Hoard

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Con Hoard esordisce alla regia di un lungometraggio la ventiseienne londinese Luna Carmoon, che ambienta nelle zone in cui è nata e cresciuta un racconto disfunzionale di crescita, emancipazione, sviluppo emotivo e psichico. Un teen movie ardito, che lavora in modo non ortodosso nella rappresentazione di un rapporto madre-figlia, e che non ha timore di osare sgradevolezze di sorta. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

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Londra, 1984. La piccola Maria vive con una madre con forti turbe psicologiche in una casa in cui regnano il caos, l’immondizia, cataste di oggetti, ma anche consolidati rituali tra le due che rendono il loro rapporto straordinariamente fusionale. Una sera la madre di Maria ha un incidente domestico e la bambina viene affidata ai servizi sociali. Trascorrono dieci anni e Maria è diventata grande, ma il legame viscerale con la madre è destinato a tornare prepotentemente… [sinossi]

In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia, Hoard è l’esordio nel lungometraggio della ventiseienne Luna Carmoon, nata e cresciuta nel South-East London in cui è ambientato questo film di memorie visive e olfattive, questo racconto di un’infanzia che riaffiora con il suo portato traumattizzante e al tempo stesso ricco di affezioni, sensazioni ed emozioni capaci di scavare nel corpo, di conformarne le abitudini, i desideri e gli istinti forse per sempre. O almeno fino a prenderne coscienza e con ciò poterne forse avere parziale gestione. Diviso in due parti, Hoard parla di un “ammasso” (“hoard”) psichico, ma il titolo evoca anche una parola affine, “horde” ossia “orda” che rimanda a Psicologia delle masse e analisi dell’io di Freud. L’ammasso e la massa primitiva denotano una regressione (o un’ostruzione) dell’organizzazione individuale: la genitrice di cui parla il film e il “capo” che governa l’orda freudiana sono detentori dell’individuazione o della sua impossibilità e la protagonista, Maria (interpretata da Lily-Beau Leach da bambina e da Saura Lightfoot Leon da adolescente), è chiamata al riconoscimento delle ancestrali catene/norme famigliari per poter diventare adulta.

La prima parte, ambientata nel 1984, mostra la protagonista piccina con una madre profondamente turbata (la brava Hayley Squires, ottima anche in Io, Daniel Blake di Ken Loach), che non cura l’igiene della figlia, ma anzi la porta in giro per Londra a raccogliere immondizia che viene accatastata in casa assieme a centinaia di altri oggetti producendo un ambiente a dir poco insano. Maria va a scuola sporca, senza la divisa d’ordinanza e viene pressoché bullizzata anche dagli insegnanti per le sue condizioni pietose. La madre e Maria vivono di rituali che le uniscono visceralmente, in una maniera tale che la bambina non può emanciparsi in alcun modo dalla genitrice dolce, tirannica e folle. Tanto che, quanto in una scena Maria grida il proprio disprezzo per la madre e per come tirano a campare, grazie a una sorta di magico rito verrà “riportata” dall’adulta al caos psichico come norma. La mamma una sera ha però un brutto incidente in casa: i servizi sociali arrivano e allontanano Maria da sua madre, non in grado di prendersi cura di lei. La seconda parte, che occupa la stragrande maggioranza del film, compie un salto di 10 anni (con un pregevole stacco di montaggio che ha la funzione di una dissolvenza/ellissi) e ci fa ritrovare Maria cresciuta, alla fine dell’anno scolastico, in un momento delicato della propria crescita. La ragazza abita da due lustri con una nuova madre, adottiva ovviamente, in un contesto decisamente meno confuso del precedente, ma non ordinario: la sua nuova mamma ha inoltre “cresciuto” anche un altro bambino, Michael (Joseph Quinn), che è una sorta di fratellastro per Maria. In questo momento del 1994, la ragazza affronta tre passaggi problematici: il ritorno di Michael a casa con loro, l’allontanamento della sua migliore amica e vicina di casa a causa di un padre dispotico che vuole metterla in riga, ma soprattutto un annuncio inatteso circa la propria madre biologica. Se la prima parte mostra dunque i principi del caos conformante, nella seconda il caos – sempre latente – è destinato a esplodere e l’accumulo-orda a palesarsi in tutto il suo purulento vigore. Hoard è strutturalmente un teen movie indie che porta alle estreme conseguenze l’idea di “famiglia disfunzionale” piuttosto tipica del genere: qui non abbiamo un gruppo famigliare, ma una madre attraversata da disfunzioni, da desideri irrazionali, da illogicità permanenti, che marca così a fuoco la crescita di sua figlia. Lo sviluppo del film rispetta inoltre i passaggi consolidati del genere, come la relazione con l’amica più cara e la scoperta della sessualità, ma ancora una volta spingendo l’acceleratore sulla loro versione più malsana o morbosa.

La talentuosa Luna Carmoon realizza un teen “estremo”, visivamente brillante e decisamente convinto a voler mostrare tutta la sgradevolezza interiorizzata e rediviva: topi morti, boli di saliva avidamente ingoiati come espressione del desiderio erotico, immondizia, ustioni agognate, incubali cantilene. Lo stile, forte e deciso, e l’andamento narrativo sussultante rendono il film peculiare; le considerazioni sulla natura profonda dei comportamenti, organizzazioni di istinti e pulsioni che “l’autorità” genitoriale dovrebbe accompagnare, non sono affatto banali. La scelta della regista di realizzare un’ellissi narrativa così forte ha però qualche conseguenza: lo spettatore assiste alla regressione di Maria che per dieci anni, però, è stata amorevolmente accudita da una nuova madre. La quale, si suppone, la conosca piuttosto bene. Eppure la loro relazione è poco approfondita: Maria è una ragazza molto insolita e bizzarra, ma la persona che nei fatti l’ha cresciuta pare averne una cognizione molto relativa e il prorompere dell’atavica orda psichica si presenta quasi come una rivelazione assoluta. Ugualmente, poco viene approfondito circa il rapporto negli anni con Michael. La sensazione è quindi talvolta di spaesamento, ma non tanto per le nevrosi sceniche che si ripresentano a chiedere conto di un passato incancellabile, quanto per una certa inaccessibilità rispetto ai rapporti tra i personaggi. Se l’imprinting materno – con i suoi effetti – è oggetto di riflessione per le due ore di film, meno attenzione è rivolta al percorso di Maria in quei dieci anni che non vediamo e di cui conosceremo poco. In ogni caso, un esordio degno di attenzione che rivela una regista dotata, con idee chiare e perturbanti.

Info
Hoard sul sito della Settimana della Critica.

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