Una sterminata domenica

Una sterminata domenica

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È una sterminata domenica quella della vita dei giovanissimi Alex, Brenda e Kevin, triangolo scaleno che nelle vicinanze di Roma si muove pigramente, tra angoscia del crescere e mancanza di stimoli, nell’esordio alla regia di Alain Parroni. A Venezia 2023 nel concorso della sezione Orizzonti.

“Meglio essere due genitori giovani e belli, che vecchi e rincoglioniti”

Brenda è incinta. Alex ha appena compiuto diciannove anni e sta per diventare padre. Kevin riempie la città con il suo nome. Ognuno tenta di lasciare il proprio segno nel mondo. Una catena ininterrotta di situazioni, paradossi e caratteri si alternano fra loro in una costruzione narrativa vicina a un anticonvenzionale romanzo di formazione. Sempre connessi tra loro, ronzano tra la campagna del litorale e la città eterna, tentando di resistere a proprio modo all’inesorabile avanzare del tempo e del caldo. Le singole esperienze che Alex, Brenda e Kevin vivono non sono una sequenza casuale di avventure, bensì gradini sulla scala del processo di orientamento, di crescita e maturazione. [sinossi]

Brenda, Alex, Kevin, tre nomi che non hanno luogo d’origine, che sembrano partoriti dal mondo televisivo degli anni Novanta, quell’immaginario popolato di Kevin Costner, di Beverly Hills 90210, di uomini senza legge – A-Lex – che affrontavano un mondo aspro, brullo, pressoché inospitale nonostante l’epicentro dell’impero fosse solo lì, a pochi passi. Quell’impero che i tre ragazzi succitati, protagonisti di Una sterminata domenica, attraversano in modo quasi incosciente, osservando l’angelus del Papa con un distacco che non è solo emotivo: i due mondi sono alieni tra loro, come si trattasse di specie differenti, di organismi magari simili ma che non hanno niente in comune. Non ha nulla del film di fantascienza, l’esordio alla regia di Alain Parroni presentato in anteprima nel concorso della sezione Orizzonti all’ottantesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, se non forse per qualche orizzonte post-apocalittico, eppure quest’estate deserta e umanamente desertificata appare lunare, distante, selvaggia come il litorale romano non è mai stato (al cinema, ovviamente). L’apocalisse è quello che c’è già, cantavano decenni or sono i CSI di Giovanni Lindo Ferretti, in un’epoca in cui Brenda, Alex, e Kevin non erano neanche nati, loro che sono a tutti gli effetti dei “millennial”, volendosi fermare alle facile categorie generazionali imposte dal sistema mediatico occidentale. Chissà se sanno di esserlo, dei millennial, chissà se hanno davvero percezione di ciò che gravita loro intorno: la domenica che giustamente il titolo segnala come sterminata non è infatti una giornata, ma il ciclo all’apparenza infinito di una vita che non ha scampo prima ancora di venire alla luce. Una vita fatta di oziosi pomeriggi a dormicchiare in macchina, con l’unico obbiettivo magari di pranzare a casa della nonna o di farsi un giro in spiaggia. Il triangolo scaleno – tale è perché Brenda e Alex formano una coppia, con lui che ha appena compiuto diciannove anni e lei che ha scoperto di essere incinta – si muove compatto tra la folla automaticamente ostile, si protegge a vicenda pur magari trovandosi a ringhiare gli uni contro gli altri, ma pronti a fuggire di fronte a un cane che oltre a ringhiare potrebbe perfino arrivare a mordere e che li rincorre fino alla spiaggia libera.

Per quanto possa apparire paradossale Una sterminata domenica possiede un vitalismo immobile, come se ogni immagine lottasse tra la straripante voglia di esistere di questi tre ragazzi e il realismo che parla di una condizione sociale da cui non sanno evadere, e forse non lo desiderano neanche fino in fondo. Hanno gli smartphone, loro tre, ma seguono alla lettera i consigli di un sapere antico – ai limiti della fattucchieria – della nonna di Brenda, l’unica persona adulta con cui hanno un minimo di rapporto insieme a un pastore tedesco (nel senso di uomo germanico, ovviamente) dal quale vanno a rifornirsi di uova. Tra antico e moderno si consuma la vita-non-vita di due ragazzi e una ragazza che sembrano gridare al mondo la rivendicazione della propria esistenza senza che quest’ultimo – il mondo, per l’appunto – avverta nulla più di un brusio indistinto; la brutalità del vivere Parroni la lancia addosso allo spettatore insieme alla spasmodica ricerca della corsa sfrenata, a perdifiato, di quel senso di apnea che rimandi l’idea stessa di essere ancora vivi, e di poter contare qualcosa all’interno di una società che non sembra neanche lontanamente scalfibile da elementi esterni quali loro sono. Scorie di un mondo che permane nel tempo come ancora del passato. Ma dopotutto cosa c’è di più millenario del Vaticano, del potere temporale del Papa, di quella riva sinistra del Tevere dove migliaia di persone ogni domenica vanno ad ascoltare la “parola”? Parroni sceglie per questa immersione senza bombola nella romanità più periferica due attori – Enrico Bassetti e Zackari Delmas – che praticamente neanche sono romani, mentre Federica Valentini è di Ardea, non lontano da dove il film è stato effettivamente girato. Prodotto insieme a Fandango e alla Road Movies di Wim Wenders dalla Alcor di Giorgio Gucci che insieme a Gipo Fasano fu l’artefice dell’ottimo Le Eumenidi, Una sterminata domenica mette in scena dei vitelloni sottoproletari che non possono lasciare il loro piccolo mondo antico perché non possiedono gli strumenti effettivi per emanciparsi. Possono procreare e riprodursi, ovviamente, ma la società resterà sorda al loro grido d’aiuto anche quando questo emergerà con tutta la sua forza in un embargo.

Volutamente slabbrato, ellittico come rivendicazione di un tempo che non ha modo di svilupparsi (al montaggio Riccardo Giannetti, già al lavoro sul succitato film di Fasano), accompagnato dalle note tutt’altro che esornative del mitico Shirō Sagisu – sue le colonne sonore tra gli altri di Nadia – Il mistero della pietra azzurra, Neon Genesis Evangelion, Kyashan – La rinascita, e Shin Godzilla –, e dalla corposa e materica fotografia di Andrea Benjamin Manenti, Una sterminata domenica è disseminato di quella scaturigine pop che tracima da ogni contenuto del contemporaneo, e dunque ne vive in pieno ogni contraddizione, nella dialettica tra ricerca del vero e immagine survoltata, indagine dell’umano e dominio dall’alto del proscenio. Quel che ne deriva è un’opera viva che sa con scosse elettriche raccontare il niente che si fa tutto nella vita dei suoi tre protagonisti, per i quali tra una passeggiata a via della Conciliazione e una capatina al centro commerciale Euroma 2 non esiste alcuna differenza percepibile. E quel finale sembra quasi, per un attimo, guardare al Malick di Badlands, altro film in cui una generazione viveva “una sterminata domenica”.

Info
Una sterminata domenica, il trailer.

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