Insieme insieme

Insieme insieme

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Appoggiarsi, stilisticamente e produttivamente, sulle spalle dei giganti, e usarle poi come rampa di lancio per un volo libero verso nuove mete, in un mediometraggio che sbozza, a mo’ di puri segni grafici, un pugno di personaggi che schizzano fuori dallo schermo, reclamando spazio ulteriore. Nel Concorso Nuovo Cinema all’ultima Mostra Internazionale di Pesaro, il cineasta brasiliano Bernardo Zanotta con Insieme insieme attraverso l’uso della pellicola 16mm realizza uno spudorato omaggio/funerale all’arte più importante del Novecento.

Femme funéraire

Tre personaggi senza nome, un ostaggio, un auto d’epoca … Un viaggio vorticoso nei dintorni del lago Maggiore, tra i generi cinematografici e da una sequenza all’altra, dove tutto può cambiare o restare immutabile, e a deciderlo è uno stacco di montaggio. [sinossi]

Il giovane cineasta di origini brasiliane Bernardo Zanotta, che arriva con questo film all’opera terza, spartiacque tra i corti degli esordi selezionati e premiati in tutto il mondo e due lunghi che la pagina personale dell’artista (ed egli stesso) annuncia in via di sviluppo, fa già intravedere sia qualità proprie e distintive che capacità per inserirsi in una certa sensibilità (post)moderna (a vent’anni e più da Michel Gondry, Chris Cunningham e sodali della golden age del videoclip, forse aggettivo più adatto di contemporanea) di recupero/riuso d’immaginari e oggettistica vintage elevati a feticcio, ormai contenitori in grado di ospitare qualunque contenuto. Personaggi di ogni genere, toni diversi delle storie, eventi tragici o comici, le mura dei generi classici sono ormai porose senza essere mai diventate friabili. Oltre ad aver subito capito questo, Zanotta usa creativamente il concetto di coproduzione (Italia, Francia e Olanda in questo caso, gli ultimi due i Paesi in cui il regista prevalentemente vive e lavora) rendendo multilingue e multiculturale il suo film, con tre personaggi che hanno ciascuno la lingua d’elezione (italiano, francese, portoghese) e l’inglese a fare da collante per tutti e con l’esterno. Piace pensare che i protagonisti assomiglino alla lingua e alla cultura si cui si fanno portatori: Lydia Giordano, l’italiana, svagata e sensuale come una Sandrelli d’epoca; Gustavo Jahn, l’operatore/fotografo/narratore che si esprime in portoghese con trattenuta malinconia, e quasi un alter ego; Jun Ortega, costantemente en travesti, francese e miglior voce fuori campo, debordante e in sottrazione continua allo stesso tempo.

Si è usato il nome degli attori perché i personaggi non ne posseggono alcuno, esistono all’interno dei confini dello schermo e la sensazione che restituiscono, nonostante questo, è di arrivare da retroterra ed esperienze composite, che li hanno portati ad essere insieme lì in quel determinato momento. Un paradosso gestito molto bene, dove il massimo di finzione coincide con il massimo di verità restituita allo spettatore. Le ispirazioni, sia quelle più evidenti che quelle che scorrono sotto la superficie, sono tante e la mano produttiva del francese Yann Gonzalez (Un couteau dans le coeure) s’intravede nei colori saturi e in alcune reminiscenze argentiane. Ma l’autore è anche imbevuto delle ondate innovative del cinema europeo del secolo scorso, su tutte la branca “melodrammatica” del Nuovo Cinema Tedesco di Fassbinder e Schroeter, oltre che del lato più dark della Nouvelle Vague francese e del primo Almodóvar della “movida” e del ritorno alla libertà. Tutto questo è amalgamato con passione e cura, alternando sequenze algide ad altre più passionali, riuscendo nell’impresa di donare tridimensionalità a prove attoriali più vicine allo straniamento che all’immedesimazione, per come quest’ultima debba essere modificata da momento a momento, da genere a genere.

Estrapoliamo due momenti rappresentativi: i tre si ritrovano nella doccia, nudi, cominciano, specie Lydia inquadrata frontalmente, ad assumere pose seriose ma immediatamente scoppiano tutti in una sonora risata, quasi come se il regista avesse lasciato l’errore in campo, deliberatamente, per ulteriore sberleffo al triangolo sensuale in stile Nouvelle Vague, sempre costituito, Jean Eustache a parte, da due uomini e una donna. Quando si ritorna su quella doccia, i tre sono tornati “seri” e si stanno baciando e toccando, con uno scarto ulteriore che lascia il piede a metà, sempre a metà, tra omaggio e parodia. In un altro momento, invece, i tre corrono all’aperto dipinti da colori primari, a metà tra i Teletubbies e Deserto rosso di Antonioni, rimarcando ancora una volta l’approccio. Parlando di artisti di talento e giovani, il grado d’istintività avvertibile allontana da subito la spettro del manierismo, per non farlo poi più tornare per tutti i trentasette minuti di durata. Tirando le somme, in questa lucida follia queer che ha nella fotografia di Ville Piippo, con una grana che l’originario 16mm restituisce anche nel passaggio al digitale, e nel comparto sonoro, che include un riuscito patchwork di materiali eterogenei tra cui la stracultissima Giorgio del Lago Maggiore cantata da Nella Colombo, due punti di forza, il cinefilo e il semplice appassionato troveranno una miriade di appigli, narrativi ed estetici, capaci di rendere l’operazione appetibile per più palati. Consci che il sistema distributivo canonico non concede spazio alcuno a corti e medi, ecco che i festival e i programmi per cineclub restano l’unico modo per goderne appieno, su un grande schermo.

Info
Insieme insieme sul sito di Pesaro 2023.

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