Il sol dell’avvenire

Il sol dell’avvenire

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Oltre trent’anni dopo Nanni Moretti è ancora proteso verso il sol dell’avvenire, come nel finale di Palombella rossa in cui “moriva” Michele Apicella. Il cinema, e il mondo, si sono però mossi, e forse è giunto il momento (anche) dell’autocritica. Moretti torna a mettersi in scena in modo dichiarato, e lo fa cercando di superare sé stesso, e la Storia.

Vuole vederci danzare

Giovanni è un regista settantenne che sta per tornare sul set per girare un film che parlerà dei giorni dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956. La sua riflessione politica deve però scontrarsi anche con una quotidianità che gli presenta il conto, tra la moglie che vorrebbe lasciarlo e il mondo del cinema in cui non si riconosce. [sinossi]

Egli danza, faceva dire Pier Paolo Pasolini a Orson Welles ne La ricotta parlando di Federico Fellini. “Fa molto Fellini, vero? Che bello!” commenta uno dei personaggi di Ecce Bombo seguendo con lo sguardo un gruppo di anziani che si mette a ballare sulle note di Lei di Adamo. Quando sul set del film nel film de Il sol dell’avvenire partono le note di Voglio vederti danzare di Franco Battiato, con l’intera troupe che inizia a muoversi in modo vorticoso imitando le danze sufi dei dervisci rotanti sulle spine dorsali, appare evidente come l’intento di Nanni Moretti sia quello di veder danzare il pubblico, più che di danzare egli stesso. Anche perché i musical, con grande rammarico, proprio non riesce a farli: vagheggiava nel 1993 all’epoca di Caro diario di un musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta, e trent’anni dopo, proprio mentre sta girando un film su un (meglio, una) trotzkista degli anni Cinquanta, vagheggia di un musical che attraverso grandi successi della canzone leggera italiana sia in grado di raccontare cinquant’anni di vita di una coppia. Abbozzava le coreografie già in Palombella rossa, quando ancora non era neanche Nanni Moretti in scena, ma “solo” il suo alter ego Michele Apicella; ondeggiava a tempo della musica di Khaled con la Vespa in Caro diario, subito prima di disturbare Jennifer Beals e Alexandre Rockwell (“a me sarebbe sempre piaciuto poter ballare”), o di imitare il mambo di Silvana Mangano in Anna di Alberto Lattuada. Nel 2023 Nanni Moretti non ha ancora portato a termine un musical, ed è possibile che ciò non accadrà mai; egli stesso, contrariamente a Fellini, non danza. Eppure le piroette attorno alle quali si avviluppa Il sol dell’avvenire, il quattordicesimo lungometraggio del regista romano, paiono in ogni istante poter diventare una danza. Anzi, sembrano proprio volerlo diventare. D’altro canto Moretti firma un film sul concetto stesso di “liberazione”, ed è per quanto casuale interessante che la distribuzione su suolo nazionale – a livello europeo e mondiale si dovrà attendere dopo la presentazione in concorso al prossimo festival di Cannes, nona partecipazione di Moretti alla corsa per la Palma d’Oro – arrivi a ridosso dei festeggiamenti per il 25 aprile. Altrettanto interessante è notare come Moretti sia uno dei pochissimi registi italiani, forse l’unico insieme a Paolo Sorrentino (restando ovviamente nel novero dei viventi), ad alimentare fazioni pre-visione. Prima ancora della presentazione del film alla stampa, infatti, il web brulicava di posizioni aprioristicamente “a favore” o “contrarie”. Un pregiudizio che contraddistingue Moretti non come cineasta, ma in qualità di icona, di puro e semplice punto di riferimento, e che ha contribuito lo stesso regista ad alimentare nel corso dei decenni, ponendosi in modo centrale all’interno dei contesti che gli interessavano, dal cinema alla politica. Nella sua fase da narratore “puro”, scevra da un riferimento autobiografico o auto-psicanalitico chiaro e netto, che ha inizio con La stanza del figlio e arriva fino a Tre piani, Moretti ha scelto di defilarsi fisicamente, preferendo racconti più corali o, come in Habemus papam e Mia madre, protagonisti differenti: questo non ha però scalfito la centralità della sua figura, predominante a volte rispetto al suo stesso cinema – e di questo le eventuali colpe non sono di certo attribuibili al regista. Ne Il sol dell’avvenire invece Moretti torna centrale, al punto da annullare in qualche modo trent’anni di filmografia, o giù di lì.

