Le Vourdalak

Le Vourdalak

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Le Vourdalak, con cui esordisce alla regia di un lungometraggio il quarantaduenne francese Adrien Beau, prende spunto da un celebre racconto ottocentesco di Aleksej Konstantinović Tolstoj per riappropriarsi di un immaginario orrorifico d’antan, dove le luci e i trucchi “evidenti” rappresentano un passaggio ineludibile. Alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2023.

L’Über-Marionette della paura

Figli miei”, intima Gorcha prima di accomiatarsi, “attendete il mio ritorno per sei giorni. Trascorsi questi sei giorni, se non dovessi ritornare, recitate una preghiera in mia memoria, poiché vorrà dire che sono perito in battaglia… Ma se dovessi ricomparire – che Dio vi protegga! – passati i sei giorni, vi ingiungo di sbarrare la porta e negarmi l’ingresso, qualunque cosa io dica o faccia. Poiché per allora, altri non sarò che un Vourdalak, un dannato”. [sinossi]

Arriva da lontano, al punto da non sembrare neanche un’opera contemporanea Le Vourdalak, il film con cui per la prima volta si confronta con il lungometraggio il quarantaduenne cineasta francese Adrien Beau, già stretto collaboratore in qualità di artista visuale di Agnès B.; non appartengono come prassi all’oggi, oltre all’atmosfera gotica in cui l’ombra del protagonista si riflette solo negli squarci improvvisi della luce lunare sul muro della casa in cui cerca (invano) ospitalità, il trucco e parrucco, le scelte registiche. Perfino il font scelto per i caratteri dei titoli di testa rimanda a un’altra epoca cinematografica. Come se un Jean Rollin asessuale si trovasse in uno sposalizio con Vij diretto a quattro mani nel 1967 da Georgij Kropačëv e Konstantin Eršov, Le Vourdalak costringe lo spettatore a sancire un patto con le immagini che stanno apparendo sullo schermo: un patto che prevede l’accettazione del fantastico in una concezione dello stesso che l’immaginario collettivo contemporaneo non prende più neanche lontanamente in considerazione. Sotto questo punto di vista occorre tornare di nuovo all’inquadratura cui si faceva cenno dianzi, e che nei fatti apre il film: il protagonista, il marchese Jacques Antoine Saturnin d’Urfé, arriva trafelato a un’abitazione, da cui un uomo lo osserva dallo spioncino, senza aprire la porta. Lo spettatore non vede il marchese, ma solo la sua ombra di quando in quando proiettata sul muro. Il gotico con i suoi codici si fa dunque largo da subito, permettendo di inquadrare con una certa precisione il terreno in cui si muoverà l’esordiente Beau. Prima di addentrarsi in un tentativo di lettura del film si ritiene opportuno ripartire dal testo dato alle stampe nel 1839 da Aleksej Konstantinović Tolstoj.

“Il Congresso di Vienna nel 1815 aveva riunito nella grande città austriaca tutto quanto v’era in Europa di erudito, di socialmente brillante e di politicamente esperto. Ma ormai il Congresso volgeva al termine. Gli esuli monarchici si preparavano a riprendere possesso dei loro castelli, gli ufficiali russi a fare ritorno alle case che avevano abbandonate, e qualche polacco – questo non troppo soddisfatto – a riportare a Cracovia l’amore per la libertà, affidandolo senza troppa convinzione alla triplice ed equivoca indipendenza garantita da Metternich, dal Principe di Harderberg e dal Conte di Nesselrode. Così come succede nelle ultime ore di un gran ballo, la compagnia, all’inizio tanto vivace, si era ridotta a un esiguo gruppo di gaudenti, che manifestavano tutta la loro riluttanza a fare i bagagli, e con ogni pretesto differivano la partenza per i begli occhi di qualche dama viennese. Questa lieta congrega, della quale facevo parte anch’io, si radunava due volte alla settimana nel castello della Principessa di Schwarzenberg, poco lontano dalla città, passato il piccolo borgo di Hitzing. Di pomeriggio, si passeggiava. La sera, si cenava tutti insieme al castello o in qualche località della contrada. Poi, seduti davanti al vivace fuoco d’un caminetto, si conversava e si raccontavano storie. Ogni discorso di politica era severamente bandito: ne avevamo tutti abbastanza, per cui l’argomento delle nostre conversazioni erano soprattutto leggende dei rispettivi paesi, o ricordi personali di ognuno di noi. Una sera, dopo che erano state raccontate molte storie straordinarie, in tutti vibrava un’insolita tensione, accresciuta dalla penombra e dal silenzio. Il Marchese d’Urfé, vecchio esule francese simpatico a tutti per l’allegria giovanile e la piccante vivacità con la quale sapeva raccontare i suoi antichi successi erotici, approfittò di un momento in cui il chiacchiericcio generale era sopito, e disse: «Amici miei, le vostre storie sono senza dubbio alcuno eccezionali, ma a me pare che difettino di una qualità essenziale: l’autenticità. Credo infatti che nessuno di voi possa provare in modo certo di aver visto con i propri occhi ciò che or ora ha raccontato, e che non possa suggellarne la verità con la propria parola di gentiluomo». Fu giocoforza ammettere che aveva ragione, per cui il vecchio continuò, accarezzandosi i favoriti: «Invece io, cari amici, posso narrarvi una storia stupefacente, e nello stesso tempo così insolita e orribile, e così vera, che da sola basterebbe a colpire la fantasia dei più scettici. Purtroppo per me, ne sono stato non soltanto testimone, ma anche protagonista, e sebbene di solito non mi faccia piacere ricordarla, tuttavia questa volta ve la racconterò. Sempre che le gentili signore me lo permettano». Ovviamente, il consenso fu unanime. Qualcuno, invero, lanciò qualche sguardo spaurito ai riflessi che la luna cominciava a disegnare sul pavimento, ma in breve fummo tutti raccolti in circolo attorno al nobiluomo, intenzionati a non perdere una sola delle sue parole. Dopo aver fiutato con studiata lentezza una presa di tabacco, il Signor D’Urfé cominciò il suo racconto”.

