Davide Ferrario: Due o tre cose che so di Eco
Da regista ha portato una ventata di novità nel panorama stantio del cinema italiano di fine anni Novanta, con film come Tutti giù per terra. Davide Ferrario è entrato nel mondo del cinema occupandosi inizialmente di critica e distribuzione indipendente nell’ambiente bergamasco in cui è cresciuto. Da quando ha impugnato la macchina da presa, ha diretto lungometraggi, come Figli di Annibale, Guardami, Tutta colpa di Giuda, e molti documentari, come Materiale resistente e Le strade di Genova. Con uno di questi, Umberto Eco – La biblioteca del mondo, presentato alla Festa di Roma e poi distribuito in sala, raccoglie il lascito del grande intellettuale italiano. Abbiamo incontrato Davide Ferrario durante il 57° Karlovy Vary International Film Festival, dove il documentario su Eco è stato presentato nella sezione Horizons.
Puoi raccontarci qual è stata la genesi del documentario e la sua relazione con la tua videoinstallazione su Eco presentata alla Biennale un anno prima che il grande intellettuale venisse a mancare, nel 2016?
Davide Ferrario: L’idea del film nasce recentemente, la connessione con Eco risale al 2015, quando ho fatto un lavoro su commissione per la Biennale d’Arte, una videoinstallazione sulla memoria basata sulla conversazione con Eco. Ed è stata l’occasione in cui l’ho conosciuto, abbiamo lavorato due giorni insieme. Abbiamo fatto quello che dovevamo. Poi, mentre la troupe stava già facendo le valigie, lui mi dice: «Vuol vedere la mia biblioteca?». Ed è stato come nella sequenza iniziale del film. Ha aperto la porta, io l’ho seguito e si apriva un mondo. Gli ho chiesto: «Ho ancora la troupe di là. Rifacciamo questa azione con la macchina da presa?». Lui ci ha pensato un po’, anche perché gli ho chiesto di andare a prendere il libro più lontano facendo un percorso tortuoso. Ma è un istrione e l’ha fatto e poi la scena è finita nell’installazione. Lui è morto l’anno dopo e quella scena è stata usata da molti telegiornali perché è in effetti iconica. Racconta il rapporto tra lui e questo suo mondo di carta. La cosa sarebbe finita lì, senonché la famiglia, negli anni successivi, ha cominciato a pensare di donare la biblioteca allo Stato. Prima di fare andare via i libri, mi hanno chiamato per dirmi «Facciamo qualcosa per testimoniare quella biblioteca?» L’esperienza era stata positiva. A Eco era piaciuta l’installazione. Mi aveva detto: «Si vede che lei non è un filologo». Lo interpretai come un complimento. Da quel contatto con la famiglia è nato un progetto molto più ampio. Perché, se pensi a Eco, non puoi limitarti a un aspetto. Abbiamo trovato dei fondi e ho fatto un film. Eco è un soggetto affascinante. Il film lo racconta bene.
Oltre alle tue riprese, come hai lavorato per la selezione del materiale di repertorio? Eco avrà lasciato una gran quantità di interviste, interventi, discorsi, ecc.
Davide Ferrario: La chiave era di non fare un film su lui come soggetto, ma sulla biblioteca. I film devono narrare delle storie, la storia era quella. C’era un luogo, un punto di partenza, e il suo proprietario. Il film racconta parecchio di Eco, ma non si pone con l’obiettivo di raccontare tutto Eco, ma di tornare sempre ai libri. Si torna sempre in un luogo. Per quanto riguarda il materiale c’era l’intervista principale che è quella che avevamo fatto noi direttamente, quella di lui con il gilet rosso. Era il materiale originale girato nel 2015, molto del quale non era stato utilizzato perché, come tutte le videoinstallazioni, doveva poi avere un linguaggio un po’ diverso. Quando abbiamo cominciato a cercare il materiale, mi rendevo conto che venisse fuori più che l’Eco autore, l’Eco pensatore. Quindici/ vent’anni prima dell’epoca delle fake news, aveva già visto tutto. Mi aveva molto colpito e sentii la necessità di raccontare questo di lui come pensatore, che era stato un po’ oscurato.
Negli ultimi anni della sua vita esce molto questa sua estraneità ai nuovi medium come i social, o in generale a internet, come se si spostasse verso posizioni che potremmo definire “antimoderniste”. Questo è molto evidente nel film. Cosa ne pensi?