Si cerchi un taglio di montaggio impossibile, si abbia per un momento l’ardire di sognare ciò che la Storia non ha concesso (e su questo dettaglio sarà necessario tornare più avanti). Michele Apicella è lì, dopo essere uscito di strada alla guida della sua automobile, che protende inutilmente le braccia verso un sol dell’avvenire di cartapesta. Giovanni, che vuol dirigere una storia che da sinistra accusi il Partito Comunista Italiano di non aver avuto il coraggio di condannare l’invasione sovietica di Budapest e la repressione del 1956, ha diretto anche la fine della storia cinematografica di Apicella, e del suo sogno politico. Moretti è finalmente Giovanni, un regista che dirige un film ogni cinque anni e che quindi si rende conto di dover accelerare, nell’illusione di fermare il tempo, di non invecchiare. Ma il tempo scorre, invecchia le cose e le fa cambiare, a volte deperire a volte evolvere: se il suo matrimonio è in crisi – anche se lui non se n’è mai accorto, ma anche questo elemento tornerà utile più in là nel corso di questa breve analisi – la figlia si è lanciata in una relazione seria, con un uomo che è persino più vecchio di lui, interpretato da Jerzy Stuhr. Solo lui vorrebbe cristallizzare il tempo in un rito, un gesto puramente reazionario nell’ottica marxista: vorrebbe come ogni sera prima del primo ciak rivedere a casa Lola, l’omaggio a Max Ophüls che Jacques Demy definiva “un musical senza musica”, mangiando un gelato. Vorrebbe gestire ogni singolo dettaglio della vita di chiunque, Giovanni, esattamente la mania che aveva Michele Apicella fino a condurlo in una delle possibili varianti della sua vita – altro che multiverso – a diventare un serial killer. Perché Giovanni è Nanni, e Nanni è Michele: le tre variabili (nome anagrafico, nome d’arte, alter ego) sono infine riunite, in un unico spettacolo che non può fare a meno di ricordare la propria storia. Il sol dell’avvenire è letteralmente disseminato di giochi interni in cui il fedele spettatore morettiano potrà decidere di perdersi all’infinito, dal sempiterno riferimento alle calzature più odiate – il sabot, la pantofola – alla già citata presenza nella colonna sonora di un brano di Battiato, dalla copertina da mettersi davanti alla televisione identica a quella sfoggiata in Sogni d’oro fino al circo ungherese piantato al Quarticciolo che si chiama “Budavari” esattamente come il campionissimo schierato in vasca dall’Acireale nella finale attorno alla quale ruota Palombella rossa. Si può vivere di sole citazioni? A uno sguardo forse superficiale potrebbe sembrare che la risposta sia affermativa. Occorre riavvolgere il nastro e tornare al breve accenno al pregiudizio che oramai da decenni accompagna ogni singolo film di Moretti: se i morettiani potranno trovare nei riferimenti interni il pane di cui amano nutrirsi, chi avversa il cinema di Moretti rivendicherà la sua posizione accusandolo di essere sempre uguale a se stesso, incapace di andare al di là dei propri tic. “Non sa recitare”, tornerà a sbraitare qualcheduno, come se questa fosse una notazione convincente, o anche solo vagamente pertinente.