Quello che nel 1839 è il racconto di un’anima persa che vuole condividere con la civiltà europea l’orrore che è ancora possibile respirare in alcune zone del Vecchio Continente, dove le ombre mangiano la luce e ancora esistono i “diavoli” (e quindi intriso del romanticismo dell’epoca), si trasforma nelle mani di Beau in un omaggio al cinema d’antan, come testimonia la creatura, vale a dire il vourdalak del titolo: l’anziano Gorcha aveva avvisato il figlio e tutto il parentado di non fidarsi di un suo ritorno, perché avrebbe significato che un demone si era impossessato del suo corpo. Beau evita qualsiasi fraintendimento, e così il mostro appare in tutta la sua evidenza come tale, macchina meccanica di un tempo perduto, dimenticato anche e soprattutto nell’immagine. Questa ricerca pervicace del passato viene rinnovata dall’utilizzo in fase di ripresa della pellicola super-16, che insieme alla übermarionette presente in scena – e che determina in modo inequivocabile i terribili eventi che si accavalleranno gli uni sugli altri – deposita l’immaginario de Le Vourdalak lontano dalle pastoie del contemporaneo. Una scelta rigorosa, prettamente arthouse, laddove i precedenti adattamenti del racconto di Tolstoj (La notte dei diavoli di Giorgio Ferroni, ma soprattutto uno degli episodi di cui si compone il capolavoro di Mario Bava I tre volti della paura) dialogavano in modo più diretto con il popolare, e le sue esigenze. Con l’attenzione dello spettatore che è in maniera inevitabile concentrata su questo bizzarro pupazzo mostruoso, appare evidente come l’intento intimo de Le Vourdalak non sia quello di spingersi in direzione della “paura” ma semmai di ridestare uno spettatore odierno addormentato ricorrendo all’arte plastica, all’utilizzo romantico delle luci, al concetto di atmosfera e di mood. Tra quelle pieghe del racconto per immagini si può rintracciare il vero e compiuto senso dell’opera prima di Beau, non privo di un innamoramento fin troppo esibito verso l’oggetto che sta maneggiando. Nella sua funzione statica, in cui la narrazione è quasi un orpello da dover utilizzare per giustificare l’impianto scenico, il film non può che perdersi di quando in quando in rivoli secondari, non necessari o addirittura irrilevanti rispetto all’insieme e al suo senso. Un cinema d’impressione più che di riflessione, che trova però lo scarto più interessante quanto abbandona il testo originario per scegliere una propria via al racconto, e al dipanarsi degli eventi. Lì, in quella negazione di ciò che scrisse Tolstoj, si deve forse rintracciare l’anima dell’operazione di Beau, e il tentativo ardito di riprendere ciò che fu – nella letteratura, nell’arte, nel cinema – per riscriverlo, pur senza tradimenti di sorta. Più interessante che appassionante, Le Vourdalak è il primo passo nel lungometraggio di un regista raffinato, che deve forse trovare la via per slegarsi dalla propria postura e liberare lo sguardo. Un po’ come un demone della notte.

Info
Le Vourdalak sul sito della SIC.

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