Raffa

Ricostruzione della nascita di un Mito, delle sue ricadute culturali e popolari, del suo peso specifico nella storia della televisione e dello spettacolo italiano. E ancora (e soprattutto) analisi storica di un Paese che cambia insieme alla sua idea di spettacolo pubblico. Raffa di Daniele Luchetti è un notevole documentario ben lontano dall’agiografia e dall’omaggio indulgente, caratterizzato da asciuttezza analitica e da penetrante capacità di stratificare il proprio discorso.

E Raffaella canta a casa mia

Dagli esordi come attrice negli anni Sessanta ai primi grandi successi nella televisione italiana di inizio anni Settanta, ai trionfi (e qualche caduta) dei seguenti quarant’anni di carriera, il film ricostruisce la vita di Raffaella Carrà tra ricco materiale di repertorio e interviste a collaboratori, familiari e conoscenti… [sinossi]

La storia di un’immagine. Dacché esiste l’uomo e lo spettacolo, la dicotomia tra privato e pubblico è una costante di qualsiasi arte performativa. Dacché esiste l’uomo e lo spettacolo, è altrettanto costante la mitopoiesi di nuove figure al centro di proiezioni di massa. Raffaella Carrà ha attraversato i decenni decisivi in cui il mezzo principe di tali processi mitopoietici si è tramutato nella televisione. La storia della Carrà è la storia di una donna, la storia di una star, la storia della televisione italiana, la storia di un Paese. Ed è la storia di un mezzo di comunicazione di massa, identificato nel suo profilo più giocoso e piacevole, il puro loisir, emerso nei decenni (e definitivamente consacrato in Italia tramite l’esperienza della tv commerciale berlusconiana) come la funzione predominante del mass media televisivo. Guardare la tv è distrarsi, è staccare i pensieri con i motivetti delle canzoni di Raffa. Magari è aver voglia, in particolare da bambini, di imitarla davanti allo schermo di casa. Raffaella Carrà ha sempre ribadito il suo primario interesse a fare spettacolo di puro piacere. Che fossero anche le lacrime in diretta di «Carràmba, che sorpresa!», ulteriore espressione di libero sfogo alle emozioni più immediate, popolari ed epidermiche.

Come emerge nel bel documentario Raffa di Daniele Luchetti, ciò si è riconfermato anche nelle circostanze più amare della sua carriera. In mezzo a un pianto incontenibile per la strage del Rapido 904 avvenuta alla vigilia di Natale 1984 la Carrà annuncia la decisione di non andare in onda perché la relativa puntata di «Pronto, Raffaella?» non avrebbe potuto mantenere i consueti standard di piacere ed evasione. Più o meno le accade la stessa cosa qualche anno dopo introducendo una puntata di «Domenica in», quando per l’unica volta nella sua carriera la Carrà rompe in video la parete divisoria fra pubblico e privato per attaccare alcuni giornalisti, colpevoli di fare cronaca scandalistica su sua madre, e con immediata rapidità si affretta a precisare che dopo quella parentesi la puntata sarebbe stata, come di consueto, «tutta allegra». Lungo gli anni Ottanta, e in particolare con l’esperienza di «Pronto, Raffaella?», la Carrà si scopre anche ottima conduttrice e apprezzabile intervistatrice, ma sempre con toni morbidi, mai aggressivi, improntati alla chiacchiera seria e informale. Il suo divano ospitava tutti, da Giulio Andreotti a Madre Teresa di Calcutta. E accoglieva tutti con la stessa modalità. Con Madre Teresa, come ricorda Raffa, sfoggiò un consueto abito avveniristico. Va bene il rigore della religiosa accomodata sul divano, ma la priorità è il piacere. Sia pure il piacere dell’informazione, ma comunque piacere.

Storia di un’immagine, dunque. Lungo ben centottanta minuti Raffa ripercorre la costruzione di un’immagine, srotolata nei decenni, prima come timida attrice di secondo piano, poi come brillante soubrette e ballerina, poi come cantante, poi ancora come star internazionale dello spettacolo dal vivo, infine come Conduttrice dei Due Mondi, quasi equamente divisa fra Italia e Spagna. A poco a poco l’immagine della Carrà cambia. Passa dalle concilianti acconciature scure degli anni Sessanta ai caschetti biondi anni Settanta e Ottanta. Cambiano gli abiti, i costumi di scena. Si fanno più futuribili, più provocanti ma sempre con la nota conciliante del prodotto fatto in casa. Lamè e colori accesi. Canzoni allegre nella loro provocazione alla buona che in un attimo si trasformano in tormentoni nazionalpopolari (e in alcuni casi internazionali). Il profilo della Carrà che emerge da Raffa è pressoché tutto interno al mondo dello spettacolo. In questo aiuta molto la sua stessa fisionomia d’artista, che ha scelto un costante profilo basso per la propria vita privata, da sempre gelosamente difesa. Per sua precisa scelta Raffaella Carrà è stata nient’altro che un personaggio pubblico. In un’intervista rilasciata a Giovanni Minoli, che le chiedeva chi sarebbe stata in un’altra vita se non fosse stata la Carrà, lei seraficamente risponde «La Pelloni», magari anche con una punta di senso di liberazione. La Pelloni resta impercorribile, imperscrutabile. Nel processo di mitopoiesi televisiva non resta altro che il Mito. Oltre il Mito non è dato sapere, non è dato indagare.