No, Moretti non è un grande interprete. Non è un mattatore, non potrebbe mai rivestire panni che non sentisse almeno in parte aderenti a sé. Era così nel 1976 ed è così oggi, quasi cinquant’anni dopo, quei cinquant’anni che una coppia può aver attraversato saltando di canzone in canzone, se solo la vita fosse davvero un musical. Nelle trincee già scavate, in queste posizioni predette e predigerite, non si potrà forse mai davvero sentire un film come Il sol dell’avvenire, che può essere semplificato a capolavoro come a prevedibile delusione, ma solo se si resta in un territorio neutro, e neutralizzato. Il passo che Moretti fa compiere al protagonista del suo film nel film – Silvio Orlando, fedele sodale – è lo stesso che compie lui, e che cerca di suggerire anche al pubblico di compiere. Non è un passo facile, perché prevede la negazione della Storia, ma anche della storia. Contrariamente a quanto forse taluni hanno affermato, Il sol dell’avvenire non parla di un set cinematografico, come poteva essere all’epoca di Sogni d’oro, Il caimano, o Mia madre: quelli erano film fittizi all’interno di un film vero, servivano cioè a tradurre con chiarezza il significato di “cinema” di Nanni Moretti, la sua visione del mondo attraverso la sua visione della finzione. Il film nel film de Il sol dell’avvenire è già girato, per quanto sia solo un set: ed è così chiaro quello che vuole dire che non interessa a nessuno che sia girato. Il film nel film diventa interessante solo quando Giovanni, il cineasta pedante e moralizzatore che ha sempre la sua da dire in ogni singola circostanza, decide di dover cambiare il film. Lì, solo in quel momento, solo quando Giovanni si rende conto che l’intero apparato del “già deciso” deve essere messo in discussione, la storia dei ferventi comunisti Orlando e Bobulova (lui fedele alla linea anche quando non c’è, lei invece pronta a combattere per l’ideale anche se è il Partito a essere in difetto) diventa davvero l’espressione di qualcosa. Moretti torna all’epoca di Apicella non perché gli manchi quel modo di fare cinema, ma perché gli manca quel mondo. Giovanni sogna storie sempre nuove perché come la madre di Margherita Buy nel film del 2015 l’unico sguardo è quello proteso “a domani”, ma è bloccato da sé, dal peso di se stesso, e dal sentirsi inadeguato rispetto al mondo che lo circonda. Sarà ancora sempre dalla parte di una minoranza, Giovanni, ma forse si inizia a rendere conto che è lui stesso parte del problema, tanto nel privato quanto nel pubblico. La sequenza centrale del film, quella in cui Giovanni distrugge l’intera notte di lavoro su un altro set su cui è impegnata la moglie produttrice (un noir iper-violento coprodotto con la Corea del Sud) solo per rendere chiaro a tutti perché l’inquadratura scelta dal regista esordiente è “immorale”, è determinante. Da un lato un plotone di soloni – Corrado Augias, Chiara Valerio, Renzo Piano – che riconducono tutto alla loro sfera del sapere, dall’altro lato l’unico esempio davvero calzante e possibile, quello cinematografico che riporta alla mente il meraviglioso Breve film sull’uccidere che Krzysztof Kieślowski orchestrò ampliando il Decalogo 5. Solo il cinema ha davvero la forza di spiegare i concetti attraverso l’immagine, e anche se la voce dovesse restare inascoltata l’immagine rimarrebbe comunque lì, a imperitura memoria. Dopotutto, in un mondo in cui Netflix si fregia solo della portata globale della propria piattaforma, sono proprio i sudcoreani gli unici a comprendere fino in fondo l’intima verità del film di Giovanni decidendo di partecipare alla produzione.

Il sol dell’avvenire non è un film sulla restaurazione, né un film “riformista” (quello semmai era Tre piani). È un breve film sull’utopia, e sulla sua assenza in un mondo sempre più categorizzato, basato su una produzione che vuole tempi certi, sempre uguali, in un eterno ripetere in modo coatto le medesime situazioni. Quello schema in cui si è infilato nel corso degli anni anche Giovanni/Nanni (Michele no, lui uscì di strada quando esisteva ancora il PCI), e che qui torna a gridare “aiuto!”, proprio come fece solo di fronte alla telecamera all’epoca di Sogni d’oro. Se tutti i film d’amore sono film di fantasmi, tutti i film politici sono film d’amore. Amore verso l’Idea, verso il Popolo, verso l’Avvenire. Ecco dunque che Il sol dell’avvenire dopo aver mostrato tutte le deficienze e della società e di Giovanni, sogna ciò che forse è davvero impossibile, riscrivere le storie che si raccontano per poter riscrivere la Storia. Un’utopia, per l’appunto. Giovanni salva il suo protagonista perché si può ancora sognare una contro-marcia su Roma, con l’effige di Lev Trotsky unica bandiera a campeggiare sulla folla, senza i compromessi storici e anti-storici. La sarabanda finale morettiana non è un modo per ribadire la finzione della scena, ma per ricollocarsi nella storia del cinema italiano e nel proprio ruolo pubblico. Lì, in quella folla, Moretti è esattamente come tutti i suoi amici che nel corso dei decenni hanno arricchito il suo cinema, rendendolo memorabile. Lì, in quella folla, Moretti non è l’aizzatore della piazza, non è l’ideologo, non è il punto di riferimento. Non fare di me un idolo o mi brucerò, trasformami in megafono e mi incepperò, cantava poco dopo la fine di Apicella Giovanni Lindo Ferretti con i suoi CSI, e lì sembra essere arrivato Nanni Moretti, alla medesima conclusione. Se nella vita nessuno cambia mai, si può però cambiare con il cinema e attraverso il cinema, narrando una vita in cui l’ideale non venne corrotto, né poi ammansito fino a trascolorare nel mero progressismo. Ciao, fa con la mano Moretti al pubblico. Forse sperando che alla fine inizi a danzare.

Info
Il trailer de Il sol dell’avvenire.

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