Davide Ferrario: In realtà è molto difficile definirlo antimodernista. Lui è stato il primo intellettuale a occuparsi dei mass media, di televisione. Si è buttato nei computer subito, e, ed è una cosa dimenticata, lui ha fatto nei primi anni Novanta un’enciclopedia multimediale su cd rom. Con ciò non vuol dire che celebri la modernità in maniera acritica. Se uno pensa alla Fenomenologia di Mike Bongiorno, lui si occupa di Mike Bongiorno, ma non segue Mike Bongiorno uomo. Negli anni successivi c’è stato uno slittamento. In questo momento nella mia città natale, Bergamo, ci sono polemiche perché vogliono fare un’opera lirica su Raffaella Carrà. Io dico di no, non funziona. Non è che perché tu accetti la cultura pop che poi la giustifichi in quel modo, e la fai diventare la Cultura. Così Eco si occupava di Mike Bongiorno per analizzarlo come un caso. Anche con la rete, credo che lui abbia subito visto il pericolo, che era quello che ti evitava di studiare, di selezionare e dell’assenza di filtri tra le fonti e te. Quella roba lì è vera. A Bergamo c’è questo progetto del Teatro Donizetti, per aprire ai giovani. L’idea è quella di prendere un pezzo di cultura pop e farne un soggetto di un’opera seria, il che è legittimo, ci mancherebbe. È anche per colpa dei critici. Facevo anch’io il critico negli anni Ottanta, che fu un momento cruciale per questo discorso. Giusto riscoprire la serie B, perché ti racconta un sacco di cose del suo tempo. Puoi anche dire che chi la faceva non era un cane, anzi era uno bravo. Però se c’è una serie B è perché c’è una serie A. Non è che la serie B perché è fatta bene, perché dice qualcosa, si giustifichi. Perché sennò abbiamo Lino Banfi che ci rappresenta all’UNESCO. E vaffanculo! Non è giusto. Lino Banfi faccia Lino Banfi, il guitto. Io gli voglio anche bene, ma c’è un limite. Io penso, per la mia vita d’artista, di aver fatto meglio della Carrà, lei è stata popolare, io no. Qualche soddisfazione morale, politica e culturale, la vorrei.
Guardando alla tua filmografia, il film che si avvicina di più a questo è Dopo mezzanotte, per il comune interesse per l’idea di archivio. In quel caso rappresentato dalle raccolte di pellicole del Museo del Cinema di Torino, su cui costruisci una storia. Confermi questo interesse per l’archivio come memoria, raccolta?
Davide Ferrario: Queste sono le classiche domande per cui dici: «Sì, può essere vero, ma non ci ho mai pensato». È possibile. Se c’è un filo rosso del mio cinema, che sia documentario altro, è piuttosto la considerazione per i luoghi, anche teorizzata in Dopo mezzanotte. I luoghi più che i personaggi. Le biblioteche e gli archivi sono luoghi meravigliosi in generale. Nel senso che già il fatto di essere dei depositi di storia, di storie, tempo. E sono anche visivamente dei luoghi bellissimi. Quelle che mostro nel film sono bellissime.
Quando inquadri certi volumi antichi, certi frontespizi di immenso valore, usi la camera come un critofilm, come ponendoti davanti a un dipinto, cosa che poi succede nel film, con L’ultima cena. Che ragionamenti hai fatto in questo senso?
Davide Ferrario: Sulla questione di cosa filmi, secondo me tema di fondo è questo: la macchina da presa è una macchina. Usarla come un occhio umano è come prendere l’automobile e andare a passo d’uomo. È curioso che il cinema abbia fatto per il 90% della sua storia questo, cioè, abbia utilizzato un canone realista in cui faceva finta che la vita vera fosse quella là. Io penso invece che le macchine siano fatte per fare le cose che non puoi fare con l’occhio. Puntare un obiettivo su una pagina del Cinquecento è diverso che guardarla e sfogliarla. Entri in un’altra dimensione. Io ho sempre cercato di fare questo in quello che inquadro. Essere molto consapevole che stiamo guardando con una macchina, stiamo raddoppiando un’esperienza che è diversa da quella della vita vera, e quindi dare possibilmente un senso più profondo a quello che vedo, o quantomeno richiamarne l’attenzione. In quel senso lì era interessante il discorso che ho cominciato a fare con Eco, e speravo potesse svilupparsi un po’ di più. Lui era uno che non amava il cinema. Amava quello hollywoodiano perché legato alla sua giovinezza. Ma diffidava molto del resto. Non ha mai amato il film Il nome della rosa, perché sostanzialmente mi diceva: «Adesso so che faccia hanno i monaci». L’immaginazione è della letteratura. Lavorare con Eco sarebbe stato interessante per tirar fuori un altro tipo di cinema. Avevamo iniziato delle chiacchiere, poi purtroppo si è ammalato.
Nel film Eco fa un discorso interessante sulla conservazione, che si ricollega a quanto dicevamo prima. Lui dice che non sappiamo quanto dureranno gli archivi elettronici. Mentre ha dei libri, di carta, che sono stati pubblicati secoli fa. E torniamo anche a Dopo mezzanotte perché è un problema che si pone anche per la pellicola. Da cineasta che ha lavorato molto su pellicola, che riflessione si può fare?
Davide Ferrario: Ha ragione, la carta regge di più. Il digitale apparentemente è più solido della pellicola, ma dovremmo avere la controprova del tempo. Tutto sommato noi vediamo roba girata cent’anni fa con la pellicola che, se è stata conservata, restaurata, eccetera, è ancora lì. Tre giorni fa ero a New York a girare una cosa. Per scelta mia, ho girato con una mini dv. Mi è partito il trip nostalgico. Che poi parliamo di vent’anni fa. Io a Genova scappavo dai carabinieri filmando quella roba lì. E però davvero entravi non solo in un mondo lontanissimo, ma anche in un mondo fragilissimo. Dovevo pulire la testina delle videocassette ogni cinque minuti. La macchina c’era ancora, ma era vecchia. Le cassette nuove le ho comprate su Amazon, saranno state lì 15 anni in uno scaffale. Ti rendi conto che non sapevi neanche se sarebbe arrivato quello che filmavi. Il digitale ha davvero questa grande forza di essere immateriale. Quindi di non necessitare di spazi. Però è anche una volatilità, perché non è una cosa.

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