Educazione fisica

Educazione fisica

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Educazione fisica, che Stefano Cipani ha diretto partendo dalla sceneggiatura che i gemelli D’Innocenzo hanno tratto dall’opera teatrale La palestra di Giorgio Scianna, è un brutale kammerspiel sulla meschinità di genitori e figli, e dunque sull’Italia di oggi. Peccato che la scrittura dei personaggi sia troppo monolitica, e il gioco al massacro palesato in modo eccessivo al punto da divenire caricaturale.

La convocazione della preside

I genitori di tre alunni vengono convocati dalla preside di una scuola media di provincia: è successo un fattaccio, di cui i loro figli sono i responsabili. Ma è difficile da credere e da accettare. La palestra si trasforma in un’aula di tribunale improvvisata, dove ha inizio un processo feroce nel tentativo ostinato di smentire e nascondere la verità. [sinossi]

Per affrontare Educazione fisica, seconda regia per il cinema di Stefano Cipani a tre anni di distanza dallo zoppicante Mio fratello rincorre i dinosauri, può essere utile partire da alcune dichiarazioni ufficiali. La prima è a due voci, quelle di Giorgio Scianna, autore della drammaturgia de La palestra (che è alla base del film di Cipani), e della sua regista in scena Veronica Cruciani: “Per mesi abbiamo lavorato insieme perché la scrittura prendesse vita attraverso una concretezza scenica piena, abbiamo lavorato con gli attori perché questo è un testo dove suspense e ferocia di gruppo si creano solo se i personaggi e le loro dinamiche psicologiche si incastrano tra loro in un meccanismo a orologeria. Lo spettatore poi non doveva mai avere il dubbio che quello che stava ascoltando non fosse coerente o credibile rispetto alla realtà perché questa è una storia che potremmo leggere nelle cronache dei giornali”. La seconda invece è estrapolata dalle note di regia di Cipani: “Volevo fare un classico, senza fronzoli dove tutto è rivolto alla discussione. Il montaggio è per scelta democratico e non lascia scampo a nessun personaggio, i quali sono sempre tutti presenti attraverso i piani d’ascolto che giocano un ruolo chiave nella lettura del film”. Sempre nelle succitate note di regia si può infine leggere: “Mi sono stati d’ispirazione i cartoni animati anni 70’ di Ralph Bakshi, il cinema di Buñuel e il punk”. Non sono stati in pochi da un punto di vista critico ad approcciare Educazione fisica puntando il dito in modo palese nei confronti della sceneggiatura firmata a quattro mani dai gemelli D’Innocenzo: l’accusa è quella di aver trasformato il testo di Scianna in un pamphlet senza via di scampo, in cui tutti sono ugualmente colpevoli e dunque non si può che mandare alla gogna chiunque, in un gioco al massacro che non prevede spiragli di luce.

Una presa di posizione netta, e senza dubbio comprensibile, ma che non sembra in tutta franchezza cogliere il problema che affligge il film di Cipani. Uno sguardo immorale, o amorale, non è di per sé un disvalore, ma ovviamente prefigura uno scenario in cui il regista sappia maneggiare con estrema cura la materia che sta contribuendo a formare sullo schermo. A fronte di una sceneggiatura che compie una scelta così forte, volutamente divisiva e con ogni probabilità aperta a essere letta come provocatoria, è necessario che si accompagni una regia altrettanto cristallina nella messa in scena, e netta nello sguardo. È qui che i nodi vengono al pettine: se lo script approntato dai D’Innocenzo manca comunque di finezza, disinteressato com’è ad approfondire le dinamiche psicologiche dei personaggi in scena, siano essi i genitori degli adolescenti che hanno commesso il fattaccio – nientemeno che uno stupro di gruppo ai danni di una coetanea – o la preside che li ha convocati per una dura reprimenda (difficile purtroppo non rintracciare già in una simile scelta un grave problema di credibilità: quale essere umano portatore di “sani” principi e intenzionato a fare “giustizia” invece di denunciare un fatto così grave alle autorità convocherebbe in forma privata e fuori dall’orario scolastico i genitori dei colpevoli, con tutto quel che ciò può comportare sotto il profilo dell’inquinamento delle prove?), è nella confusione di una regia che si vorrebbe austera e grottesca a un tempo che si annida l’impossibilità di Educazione fisica di porsi come credibile creatura dialettica nei confronti del pubblico. “Lo spettatore poi non doveva mai avere il dubbio che quello che stava ascoltando non fosse coerente o credibile rispetto alla realtà” affermano Scianna e Cruciani, ma questo aspetto viene fin da subito messo da parte da Cipani, anche per via di una recitazione sempre sopra le righe, e quindi completamente anti-naturale.

Così agendo il film diventa un oggetto apodittico, inconfutabile per il pubblico che non può che accettarne la verità assoluta, anche se i toni lo spingono nelle direzioni più difformi. Nel citare come modelli a cui ispirasi “Ralph Bakshi, il cinema di Buñuel e il punk” Cipani ne sposa la natura apparentemente eversiva – c’è bisogno di ben altro per rendere eretico un film, ed Educazione fisica non riesce nemmeno a sollevare il coperchio ribollente del cattivo gusto – ma sembra non conoscere o forse non comprendere l’assoluto rigore che pervade quei tre modelli di riferimento ideali, capaci di stravolgere in profondità la prassi, e di profanare l’abitudine borghese proprio perché di una lucidità specchiata. In Educazione fisica invece a dominare il proscenio è una confusione così artefatta da risultare perfino accomodante, proprio perché rifiuta di interrogarsi in profondità sull’identità del male, e la sua natura più quotidiana. Ciò che rimane è un gioco al massacro preventivo, e un po’ sterile, che non riesce a rendere scomoda la visione, ma al massimo fastidiosa come una feritina sottocutanea.

Info
Il trailer di Educazione fisica.

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