Come pecore in mezzo ai lupi

Come pecore in mezzo ai lupi

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Come pecore in mezzo ai lupi è il sorprendente esordio al femminile dietro la macchina da presa di Lyda Patitucci con un film di genere, nero, tesissimo ed esplosivo, sotto l’egida di Groenlandia e di Matteo Rovere.

Roma a mano armata

Vera è un’agente sotto copertura della Polizia. Ha un carattere duro e in apparenza impenetrabile, temprato dai rischi della sua professione e segnato da un passato familiare doloroso. Viene incaricata di infiltrarsi in una banda internazionale di rapinatori, e scopre che uno di loro è suo fratello minore Bruno, con cui ha rotto i rapporti da tempo. Bruno è appena uscito di prigione, non ha un soldo e vuole partecipare al colpo per ricominciare tutto insieme a sua figlia Marta. Dopo anni lontani, Vera e Bruno si ritrovano improvvisamente uno di fronte all’altra, in ruoli opposti e obbligati a mantenere il segreto che li lega: vecchie ferite riemergono, e i due saranno costretti a fare delle scelte che metteranno a dura prova il raggiungimento dei reciproci obiettivi. [sinossi]

Dopo L’ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano ecco un altro bel noir che fa ben sperare per la ripresa di un cinema italiano al tempo stesso di genere e autoriale. Come pecore in mezzo ai lupi, l’ottimo esordio nel lungometraggio di Lyda Patitucci, non inventa niente nel panorama noir italiano e internazionale, ma ha il non trascurabile merito di abbracciarne fino in fondo ruvidezza e umori, nel ritrarre gli ambienti della malavita, il degrado umano e famigliare. Il tutto filtrato attraverso il personaggio liminale della protagonista, sospesa tra due lingue e due mondi, in fuga da un passato innominabile di ipotizzabili molestie da parte di un padre-padrone poi reinventatosi capo religioso (il solito, inquietante Tommaso Ragno), e il presente di un lavoro in cui rischia la vita ad ogni passo, ma che è, in effetti, l’unico modo in cui si sente viva. Vera (un’ottima Isabella Ragonese, alla sua prima incursione nel genere) è come quelle creature marine che possono vivere solo a grandi profondità, dove la pressione è così forte che dovrebbe schiacciarle e invece è lì che trovano il loro habitat naturale. Il suo look, ma soprattutto il suo mood, ricordano un po’ la Lisbeth Salander creata dalla penna di Stieg Larsson nel ciclo Millennium: cupa, chiusa, introversa, decisamente asociale, in fuga da un passato oscuro e molto abile nel suo lavoro. Che, nel caso di Vera, il cui vero nome è Stefania, è quello della poliziotta infiltrata in una banda di malavitosi serbi, gente senza scrupoli e con cui non c’è da scherzare. Ma Vera, ingaggiata come autista e procacciatrice di armi, ha il sangue freddo e si mimetizza perfettamente in quell’ambiente pericoloso senza destare sospetti. Almeno fino a quando, fra i membri del prossimo colpo della gang, non salta fuori il fratello minore, Bruno (Andrea Arcangeli). I due non si vedono da anni, ma ora le possibilità di essere scoperti e uccisi entrambi crescono vertiginosamente.