In tal senso Raffa è anche la ricostruzione di un mistero, più volte enfatizzato dagli intervistati che Daniele Luchetti raccoglie intorno al ricordo della Carrà. Resta pure il mistero del suo talento, del suo immediato magnetismo, della capacità di delinearsi per star trasversale, di conquistare il pubblico dei bambini, degli adulti e degli anziani. Di uomini e donne etero, o di uomini e donne omosessuali. Nazionale e trasgressiva. Coerente e conciliante. In buona parte Raffa è anche la storia di un corpo, totalmente immerso nell’esposizione pubblica dello spettacolo. Non tanto e non solo per l’epocale ombelico scoperto in televisione agli albori degli anni Settanta, ma ancor più intensamente nella rievocazione della fase dei tour dal vivo in Spagna e Sudamerica a metà del decennio. Particolarmente significative sono le testimonianze della sua assistente, dedita a massaggiare e manipolare le membra della Carrà stremate alla fine dei suoi spettacoli. È un corpo che si adegua alle epoche e alle diverse età anagrafiche. Prima frizzante e giocherellona entertainer con balletti immersi nella pura dimensione del piacere, poi pioniera di costumi di scena all’avanguardia, esaltati dalla prima televisione a colori italiana, poi ancora affidata ai rasserenanti e sobri tailleur degli anni Ottanta – magari con qualche uscita azzardosa nei tagli e nei cromatismi. In qualche modo il loisir evocato da Raffa è anche storia italiana del mezzo che l’ha consacrata. Dall’austero bianco e nero anni Cinquanta e Sessanta della Rai ancora profondamente convinta della propria natura di servizio pubblico, agli sgargianti colori Rai anni Settanta, fino all’adesione totale alla dimensione del piacere con l’avvento di Berlusconi. Qua e là, nella vicenda artistica della Carrà, fa capolino in parallelo la durissima cronaca del Paese, e sono squarci che la conduttrice vive con travaglio e anche sincero dolore – il Rapido 904, e ancor più la messa in onda di «Ma che sera» nei giorni del sequestro Moro, che provocò numerose polemiche e che la Carrà stessa tentò invano di bloccare per l’imbarazzo. In Buongiorno, notte (2003) Marco Bellocchio rievocava con acume lo stridore della fine anni Settanta italiani, dilaniati tra una cronaca quotidiana di conflitto sociale, terrore e terrorismo, e la narrazione televisiva di un Paese che continua a ballare e canticchiare fra le paillettes di una Rai testardamente accanita nella schizofrenica elargizione di palate di ottimismo. Raffa finisce per stratificarsi profondamente nei suoi livelli di lettura, seguendo passo passo il graduale disimpegno di un intero Paese, ben oltre la serietà professionale e l’acutissima intelligenza della sua protagonista, che nel 1977 si dichiarava comunista e sempre dalla parte degli operai, e che con contagiosa allegria dava schiaffi in faccia a perbenismi di vario genere inneggiando all’amore e alla libertà sessuale – è in tal senso epocale, più che la notissima «Tanti auguri», la goliardica e autoironica «Luca».

Con grande acume Raffa di Daniele Luchetti amplifica la portata del fenomeno di massa costituito dalla Carrà restituendone valenza e profondità, e lasciando ampie perplessità soltanto nelle goffe e pallidissime parentesi di reenactment d’epoca. Meno convincenti risultano anche i timidi e rispettosi tentativi di affondo psicologico, pur supportati da estese testimonianze di chi la conobbe e frequentò in vita. Il continuo ritorno alla mancata figura paterna, la pur volenterosa ricostruzione di una vita affettiva punteggiata di pieni e vuoti, la maternità forse inseguita e comunque non realizzata, non contribuiscono più di tanto al tratteggio generale di una figura tanto complessa, problematica e plurisignificante. È già sufficiente (e necessaria) la Carrà pubblica, il peso e la consistenza del suo significato culturale, la sostanza di un Mito che da donna di spettacolo rimanda alla storia di un Paese, a delineare appieno la potenza della sua figura. L’asciuttezza è uno dei maggiori pregi di Raffa. Non agiografia, non ricordo commosso e indulgente, bensì stilizzata radiografia di un fenomeno culturale. Che ha caratterizzato interi decenni italiani. Che nessuno dimenticherà mai.

Info
Raffa, il trailer.

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