originale però espunge del tutto l’elemento umano a vantaggio di quello animale: Feathers, piume. Emerge qui la dimensione straniante che è la vera cifra stilistica di un’opera in cui tra umani e non umani c’è una sottile linea di demarcazione e non tanto perché El Zohairy si lanci in una grossolana equiparazione basata magari sugli istinti primari o sull’esercizio della violenza, elementi di cui pure il film così come la società che vi viene descritta sono intrisi, quanto perché la stessa scrittura cinematografica lavora su questo parallelo. I personaggi del film e gli animali (come si evince dalle scene ambientate nel circo e nello studio veterinario) vengono inquadrati con la medesima oggettività e i primi si muovono e agiscono con la stessa ottusità, con gli stessi automatismi dei secondi. Questa dimensione da bestiario sarebbe probabilmente risultata inefficace in un film marcatamente realista, producendo uno scollamento tra soggetti e contesto ma in Il capofamiglia trova un suo senso dal momento che il lavoro delle immagini sui luoghi (che non hanno una connotazione precisa così come i personaggi non hanno nomi) tende all’astrazione negli esterni e alla stilizzazione negli interni. Siamo sì nell’Egitto contemporaneo ma in uno scenario semi distopico, da film post-atomico, fatto di casermoni, animali randagi, fango, piccole comunità isolate, per non parlare del dettaglio più clamoroso in tal senso, la modesta casa del capofamiglia costruita a ridosso della fabbrica in cui lavora, tanto da rendere necessario alla moglie chiudere le finestre per non respirare i miasmi esalati dagli impianti.

La donna diventa protagonista assoluta del racconto al momento della metamorfosi. Nella sua nuova condizione di pollo, il marito per la società non è né vivo, né morto, pertanto non può percepire stipendio. In un classico balletto burocratico kafkiano la moglie non può pagare l’affitto dell’abitazione, subisce il pignoramento dei beni, passa da un lavoro all’altro scontrandosi anche con le differenze di classe nel momento in cui, scoperta a rubare, viene cacciata dalla villa di una famiglia borghese in cui prestava servizio come cameriera. Eppure non c’è alcuno scarto retorico, Il capofamiglia non si trasforma da questo momento in poi in un inno alla combattività femminile. Procede semmai col suo andamento impassibile in una sottile atmosfera da incubo senza distribuire nettamente torti e ragioni, senza tentazioni manichee. Perché se è vero che il capofamiglia è la personificazione del più retrivo patriarcato, non tutto di lui viene presentato sotto una cattiva luce. È un modesto operaio, sogna un futuro per i suoi figli e agisce in tutto e per tutto come un prodotto dell’ambiente che lo ha creato e cresciuto in vitro. La sua personalità non è più spiccata di quella del pollo, appunto. La donna dal canto suo è stritolata da un congegno che non la prevede come ingranaggio ma sa anche, all’occorrenza, sganciarsi dal ruolo di vittima e prendere decisioni spregiudicate quando non moralmente discutibili (il pestaggio ai danni dell’ex collega del marito). Giunge sì a recidere, come esemplifica il finale, qualsiasi legame subordinato con l’elemento maschile ma per farlo passa attraverso il sotterfugio, la violenza e il sangue. Tanto che il suo affondo più politico (ma anche più misterioso nel contesto della storia perché lasciato volutamente in secondo piano) il film non lo riserva tanto al rapporto/scontro tra sessi ma al disagio dei reietti, degli ultimi nella scala sociale che decidono di farla finita (come dimostra la potente inquadratura d’apertura) e poi magari ritornare alla stregua di doppi o di revenant nella stessa posizione subordinata con cui li avevamo conosciuti. L’ambiguo equilibrio e l’ironia di scrittura, pur in un film con notevoli punte di cupezza, sono dunque i principali punti forza di Il capofamiglia, che perde incisività semmai sul piano della messa in scena. Può sembrare una definizione che ormai sa di luogo comune, ce ne rendiamo conto, ma siamo nel più puro cinema “da festival”. Le inquadrature ostinatamente fisse e a volte troppo studiate nel loro bilanciamento, illuminate con marcato gusto pittorico, producono una staticità poco naturale, per cui si ha talvolta la sensazione che gli eventi accadano non in virtù della narrazione ma in funzione della macchina da presa e della sua capacità di organizzarli in senso compositivo.

Malgrado queste riserve, ascrivibili solo alla sensazione di già visto che trasmette inevitabilmente un’opera di questo tipo, Il capofamiglia è un esordio promettente in grado, immaginiamo, di dare fastidio se inquadrato nel suo contesto di nascita (e infatti le autorità egiziane non hanno gradito affatto) e di dare conto delle tragedie del reale in una forma problematica, allusiva e interrogativa insieme.

Info
Il capofamiglia, il trailer.

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