Mia

Mia è il nome della figlia quindicenne di Sergio e Valeria, ma indica anche il possesso, ed è di questo che parla il settimo lungometraggio diretto nell’arco di un ventennio da Ivano De Matteo, che con coraggio affronta le dinamiche famigliari con estrema durezza e da una prospettiva inusuale per il cinema italiano contemporaneo.

Un padre, una figlia

Mia ha quindici anni, ed è una normalissima adolescente: frequenta il liceo classico riscontrando qualche problema col greco, gioca a pallavolo, ha una migliore amica con la quale condividere ogni segreto, carica video in cui balla su Tik Tok. I suoi due genitori, Sergio e Valeria, stravedono per lei, e un po’ si preoccupano quando Mia si fidanza con Marco, più grande di cinque anni e che pretende dalla ragazza un’attenzione assoluta. Ma è solo l’inizio dei problemi. [sinossi]

“Lei non è più tua, è mia. Dopotutto sei tu che l’hai chiamata così, no?”. Questa è la frase che lo strafottente Marco, ventenne di buona famiglia – il padre gestisce una concessionaria di automobili molto bene avviata –, sputa in faccia a Sergio. Marco è andato a citofonare a Mia, con cui si è messo da qualche settimana, ma Sergio (che è il padre della ragazza, la madre si chiama Valeria) le impedisce di rispondere e le ha anche sequestrato il telefono cellulare. “Lei non è più tua, è mia” è una frase a effetto, degna di un ventenne insolente quale appare Marco, che arriva addirittura a minacciare fisicamente l’allenatore della squadra di pallavolo in cui gioca Mia solo perché l’ha visto cingerla col braccio; d’altro canto dopo appena un pomeriggio trascorso insieme il ragazzo ha scritto a caratteri cubitali sulla pavimentazione sotto le finestre dell’appartamento di Sergio e Valeria “Mia per sempre mia”, costringendo i genitori a chiamare una ditta per pulire l’ammattonatura. Ma è “Dopotutto sei tu che l’hai chiamata così, no?” a continuare a risuonare nelle orecchie dello spettatore, convincendolo che sia in quell’ammasso di parole che si può trovare il vero senso al film di Ivano De Matteo, settimo lungometraggio in venti anni di attività per l’attore e regista romano e nuova occasione per riscontrare l’eccentricità della proposta cinematografica che porta avanti lavorando in fase di scrittura con la compagna Valentina Ferlan. Al di là degli esiti dei singoli film a colpire è la pervicace volontà di De Matteo di non volersi accomodare né nel solco della commedia né in quello del cinema d’autore più prossimo al cosiddetto arthouse, senza farsi neanche blandire dalle lusinghe del “genere”. Il suo è uno scandaglio delle classi sociali, che parte dalle dinamiche famigliari per aprire lo sguardo sulla società, e le sue distonie. De Matteo è tra i pochi registi italiani a ricordarsi ancora che la collettività è divisa in classi, e che esse sono strutturalmente in conflitto. Un dato che emergeva anche dal kammerspiel giallo Villetta con ospiti, e che attraversa l’intera carriera del regista.

