A Thousand and One

A Thousand and One

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La cineasta newyorchese A.V. Rockwell esordisce alla regia con A Thousand and One, racconto del rapporto decennale tra una madre e il figlioletto che ha salvato dal sistema di affidamento dello Stato. Un mélo che spinge la propria riflessione anche sullo sradicamento urbano dovuto all’incedere della gentrificazione.

La Grande Mela bacata

Inez, una donna determinata e impetuosa, rapisce il figlio Terry, di sei anni, dal sistema di affidamento nazionale. Aggrappandosi uno all’altro, madre e figlio cercano di ritrovare il senso di casa, di identità e di stabilità in una New York in rapido cambiamento. [sinossi]

Fu Ruth Glass nel 1964, riferendosi al mutamento sociale in corso nel distretto londinese di Islington, a utilizzare per prima in ambito accademico il termine gentrification, tradotto in italiano con “gentrificazione”, con il quale si intende descrivere il processo economico secondo il quale zone proletarie e sottoproletarie non periferiche dei grandi conglomerati urbani vengono acquistate dalle classi borghesi che rivalutando l’immobile costringono nei fatti i precedenti proprietari a traslocare, non potendosi più permettere il livello di vita raggiunto dal quartiere. Un vero e proprio attacco delle classi abbienti a quelle economicamente meno forti e strutturate che nei decenni ha radicalmente mutato il volto delle grandi città, da Londra a Madrid, da Parigi a Milano (meno Roma, per quanto zone come il Pigneto e Testaccio siano state soggette a simili smottamenti). La città che più di tutte ha mutato faccia, spingendo anno dopo anno i residenti storici sempre più lontano, è con ogni probabilità New York. Manhattan è oramai territorio di caccia esclusivo dell’élite cittadina, ma anche le aree immediatamente adiacenti al ponte di Brooklyn stanno cambiando in modo radicale i propri connotati. Lo descrisse con chirurgica lucidità Frederick Wiseman nel 2015 con In Jackson Heights, dove si raccontava come perfino un quartiere del Queens, quello multiculturale per eccellenza, stesse subendo il medesimo trattamento da parte di quella sacca di borghesia che ancora non poteva permettersi gli elevatissimi costi di Manhattan. “Il Queens è a due ore da qui!” esclama con voce rabbiosa e disperata Inez, la protagonista di A Thousand and One, esordio alla regia di A.V. Rockwell che dopo aver ricevuto il gran premio della giuria lo scorso gennaio al Sundance Film Festival ha raggiunto le sale italiane lo scorso 29 giugno.

La stessa regista è dopotutto nata nel Queens, per poi studiare a Brooklyn, e ha dunque vissuto sulla propria pelle la sensazione di una città in mutamento, in progressivo peggioramento perché appannaggio solo ed esclusivo di chi può permettersi un attico con vista; in tal senso entra dolorosamente nella carne dello spettatore la sequenza in cui Inez viene gabbata senza vergogna dal suo padrone di casa che con la scusa di dover fare dei lavori per migliorare la qualità dell’appartamento di fatto lo espropria alla sua affittuaria, rendendole impossibile la sopravvivenza nello stabile con cucina e bagno fuori uso. La gentrificazione attraversa come una lama sottile A Thousand and One, ricorrendo nelle voci registrate degli aspiranti sindaci che vedono come unica possibilità di miglioramento della città l’ordine, la pulizia, termini traducibili con l’espulsione progressiva del proletariato, del caos umano. È questa inesausta riflessione sulla Grande Mela a scandire il tempo del racconto attorno al quale si articola la storia ordita da Rockwell, e che va dal 1994 al 2005, il passaggio chiave per la metropoli e per la nazione stessa, con il crollo delle Twin Towers che si colloca quasi perfettamente a metà. In questo lasso di tempo la parrucchiera Inez (molto brava la trentatreenne Teyana Taylor, a sua volta nativa di Harlem: sarà anche nel remake – non indispensabile – di Chi non salta bianco è diretto da Calmatic) ha tempo di rapire il suo figlioletto seienne finito nelle grinfie del sistema di affidamento, cambiargli nome e cercare di crescerlo da sola, in completa autonomia.

Questo l’epicentro del racconto, che poi si snoda nel corso degli anni per mostrare le capacità di adattamento dei due ai sommovimenti cittadini. Rockwell non rinuncia a un profondo afflato melodrammatico, che finisce soprattutto nella prima metà del film per soffocare tutte le suggestioni e riflessioni politiche e sociali cui si faceva riferimento dianzi: il suo stile è quello dell’indie anni Novanta, una scelta filologica rispetto alla materia narrativa trattata ma che rende A Thousand and One una mosca bianca nell’attuale sistema produttivo statunitense, dove certi riferimenti culturali sembrano oramai essere stati sepolti sotto la coperta della standardizzazione. Questa marcata distanza dal modello produttivo in voga nella contemporaneità è in qualche modo l’aspetto più interessante del film, perché sembra quasi che Rockwell legga nello stile una scelta politica, quasi che riappropriarsi del mood rappresentativo di tre decenni or sono significhi rigettare la politica contemporanea, che ha diviso le grandi città in cerchi concentrici sempre più classisti, eliminando il meticciamento tra le classi e dunque qualsiasi possibilità di superamento del proprio stato di nascita. E se nel film ancora manca una nettezza di pensiero cinematografico in grado di elevare quest’esordio molto al di sopra del parterre nel quale si trova a competere non si può che provare interesse e simpatia per una regista che pur senza venire meno alla lettura di alcuni temi centrali nella discussione odierna – il ruolo della donna, il concetto di materno, l’autodeterminazione, la rivendicazione etnica delle classi subalterne – decide di farlo da una prospettiva diversa, per certi versi desueta o almeno quasi completamente dimenticata. Un atto di resistenza, come quello di chi si rifiuta di abbandonare la propria casa, le proprie radici, il proprio mondo, opponendosi alla democratica marea montante.

Info
A Thousand and One, il trailer.

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