Dieu est une femme
di Andres Peyrot
Dieu est une femme è il documentario, mai visto da anima viva, che il documentarista francese Pierre-Dominique Gaisseau girò nel 1975 all’interno della piccola comunità kuna, al largo di Panama. Quasi cinquant’anni dopo i kuna vogliono vedere il film che li ha rappresentati e di cui sono stati protagonisti. Lo svizzero-panamense Andres Peyrot esordisce alla regia con un documentario in grado di affrontare con personalità molti dei temi centrali del contemporaneo. Film d’apertura fuori concorso della Settimana Internazionale della Critica 2023.
L’evento
Nel 1975 il documentarista francese Pierre-Dominique Gaisseau si reca in una località sperduta di Panama per realizzare un film sul popolo Kuna che lui ritiene un matriarcato per via di alcune usanze. Il progetto ben presto esaurisce i fondi e una banca finisce per confiscare le bobine: così, a distanza di quasi cinquant’anni i Kuna stanno ancora aspettando di vedere il girato che nessuno ha mai mostrato loro… [sinossi]
Da evento singolare e irripetibile, l’opera d’arte riproducibile tecnicamente ha perduto la propria autenticità e la propria aurea nella società di massa: il cinema, per Walter Benjamin che mise a punto questo paradigma, era assieme alla fotografia l’epitome di una trasformazione epocale. Il film che apre la trentottesima edizione della Settimana Internazionale della Critica, Dieu est une femme del regista svizzero/panamense Andres Peyrot, mostra invece l’evento sacro che può essere una proiezione cinematografica e la possibilità di divenire racconto orale insita nell’atto di riprendere poiché riprendere ha, sempre, a che fare col tempo e la sua cristallizazione, dunque anche con il suo ritorno nel circolo della vita. Del resto i Kuna (o Cuna, o anche Guna), un popolo che conta circa 40.000 persone, vivono prevalentemente nelle Isole San Blas che fanno parte della Repubblica di Panama ma sono anche sufficientemente distanti dal “centro” da rendere i propri abitanti un’enclave peculiare: vedere un film sul grande schermo e andare al cinema sono tutto fuorché ovvio. Non è però tanto questo il punto, quanto il fatto che proprio alla loro particolare comunità un regista, nel 1975, voleva dedicare un film intitolato proprio Dieu est une femme: dopo aver vinto il Premio Oscar con il documentario Le ciel et la boue (1961) girato in Nuova Guinea, il francese Pierre-Dominique Gaisseau (1923-1997) si appassionò ai Kuna leggendo – in maniera forse un po’ semplicistica – alcuni dei loro riti di passaggio e qualche regola sociale come segno di una società matriarcale. Gaisseau trascorse circa un anno nelle San Blas riprendendo le persone del luogo ma poi i soldi finirono, i rulli si fermarono e le banche confiscarono le bobine: i Kuna, protagonisti del girato, non hanno mai potuto vedere il “loro” film né guardarsi sullo schermo o riflettersi nella rappresentazione. O, anche, riflettere fino in fondo il soggetto che li aveva oggettivati, ossia Gaisseau, di cui la popolazione nei decenni ha elaborato storie e teorie, tanto che il regista e la sua famiglia sono diventati narrazione tramandata da alcuni che conservano qualche fotografia e qualche articolo di giornale degli anni ’70, laddove nessuno ha invece mai mostrato loro quelle immagini in movimento cui si sono generosamente consegnati.