A risaltare con evidenza in Mia fin da subito è la chiarezza nella rappresentazione della realtà sociale scelta per fungere da proscenio: la ragazza vive in una traversa di viale Marconi, studia al Platone (storico liceo classico di San Paolo, anche se la facciata scelta nel film è di un altro edificio e non del plesso in via Umberto Nistri), si ritrova con gli amici al Caffè Tevere subito dopo o prima di Ponte Testaccio. Un compagno di scuola di Mia le dice che con la sua band suonerà al Villaggio Globale. L’appartamento in cui la famigliola vive è del tutto congruo alla classe sociale di appartenenza, quella classe media – Sergio guida l’ambulanza, Valeria è casalinga – che il cinema italiano ha progressivamente espunto dal discorso, preferendogli i casermoni popolari periferici da un lato e gli attici di Parioli e Collina Fleming dall’altro. Questa nettezza nella collocazione geografica e sociale della famiglia permette a De Matteo di rappresentare con estrema lucidità anche la normalità di una vita quotidiana fatta di piccoli riti – la cena con la squadra di pallavolo cui partecipano atlete e genitori, per esempio –, in un tran tran che non ha nulla di monotono o deteriore, ma raffigura “solo” la vita. La prima parte di Mia ha i contorni del trattato sociologico, e sembra collocare il film in quella riflessione sulla famiglia che vede nei primi turbamenti dell’adolescenza un momento di stacco che non si tramuta immediatamente in confronto creando così una frattura. In effetti Sergio e Valeria rimangono spiazzati dal primo amore della figlia, questo Marco che per di più ha vent’anni (“se ripenso a cosa volevo io a vent’anni da una ragazza mi vengono i brividi”, chiosa Sergio, con la compagna che lo prende giustamente anche in giro “la ragazza ero io, cos’è che che volevi?”) e che viene visto come una continua minaccia. In effetti il giovane non è propriamente il figuro che un genitore sogna frequenti la figlia: manipolatorio, pretende l’assoluta attenzione della ragazza e la distrae tanto dagli impegni – la squadra di pallavolo – quanto dalle amicizie più care. Fino a toccare il punto di non ritorno, con tutto quello che consegue.

Se si fermasse qui, con questa sorta di nemico in motocicletta che “minaccia” la saldezza del nucleo familiare, Mia sarebbe un interessante dramma piccolo-borghese dalle venature thiller, e non l’accorta e dolorosissima indagine che lascia di stucco lo spettatore, privandolo di ogni appiglio, di ogni consolazione facile, di ogni accomodamento. E si deve necessariamente tornare, per comprendere appieno questo scarto di senso, a quella subdola domanda retorica con cui Marco schiaffeggia idealmente Sergio: “Dopotutto sei tu che l’hai chiamata così, no?”. Perché Mia è il nome di una quindicenne, ma in maniera implicita indica anche il concetto di possesso. Marco vuole possedere Mia, non tanto e non solo fisicamente – anzi, proprio quando hanno il primo rapporto sessuale la loro relazione inizia a sfaldarsi – ma psicologicamente: la vuole sua, la pretende sua. Dall’altra parte Sergio non sta solo difendendo una ragazzina dalle insidie di un giovane viziato e poco amorevole, ma senza neanche rendersene conto sta cercando di proteggere a sua volta una proprietà. Diversamente da Valeria lui della figlia non sa molto perché semplicemente non le parla, non ha dialogo. La vuole attiva e piena di amicizie perché nella sua vita sociale e nei suoi successi – come quelli sportivi – lei in qualche modo estende il braccio della famiglia. Un comportamento che Sergio, sempre con modi gentili e perfino caritatevoli, mostra anche con un’altra ragazza, la punkabbestia veneta che vive di piccoli espedienti in uno spazio occupato con il compagno vicino all’ospedale. Sergio, ed è questa l’intuizione che spariglia le carte del film, non rappresenta l’antitesi di Marco, ma solo il suo volto più affabile, simpatico, cortese. Il ragazzo vede in Mia solo una carne adolescente da possedere, Sergio vi vede ancora la figlioletta di tre anni – ed è su quell’immagine, non casualmente, che si apre il film.

De Matteo non sceglie uno stile artefatto, ma allo stesso tempo non si adagia neppure sulla prammatica più stantia del dramma. Trova uno spazio proprio, che ha la nettezza e la secchezza del cinema contemporaneo rumeno – e non è la prima volta che osservando le sue regie viene naturale un simile accostamento – e possiede il coraggio della non conciliazione, come testimonia un finale durissimo, disperato senza però l’esasperazione dell’epos. Opera che si pone in una posizione del tutto indipendente nella rappresentazione della famiglia e ancor più del suo significato sociale, Mia è un film sinceramente doloroso, spiazzante, arricchito dalle belle interpretazioni dei protagonisti, e che non ha bisogno di artifici particolari per cogliere il centro del proprio discorso, come testimonia ad esempio il bel confronto tra Sergio e il padre di Marco.

Info
Il trailer di Mia.

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