È su questa direttrice che il film si concentra e su cui spinge l’acceleratore, senza mollare mai fino alla fine. In parallelo seguiamo anche le vicende di Bruno, piccolo rapinatore più per disperazione che per scelta, il cui unico scopo è quello di sollevare dalla miseria una complicata situazione famigliare che vede la figlia piccola, Marta (Carolina Michelangeli) che ogni giorno di più rischia la vita in casa per via della madre ed ex compagna di Bruno, Janine (Clara Ponsot), tossicodipendente, alcolizzata e pericolosamente instabile. Ed è questo l’unico motivo per cui accetta la proposta fattagli dal compare Gaetano (Gennaro Di Colandrea) di entrare a far parte del colpo assieme agli slavi. Ma ci sono anche altre ramificazioni dall’efficacia, almeno in un caso, discutibile. La prima, cui si era già accennato, è quella della religiosità del padre, circondato da una sorta di grande famiglia allargata in una grande villa dove celebra battesimi e funerali. Dagli sguardi fra lui e Vera si percepisce un sordo rancore, se non proprio odio, ma l’unica cosa che ci è data sapere è che la donna se n’era andata di casa diversi anni prima, presumibilmente dopo la morte della madre, abbandonando il padre e il fratello. È interessante come anche il capo della gang italo-serba, Dragan (Alan Katić), sia uso rivolgersi a Dio, presso il quale si sente in credito per vicende passate che gli sono costate la vita della sua famiglia, motivo per cui ora si sente libero di prendere tutto ciò che vuole e a qualsiasi costo, con tanto di benedizione divina. In entrambi i casi, dunque, la visione di una religione adoperata come potere e slegata da ogni morale, che sembra incombere su Vera da ogni parte.

L’altra sottotrama è quella del cane molesto della vicina di casa di Vera. La povera bestia, in realtà, cerca in tutti i modi di sfuggire a una padrona evidentemente problematica e dedita ad abusi nei suoi confronti. Vera assiste impotente al degenerare di quel rapporto, ma non può fare nulla per evitare il peggio. È con ogni evidenza un espediente per fare da cassa di risonanza all’anima dei due personaggi protagonisti, Vera e Bruno: la ferocia del mondo, il destino avverso, la solitudine e l’impotenza. Il tutto è però decisamente troppo insistito, oltre che prevedibile, una sottolineatura, una forzatura che nulla aggiunge al film, se non per difetto: la situazione era già perfettamente chiara, si sente il vizio di sceneggiatura che scivola nel cliché, nella metafora scritta a tavolino e appicciata a forza. Per fortuna il film ha dalla sua più di un asso da giocare. Il panorama urbano di Roma è presentato in modo calzante ed efficace, dal Villaggio Olimpico agli spazi aperti dell’Eur, da cave che sembrano abbandonate da anni, all’Aniene dove sbarazzarsi di un corpo, e poi ancora i garage sotterranei, gli spazi chiusi di appartamenti piccoli e deprimenti. La regia di Patitucci – con un occhio all’action teso e livido di Kathryn Bigelow – sa essere al tempo stesso geometrica e nervosa, mentre il montaggio spesso sorprende per efficacia ed effetto-shock, come nel caso della donna che precipita da una finestra sul tetto di una macchina, in una delle scene iniziali. Alla regia interessa in particolar modo la restituzione del realismo nelle scene d’azione, e questo si nota sia nella drammatica scena notturna alla cava, ben costruita come un groviglio di tensioni, sia, soprattutto, nel violentissimo e incendiario colpo al furgone portavalori, con conseguente scontro a fuoco ed esplosioni proprio davanti alla Basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur (che ribadisce ancora l’ombra del Padre, del Potere, e quindi del Male), che sembra memore della lezione manniana di Heat – La sfida (1995).

Prodotto dalla Groenlandia di Matteo Rovere, presso il quale Patitucci aveva fatto da aiuto regista in un paio di importanti occasioni (Veloce come il vento e Il primo re), specializzatasi soprattutto nella coreografia delle scene action (si vedano anche Smetto quando voglio – Masterclass e la serie Curon, su Netflix), che qui ha modo di dispiegare rivelandone tutta la padronanza. È dunque un esordio non improvvisato, ma consapevole delle proprie potenzialità e il cui esito lascia ottimi auspici: per il genere, per il cinema di genere (autoctono, che in tanti sempre di più reclamano), ma anche per il futuro incerto del cinema in sala, che richiede prodotti meno televisivi e omologati, più ostinatamente coerenti e coraggiosi. E, davvero, è più importante che siano questo, coerenti e coraggiosi, piuttosto che esenti da difetti. Come in questo caso.

Info
Come pecore in mezzo ai lupi, il trailer.

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