Quattro figlie

Quattro figlie

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Les filles d’Olfa (Quattro figlie) segna il ritorno alla regia per la tunisina Kaouther Ben Hania, che approda nel concorso di Cannes con un’operazione di reenactment, in cui le vere protagoniste della vicenda narrata (Olfa Hamrouni e le sue figlie – quattro di cui solo due ancora con lei) rievocano i fatti, che riguardano da vicino la storia della Tunisia dalla primavera araba in poi. Il lavoro è senza dubbio affascinante, ma lascia l’impressione di un discorso troppo precostituito e di un limite etico che viene spesso superato.

Primavera non bussa, lei entra sicura

La vita d’Olfa, tunisina e madre di quattro ragazze, oscilla tra l’ombra e la luce. Un giorno le sue due figlie maggiori scompaiono. Per riempire il vuoto della loro assenza la regista Kaouther Ben Hania convoca delle attrici professioniste e mette in scena un dispositivo cinematografico fuori dal comune al fine di togliere il velo sulla storia d’Olfa e delle sue ragazze. [sinossi]

Olfa Hamrouni e le sue quattro figlie in Tunisia sono diventate nel corso degli anni famose: Olfa è stata ospite in alcuni talk show politici, le figlie più piccole Eya e Tayssir sono state a loro volta intervistate e le più grandi Ghofrane e Rahma sono state oggetto di numerosi servizi giornalistici. L’immagine ha dunque gestito e in qualche misura veicolato il senso di “realtà” di questa famiglia. L’intenzione di Kaouther Ben Hania, che con Les filles d’Olfa (Quattro figlie) torna a girare in Tunisia dopo la peregrinazione del protagonista del precedente L’uomo che vendette la sua pelle, è quella di svelare la verità che si agita sotto il peso del materiale d’archivio. È interessante notare come il verbo “svelare” derivi dal lemma “velo”: per arrivare al cuore delle cose è necessario togliere il velo, scoprire ciò che è stato nascosto. Attorno all’utilizzo del velo (il niqāb della tradizione islamica) ruota una delle sequenze più rivelatrici – altro termine che contiene la parola “velo” – del film di Ben Hania, con Eya e Tayssir che raccontano per prime la progressiva radicalizzazione delle due sorelle maggiori. Un punto che da principio la regista tunisina decide scientemente di sviare, perché quando nella prima sequenza presenta allo spettatore le sue cinque protagoniste citando i nomi di Ghofrane e Rahma si limita ad asserire che esse siano state “prese dai lupi”, suggerendo maliziosamente che possano essere morte, o che dalla loro scomparsa in ogni caso non se ne sia saputo più nulla. Un discorso che ovviamente vale solo ed esclusivamente per il pubblico non tunisino, vista la presenza mediatica in patria di Olfa e delle sue ragazze, ma d’altro canto la forte impressione è che Quattro figlie sia stato concepito e realizzato a uso e consumo di uno sguardo occidentale, e più precisamente europeo, come d’altro canto testimonia la partecipazione in concorso al Festival di Cannes.