Dieu est une femme, che correttamente riprende il titolo del lavoro inedito e perduto del 1975, è una riflessione su alcuni aspetti, a ben vedere, consustanziali alla natura del cinema. Il primo è che il racconto (in questo caso addirittura documentale) possa costituire, nella sua realizzazione stessa e nella sua posterità, un’esperienza storica comunitaria, divenire parte dell’identità sociale e strutturare un’autonarrazione condivisa da un gruppo che non è solo oggetto dello sguardo ma soggetto della vita. Il secondo aspetto, legato a questo, è che nel corso degli anni la comunità stessa (o il gruppo in questione) si riappropri dello sguardo opponendosi alla colonizzazione dell’occhio (in questo caso occidentale e alla ricerca, sebbene in buona fede, dell’esotico) e, magari tramite i propri intellettuali, elabori l’esperienza dell’oggettivazione “subita” benché magari senza intenzioni strumentali. Per raggiungere questo esito serve il terzo aspetto ossia la manifestazione del passato come evento simbolico poiché, nella bella e sobria scena in cui la comunità Kuna finalmente vede il film girato decenni prima, non è in primo piano solo la meraviglia data dalla rarità dell’esperienza cinematografica per una popolazione poco avvezza alle proiezioni ma anche la riappropriazione del tempo e del simbolico da parte della comunità, dunque la ritrovata possibilità di relazione con il già accaduto. L’immortalità fantasmatica che il cinema porta con sé, eccedendo necessariamente se stessa come dato oggettivo, consegna allo sguardo un nuovo e diverso aggregato da cui far scaturire una vera catarsi. Difficile trattare il cinema in questo modo, ma Dieu est une femme si concentra proprio sugli aspetti meno “battuti”, ritenuti quasi marginali, della natura cinematografica.
Dopo tanto patire, un kuna che in gioventù studiò in Francia trova il film perduto e lo riporta dove “è nato”: l’esperienza sacra della visione ha ovviamente un valore differente per chi nel 1975 c’era (alcune donne oggi adulte e allora bambine, assieme alla loro madre), per chi ancora non era nato (i ragazzini che guardano il film su un tendone steso in una “piazza” ricavata tra le capanne), per chi ha lavorato per recuperare la pellicola e sta riprendendo l’evento (e in qualche modo di questo gruppo fa anche parte il regista Peyrot), per chi nel frattempo è morto come il magnifico Arysteides Turpana, accademico e studioso panamense di origine kuna deceduto nel 2020 e di cui il documentario ci mostra la tenacia nella ricerca delle bobine (ne troverà alcune al Ministero della Cultura panamense, ma “in sindrome” ossia da buttare al macero). Dieu est une femme è un lavoro concettualmente affascinante: attorno a un documentario girato nel 1975 e mai terminato né visto, un omonimo film nel 2023 ragiona sul tempo, la distanza storica, la decolonizzazione, il cinema e il sacro, il visibile e la sua alterità. Un’operazione intellettualmente stimolante che riesce ad accogliere, anche, alcune delle istanze più impellenti di questi ultimi anni come quella della riappropriazione culturale da parte di Paesi e minoranze che gli europei e gli occidentali hanno categorizzato fin troppo a proprio piacere: divertente in questo senso il dialogo tra gli intellettuali delle San Blas – Turpana incluso – che si confrontano sul fatto che il regista Gaisseau, più che chiedere alla popolazione o osservare la realtà, volesse inquadrare quel che portava acqua alla sua teoria matriarcale arrivando persino a ricostruire fittiziamente delle scene per suffragare sentori di arcaismo ed esotismo, supportando la distanza tra “noi” e “loro”. Non che ci sia biasimo rispetto a Gaisseau, solo la constatazione che il tempo è passato e occorre dar conto diversamente della propria storia in qualità di soggetti. Il “ritorno a casa” delle proprie immagini è l’elemento centrale per l’autocoscienza narrativa di una comunità che, così, può affermare se stessa superando lo sguardo dell’altro, riconciliandosi teneramente con il proprio passato.
Info
Dieu est une femme sul sito della SIC 2023.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Dieu est une femme
- Paese/Anno: Francia, Panama, Svizzera | 2023
- Regia: Andres Peyrot
- Sceneggiatura: Andres Peyrot, Elizabeth Wautlet
- Fotografia: Nicolas Desaintquentin, Patrick Tresch
- Montaggio: Sabine Emiliani
- Colonna sonora: Grégoire Auger
- Produzione: Industrie Films, P.S. Productions, Upside Films
- Durata: 85'


Settimana della Critica 2023 – Presentazione