Pantafa
di Emanuele Scaringi
Emanuele Scaringi, già regista de La profezia dell’armadillo, torna dietro la macchina da presa con Pantafa, confrontandosi per la prima volta con un racconto horror radicato nel tessuto folkloristico abruzzese. Peccato che la componente soprannaturale appaia del tutto scissa dal resto del racconto, e si muova in un campo dominato dal cliché senza essere mai davvero in grado di risvegliare le paure ataviche tanto dei personaggi in scena quanto del pubblico.
Gli incubi di Malanotte
Marta, sempre più preoccupata per le strane allucinazioni che colpiscono la figlia Nina, decide di portarla a vivere in montagna. Le due prendono così in affitto una vecchia casa dall’aspetto un po’ spettrale nella cittadina di Malanotte. Tuttavia, la situazione clinica di Nina continua a peggiorare: la bambina inizia a soffrire di gravi paralisi ipnagogiche che assumono caratteristiche orrorifiche: durante la paresi Nina vede uscire dalle pareti una figura fantasmatica che si acquatta sul suo petto e cerca di succhiarle via l’anima. Le preoccupazioni e le suggestioni di Nina vengono ingigantite dalla signora Orsa, una vicina di casa, che riconosce la Pantafica nella descrizione di Nina, un’anima dannata che tormenta le notti dei bambini. È tutto nella sua testa, come sostiene Marta, o il male ha davvero preso connotazioni reali? [sinossi]
Solo pochi giorni fa, all’interno di un incontro dedicato alla produzione horror italiana e organizzato nella sala dell’ANICA dal Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici Italiani, diverse generazioni di registi si sono confrontate ragionando sul cinema del terrore italiano attuale, e sugli orizzonti possibili per la tanto agognata “rinascita” del genere. Tanto un decano come Pupi Avati quanto i cineasti più giovani (Paolo Strippoli, Valentina Bertuzzi, Federico Russotto, Andrea Corsini) hanno convenuto sulla necessità di trovare una via originale all’horror, mantenendo una voce indipendente pur senza schivare i codici che ne contraddistinguono l’immaginario. È interessante imbattersi ora sul grande schermo su Pantafa, la seconda regia di un lungometraggio dopo La profezia dell’armadillo, adattamento del fumetto di Zerocalcare; già visto lo scorso autunno al Torino Film Festival nel concorso della neonata sezione “Crazies”, da cui è tornato con una menzione assegnata alla giovanissima Greta Santi (successivamente anche in Tre di troppo di Fabio De Luigi), Pantafa è un progetto la cui preproduzione è iniziata addirittura nella primavera 2020, all’inizio della pandemia. Il fatto che solo due anni e mezzo più tardi il film sia riuscito a trovare una sua forma definita racconta forse con una certa precisione i non pochi problemi che prendono corpo sullo schermo. L’idea da cui parte Scaringi è senza dubbio affascinante, e consiste nel mescolare ai succitati codici dell’orrore il folklore popolare italiano. Pantafa è infatti il nome con cui nelle Marche è conosciuto un demone, uno spettro che con l’aspetto di una vecchia megera disturba il sonno delle persone impedendo loro di respirare. Nonostante il paesello Malanotte che funge da scenario all’oscura vicenda sia in Abruzzo (il borgo fantasma di Buonanotte, in provincia di Chieti, era in antichità noto proprio come Malanotte, in un ribaltamento del senso del nome non così inconsueto in quelle latitudini: il paesino molisano di Fossalto un tempo si chiamava Fossacieca, ad esempio) Scaringi preferisce mantenere il nome marchigiano dell’essere maligno, forse perché l’abruzzese Pantafica avrebbe ingenerato una fin troppo facile goliardia. La figura della pantafa in ogni caso non solo si ritrova con diverse denominazioni in giro per l’Italia, da stricacuor a carcaveja, da pesàntola a pundacciu, ma è diffusa a livello internazionale come dimostrano il jinn della penisola arabica e del nord Africa o il kanashibari giapponese che tanta parte ha avuto nel mondo dei manga e del cinema nipponico.
L’intuizione di pescare a grandi mani nel folklore locale, e quindi di delocalizzare l’horror spingendo il cinema fino al poco rappresentato Abruzzo è senza dubbio il principale punto di forza di Pantafa, e riporta alla mente un piccolo e misconosciuto lavoro autoprodotto di oltre un decennio or sono, La progenie del diavolo di Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga. Il problema è che anche Scaringi sembra rintracciare nell’ambientazione il focus della sua narrazione, al punto che per larghi tratti il suo film pare disinteressarsi completamente al genere di riferimento, preferendo concentrare lo sguardo sulla vita di paese, sulle abitudini locali, sull’inflessione dialettale, al punto che una delle sequenze centrali altro non è se non la messa in scena della sagra a cui partecipa l’intero borgo. Certo, persiste in sottofondo il mito della pantafa, cui viene resa edotta la protagonista Marta – che ha portato via la figlioletta Nina dal rutilare della città proprio per le enormi difficoltà della piccola durante la fase REM –, ma l’impressione che si riceve è quello di un utilizzo metaforico della figura soprannaturale. Così Pantafa si sviluppa in tutto e per tutto come un dramma materno, ma anche come il processo di autodeterminazione e di svezzamento della piccola Nina, che impara poco per volta a essere indipendente, aiutata da un luogo che non presenta – almeno all’apparenza – asperità particolari. Scaringi si dimostra a ben vedere anche in grado di gestire l’aspetto più prettamente naturale della vicenda, anche aiutato dalla volitiva interpretazione di Kasia Smutniak.
A mancare purtroppo è tutto il côté “super-naturale”, anche a causa della scarsa vena immaginifica del regista – elemento che impoveriva anche la sua opera prima – che non è per niente a suo agio nel gestire le ombreggiature, gli angoli più scuri, il lato nero e horror della vicenda. Già incollato un po’ a forza sotto il profilo prettamente narrativo, il versante orrorifico che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di Pantafa si risolve in una rimasticatura, anche poco accorta per quel che concerne la messa in scena, dei ritmi e delle soluzioni visive del cinema statunitense contemporaneo (vedere alla voce James Wan), con qualche suggestione orientale. Peccato che questi scarni elementi non bastino a rendere la pantafa un mostro anche solo vagamente perturbante, e d’altro canto le psicologie di Marta e della sua bambina non siano così sviluppate da giustificare un’adesione emotiva ai personaggi e alle loro sventure. Il film resta così nel campo dell’indefinito, senza sapere quale strada prendere: per mettere in scena l’orrore, oltre a conoscere i codici del genere, è necessario credere alla paura, e al gravame che porta con sé. Come ebbe a scrivere decenni fa Stephen King, uno che del significato intimo e universale della “paura” sa qualcosa: «L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia».
Info
Pantafa, il trailer.
- Genere: horror
- Titolo originale: Pantafa
- Paese/Anno: Italia | 2022
- Regia: Emanuele Scaringi
- Sceneggiatura: Emanuele Scaringi, Tiziana Triana, Vanessa Picciarelli
- Fotografia: Simone D'Onofrio
- Montaggio: Gianluca Scarpa
- Interpreti: Betti Pedrazzi, Francesco Colella, Giuseppe Cederna, Greta Santi, Kasia Smutniak, Mario Sgueglia, Mauro Marino
- Colonna sonora: Mattia Carratello, Stefano Ratchev
- Produzione: Fandango, Rai Cinema
- Distribuzione: Fandango
- Durata: 105'
- Data di uscita: 30/03/2023



La profezia dell’armadillo
La progenie del diavolo