Per scegliere di raccontare passo per passo la vicenda di Olfa, con il tentativo evidente di allargare il discorso alle mutazioni in atto in Tunisia dalla cosiddetta Primavera Araba in poi, Ben Hania sceglie di affidarsi a un’operazione di reenactment. Olfa Hamrouni, ed Eya e Tayssir Chikhaoui sono presenti in scena, si rivolgono direttamente alla regista e “reinterpretano” loro stesse; tutti coloro che invece per motivi diversi non possono essere in carne e ossa davanti alla camera – a partire ovviamente da Ghofrane e Rahma, a processo durante la realizzazione del film per la loro adesione al Califfato, e dunque con la pesante accusa di terrorismo internazionale – vengono sostituiti da attori professionisti. Ichraq Matar è Ghofrane, Nour Karoui è Rahma, mentre a Majd Mastoura (che qualcuno ricorderà in Un divano a Tunisi di Manele Labidi) sono affidati tutti i ruoli maschili, dal padre delle ragazze al nuovo amore di Olfa fino al capo della polizia cui si rivolge la donna quando comprende che le figlie maggiori stanno per unirsi a Daesh nella vicina Libia. Perfino Olfa stessa, quando si devono raccontare vicende della sua gioventù – ad esempio la prima notte di nozze, quando si rifiutò di perdere la verginità col marito a uso e consumo dei parenti che aspettavano fuori dalla stanza e macchiò di sangue la coperta nuziale pestando il naso del consorte – si sdoppia, con l’ingresso in scena dell’attrice Hend Sabri a rifare ciò che accadde. Seppur ammaliante questo mélange continuo tra dichiarato vero e palesemente finto crea più una problematica al film, anche solo per la pretesa finzione che le attrici che interpretano le figlie maggiori siano effettivamente loro, e non due professioniste che recitano a soggetto. Il vero dolore di Olfa viene dunque depotenziato nel momento in cui si comporta come se davvero quelle due sconosciute potessero riempire il vuoto lasciato dall’abbandono delle vere figlie: allo stesso modo la trasformazione in “sequenze” della vita vissuta della donna e delle sue ragazze non può non sollevare dubbi, al punto che il limite etico pare in più di un’occasione superato. Se ciò comportasse una scelta eretica, e dunque al di sopra filosoficamente della morale corrente non ci sarebbe nulla da obiettare, ma Quattro figlie sembra passo dopo passo incamminarsi solo in direzione della spettacolarizzazione della vita, l’ennesima compiuta nei confronti di questa sfortunata – e un po’ emblematica – famiglia.

Ben Hania indagando la vita di Olfa non riesce mai davvero a scavare in profondità, perché ricorre a uno schema eccessivamente scritto, e dunque predeterminato. Tutti, stiano essi interpretando qualcun altro o se stesso, recitano ne Quattro figlie, cosicché quando arrivano gli intermezzi d’archivio, unici elementi davvero in grado di donare una visione complessiva della vicenda al pubblico, l’impressione è quello di uno scarto fortissimo. Olfa recita, è evidente, sa quali battute deve dire e quali deve risparmiarsi, sa quando deve sorridere o piangere, e così anche le sue due figlie minori, quelle che non hanno fatto la scelta scellerata di unirsi ai combattenti di Daesh ma sono diventate un ingranaggio del sistema mediatico nazionale: la sequenza che le vede ricostruire – adulte, per di più, alto scarto di senso quasi intollerabile – il periodo trascorso in un collegio per preservarle dal rischio di rapimento da parte delle sorelle maggiori fingendo di giocare ancora sui letti a castello da un lato ha una sua potenza cinematografica, dall’altro è però davvero difficile da digerire. Non c’è dubbio che Kaouther Ben Hania sappia come costruire un sistema di immagini che appaia stratificato, e per quel che concerne i “temi” il suo film potrebbe con facilità convincere una giuria ad assegnare uno dei premi principali (e dopotutto Quattro figlie ha sollevato soprattutto entusiasmi anche tra la stampa, a giudicare dall’accoglienza in sala), ma i rischi che già accomunano i tentativi di reenactment qui si moltiplicano a vista d’occhio, e viene da interrogarsi su chi possa trarre giovamento da una realizzazione simile: Olfa e le due figlie più piccole? Improbabile, oramai sono avvezze al sistema mediatico. Le due figlie maggiori? Ovviamente no, hanno ricevuto a febbraio una condanna a sedici anni e c’è altro nel loro caso su cui ragionare. La Tunisia post-rivoluzionaria? È difficile crederlo. Lo sguardo occidentale? No, perché il film manca di un reale approfondimento storico-sociale, qualcosa che non passi esclusivamente dalla bocca di Olfa. Rispondere a questa domanda è però cruciale per comprendere a fondo i dubbi che un’operazione simile solleva.

Info
Les filles d’Olfa sul sito del Festival di Cannes.

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