Le margheritine

Le margheritine

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Esce in sala Le margheritine, capolavoro di Věra Chytilová, capolavoro della Nová vlna cecoslovacca, tripudio caleidoscopico e dadaista, realizzato in un momento molto fertile della storia del paese, preludio alla Primavera di Praga. Ma la sua carica corrosiva è ancora attualissima, come il suo messaggio pacifista e femminista.

Daisy Daisy

Due ragazze, una mora e una bionda, con lo stesso nome, Marie, e la stessa carica devastatrice. Insolenti e spregiudicate, combattono il tedio dedicandosi con spirito anarchico e nichilista alla ricerca del divertimento e del piacere. D’altra parte, se tutto nel mondo va storto, perché rigare dritto? [sinossi]

Ci sono film che sono invecchiati male, che hanno rappresentato qualcosa di importante, sia per stile che per contenuto, nel contesto storico e culturale in cui sono stati concepiti ma che, visti oggi, appaiono inesorabilmente datati. Non è sicuramente il caso de Le margheritine (il titolo originale è Sedmikrásky ma si può anche trovare con il titolo internazionale inglese Daisies) – del 1966, opera della regista cecoslovacca Věra Chytilová, esponente della Nová vlna – che ancora oggi appare dirompente per linguaggio, andando ben oltre tanto cinema sperimentale odierno. E tutto ciò realizzando un pastiche visivo senza ancora avere il digitale, ma basandosi su arditi effetti fotografici. Ma anche il contenuto, pur concepito in un momento storico preciso e con una satira ben mirata, è universale e ancora pungente. Le margheritine viene ora riproposto nella sale italiane, riversato in digitale, dando così la possibilità a molti di conoscere questa opera fondamentale.

Il film comincia con un’alternanza di immagini di guerra, di bombe e missili, con un ingranaggio, o un volano per la filatura, una scena che evoca il lavoro a catena, le immagini di Tempi moderni o di Metropolis. Un mondo cattivo, patriarcale che le due Marie vorranno distruggere nelle sue fondamenta linguistiche e ontologiche, diventando esse stesse cattive per reazione. Nella scena successiva, a colori rispetto al bianco e nero precedente, le due saltellano attorno a un albero di mele e poi vengono catapultate sulla Terra da quella specie di Eden, dove perseguiranno azioni continue di distruzione e anarchia minando alla base quel sistema patriarcale dominante. Sbeffeggiando gli uomini, seducendo signori facoltosi e attempati per poi umiliarli.

La Nová vlna rientra in quel movimento di apertura culturale del paese, a lungo covato e sfociato poi nella Primavera di Praga, due anni dopo l’uscita di questo film. Un fermento artistico iniziato non a caso con la riabilitazione dello scrittore nazionale, Franz Kafka, di cui sono state ereditate vene grottesche, variamente surrealistiche e antinaturalistiche. La rivoluzione anarchica delle due Marie avviene nei fatti ma anche nel linguaggio. Proprio come una di loro fa con una forbice, ritagliando figure da un giornale per farne un collage, così l’immagine su pellicola è spesso caleidoscopicamente frammentata, ritagliata, spezzettata in un calembour dadaista. Il film sperimenta tutta una serie di manipolazioni fotografiche con effetto psichedelico. Alterna colore e bianco e nero anche con vari viraggi colorati, usa in alcuni momenti un montaggio ipercinetico in altri scene velocizzate. A ciò si aggiungono le danze delle due Marie, lo stile burlesque e le gag da comiche del muto. Si arriva all’apoteosi della distruzione totale nel banchetto, nella lunga tavolata riccamente imbandita con piatti di alta cucina, in un film dove il cibo gioca un ruolo fondamentale. Li calpestano, se li tirano addosso come torte in faccia, con la musica di Wagner in sottofondo. E poi sfilano su quel tavolo devastato come nell’alta moda. Come una grande abbuffata non finalizzata a mangiare, come l’esplosione finale di Zabriskie Point.

L’obiettivo satirico primo di Věra Chytilová era l’aristocrazia di partito, l’apparato, la nomenklatura del regime comunista. Ma la sua visione era molto più ampia, comprendendo una generica autorità guerrafondaia e fallocratica. Tutt’oggi il film potrebbe suonare in chiave antiborghese e anticapitalista. Quel mondo ovattato preso di mira è fatto di uomini eleganti, di ristoranti di lusso, di abbondanza esibita. Significativa la scena in cui le due Marie capitano prima in campagna e poi in un quartiere popolare, dopo essere passate vicino a un ingranaggio come quello iniziale. Le due prima osservano un contadino e poi si imbattono in un gruppo di operai che va al lavoro in bicicletta. Né il primo né i secondi si accorgono della loro presenza. La loro carica corrosiva non ha motivo di essere in quel contesto. La loro è una rivoluzione delle idee. La fascia di margheritine che portano le può associare ai figli dei fiori. Quello che perseguono è il disordine, l’anarchia. Ma la loro attività di distruzione è la reazione al mondo autoritario, distruttivo in cui si trovano. Alla fine, il sistema, invisibile, rappresentato da scritte dall’alto, di ordinanze, come da macchina da scrivere che si imprimono sulla pellicola, le riconduce all’ordine. Dovranno rimettere a posto tutto quello che hanno scombussolato. Un finale sinistro che preannuncia la tragica repressione della Primavera di Praga.

Info
Il trailer de Le margheritine.

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