Wolfkin

Wolfkin

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Wolfkin, che si muove in territori licantropici con sguardo fortemente autoriale, segna il ritorno alla regia per il lussemburghese Jacques Molitor a sette anni di distanza dall’esordio Mama’s Boy. Un lavoro forse a tratti asettico ma mai privo di fascino, in cui la trasformazione implica una metafora sociale legata alla famiglia, e al concetto di “ereditarietà”.

Tu devi essere il lupo

Bruxelles. Elaine, mamma single dopo che il suo partner Patrick l’ha abbandonata non appena ha scoperto la sua gravidanza, cresce da sola il decenne Martin, non senza notevoli difficoltà. Il piccolo si dimostra infatti notevolmente aggressivo, al punto da mordere e graffiare i compagni di scuola. Quando la donna arriva a rischiare una denuncia per il comportamento del bambino, decide di recarsi in campagna a casa dei nonni paterni, che non lo hanno mai conosciuto… [sinossi]

Di tutti i mostri della tradizione popolari divenuti poi “eroi” del mondo in celluloide il licantropo è con ogni probabilità quello che più di ogni altro si presta all’utilizzo metaforico per quel che concerne il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Una possibilità insita nel senso stesso di trasformazione che è alla base dell’orrore legato al lupo mannaro, che segue i cicli lunari esattamente come il flusso di sangue mestruale – e lo comprese in modo eccellente il canadese John Fawcett all’epoca di Ginger Snaps, tradotto in Italia con il ridicolo titolo Licantropia Evolution, che tra il 2000 e il 2004 diede vita a una fertile trilogia sull’adolescenza femminile – e che vede il maschile tramutarsi da imberbe e a peloso, da innocuo a ferale. Per firmare il suo ritorno dietro la macchina da presa a ben sette anni di distanza da Mama’s Boy il lussemburghese Jacques Molitor ha deciso di prendere di petto proprio il mito dell’uomo-lupo, ma di farlo da una prospettiva interamente “famigliare”, tutta rinchiusa sul concetto di ereditarietà. A dire il vero l’aspetto più interessante del suo Wolfkin, che arriva in sala in Italia a poco meno di un anno di distanza dalla presentazione al britannico FrightFest, lo si rintraccia nella prima parte del film, quella in cui l’elemento prettamente fantastico è tenuto a bada, lasciato nell’ombra, utilizzato come babau a cui affidare le paure più recondite, che sono quelle del tutto quotidiane che attanagliano Elaine, madre single che deve allo stesso tempo occuparsi delle faccende domestiche, lavorare in cucina, e per di più crescere il piccolo Martin, che la adora ma al tempo stesso inizia a mostrare qualche segno di irrequietezza, arrivando a mordere un suo compagno di classe con cui aveva avuto una discussione.

Il contesto metropolitano, con la figura di Elaine che sembra collegarsi idealmente ad altre viste nel panorama produttivo europeo degli ultimi anni (si pensi al personaggio di Laure Calamy in Full Time – Al cento per cento di Eric Gravel, o a quello di Isabella Ragonese in Sole cuore amore di Daniele Vicari), appare la carta vincente per non lasciarsi sopraffare da una mitopoiesi che altrimenti si dimostrerebbe troppo più forte della scarna narrazione ideata dal regista insieme a Magali Negroni e Régine Abadia. Dopotutto l’unico elemento concesso allo spettatore è quello che vuole Elaine abbandonata dal compagno quando questi scopre che lei è incinta di Martin, dopo un amplesso in una radura boschiva. L’elemento naturale è ovviamente di primaria importanza in un film come Wolfkin, che vuole ribadire la libertà insita nel selvatico contro un costrutto sociale aberrante, che di generazione in generazione replica schemi vetusti, obsoleti, e sgradevoli. Questa contrapposizione purtroppo si fa fin troppo evidente quando la donna, in seguito al succitato atto di violenza del pargolo nei confronti del suo compagno di scuola – che viene mandato direttamente all’ospedale – decide di infrangere un giuramento che aveva fatto a se stessa e si reca dai suoceri, facoltosi viticoltori che ignorano persino di essere nonni di Martin. Ovviamente è nella magione avita, lontana dal frastuono del contemporaneo, che il fantastico prenderà il sopravvento, seguendo dunque in tutto e per tutto i dettami della tradizione.

Attratto dall’idea di mescolare l’elemento orrorifico alle consuetudini della produzione arthouse europea e francofona in particolare, Molitor lancia il piccolo Martin – che però resta elemento eternamente inconsapevole, tradendo nei fatti il principio del licantropismo come crescita; è la madre l’unico epicentro reale della narrazione – alla scoperta delle proprie radici e della propria maledizione, sociale prima ancora che mostruosa. Per quanto non manchino deflagrazioni orrorifiche, Wolfkin tiene un ritmo compassato, e predilige la raffigurazione dell’incontro/scontro tra Elaine e i genitori del suo fu compagno (che è scomparso senza lasciare traccia, come d’uopo) alla messa in scena dell’orrore tout court. Alcune scelte si fanno apprezzare, come la cena famigliare in cui tutti i nodi vengono al pettine dal vago sentore surreale, ma nel complesso Wolfkin assume le sembianze di un compito ben eseguito ma anodino, e forse persino anonimo nonostante la dichiarata pretesa autoriale insita in ogni inquadratura. Tra le pieghe di questo film si intravvede lo sguardo di un cineasta interessante, ma il centro del discorso deve ancora essere messo evidentemente a fuoco.

Info
Wolfkin, il trailer.

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