Il vento soffia dove vuole

Il vento soffia dove vuole

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Presentato in concorso al 57° Kalovy Vary International Film Festival, Il vento soffia dove vuole è l’opera seconda del giovane filmmaker emiliano Marco Righi. Lavoro ambizioso sull’ossessione religiosa, sulla scia dei vari Schrader e Ferrara. Tutto incentrato sulla figura tormentata del giovane Antimo, sulla cui credibilità però il film scricchiola.

L’Antimo fuggente

In un piccolo paese degli Appennini, il giovane e devoto Antimo vive una vita tranquilla tra la chiesa locale, gli appuntamenti con la fidanzata e la stalla dove lavora pigramente con il padre. Un giorno incontra Lazzaro, un uomo semplice e selvaggio che lavora come aiutante nella vicina fattoria. Antimo vede una scintilla in Lazzaro e si propone di convertirlo. La religione che inizia a insegnargli non rispecchia però quella che ha imparato al catechismo. È una lettura personale ed eretica del cristianesimo, che conduce i due su sentieri non battuti, senza via di ritorno. [sinossi]

Su di lui anatema! Forse i bambini del coro de La via lattea additerebbero così la figura e il pensiero di Antimo, infervorato religioso, predicatore con un solo discepolo, protagonista di Il vento soffia dove vuole, opera seconda del filmmaker emiliano Marco Righi presentata in concorso al 57° Kalovy Vary IFF. Antimo è un giovane che vive in un paesino di campagna sull’Appennino tosco-emiliano. Si era anche iscritto al seminario salvo poi interrompere gli studi. La sua visione del cattolicesimo diverge leggermente da quella ufficiale, rappresentata dal pretino di campagna del paese, don Duilio, che arriverà a definire la sua azione quale blasfema. Il giovane conosce a menadito i Vangeli, è capace di citarne dei brani a memoria, e tuttavia non ha mai letto i Salmi, almeno così dichiara al prete al confessionale. La sua concezione religiosa si avvicina all’animalismo: si confessa per aver maltrattato una delle sue vacche. E, nel suo infervoramento religioso, non rinnega la sessualità, avendo una relazione con una ragazza, come tutti i giovani della sua generazione. Così Righi sgombra subito il campo da quella dimensione sessuofobica che rappresenta l’ingrediente principale di questo tipo di soggetti e ormai risulterebbe uno stereotipo.

Il vento soffia dove vuole ha un inizio molto promettente, con una narrazione non verbale, nella presentazione dei personaggi, con Antimo da solo, per esempio, che prepara la tavola per tre, e prosegue la storia con disvelamenti progressivi. Marco Righi rende perfettamente l’atmosfera di quel paesino sperduto, lontano dai centri urbani, lontano dalla sfacciata modernità, la vita della piccola comunità sotto un campanile. Un luogo dove le pareti in interno sono rivestite da legno, dove ancora si gioca con i giochini del Nokia — ma la presenza in altri momenti di smartphone indica che il film è ambientato al giorno d’oggi —, dove le processioni per la Domenica delle Palme si fanno tra i campi al suono di Alleluja allelujà, dove il caffè si prepara sulla piastra di una vecchia stufetta, dove alla messa l’eucaristia viene ancora svolta porgendo l’ostia in bocca. Righi sa filmare la poesia della natura, con una dolcezza quasi alla Piavoli, inserendo le vicende del film in un contesto di boschi, di fronde mosse dal vento, di cascate.

Il vento soffia dove vuole è un’opera ambiziosa, incentrata sul tema dell’ossessione religiosa nello stile trascendentale delineato da Paul Schrader, che fallisce però proprio nella costruzione della figura di Antimo, personaggio tormentato e, volendo, cristologico. Una figura così complessa da sfuggire di mano al regista. Non si capisce per esempio quali siano i motivi del suo rovello mistico. Il trauma per la scomparsa della madre, sulla cui fede negli ultimi istanti di vita è ossessionato? Basterebbe un tale ingrediente di psicologismo? Oppure il semplice fatto di aver trovato un discepolo? Nella persona del villico e grezzo Lazzaro, contadino di origine sarda, mirabilmente reso dalla straordinaria fisicità di Fiorenzo Mattu, che era un Cristo in Su Re di Giovanni Columbu. Antimo è un predicatore con un solo allievo cui poi se ne aggiungerà un secondo, richiamato dal primo. Forse il giovane si muove con un’ottica da missionario coloniale, volendo civilizzare ciò che reputa selvaggio. Ma anche queste dinamiche rimangono non chiare. Tutto perde progressivamente di credibilità, per arrivare a quel battesimo, una scena buttata lì. Righi gioca di sottrazione, a volte con successo, nel lasciare in ellissi il suicidio, a volte senza. Perché per esempio non si vede mai il padre? Deve essere equiparato nell’assenza alla madre morta? In altri casi però mette situazioni inutili, che potevano meglio essere lasciate tra le righe, come il fetiscismo di Antimo nei confronti dei vestiti della madre, o l’ultima carezza che dà a quella mucca che aveva maltrattato. Il vento soffia dove vuole rimane comunque un bell’esempio di produzione dal basso e di confezione con mezzi limitati.

Info
Il vento soffia dove vuole sul sito di Karlovy Vary.

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