El rapto

El rapto

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Giunta al quarto lungometraggio la quarantaseienne regista argentina Daniela Goggi con El rapto alza il livello delle proprie ambizioni, concentrando l’attenzione sul momento fatidico in cui il suo Paese tornò alla democrazia senza però rimuovere dai ruoli chiave molte persone che si erano compromesse col regime fascista e militare. Un lavoro onesto, pulito, privo di particolari guizzi, che si muove nel solco del cinema impegnato nella preservazione della memoria. A Venezia 2023 in Orizzonti Extra.

L’illusione della democrazia

Buenos Aires, anni Ottanta. Dopo il ritorno dall’esilio politico, Julio Levy intende reintegrarsi nella grande azienda di famiglia, ma il fratello maggiore viene rapito. Investito del compito di salvarlo, Julio deve prendersi sulle spalle tutta la famiglia, e svelare quali forze siano ancora in gioco dietro il ristabilirsi della democrazia argentina. [sinossi]

Inizia con un volo e un atterraggio, El rapto, e termina con un altro volo e un altro atterraggio; due eventi che però sono completamente diversi per natura, e per significato intimo. Il quarto lungometraggio della quarantaseienne argentina Daniela Goggi principia da un momento storico: è il 1983, la dittatura militare e fascista è finita, ed è tornata la democrazia, che con sé riporta in patria tutti coloro che la abbandonarono per evitare di finire tra i desaparecidos, torturati e uccisi nell’ombra, lontano dagli affetti. Tra coloro che tornano c’è anche la famiglia di Julio Levy, comunista ma figlio di un uomo estremamente facoltoso, che lavora nell’alta finanza (ed è a sua volta comunista, ma come sottolinea il figlio maggiore di Julio alla sorellina “non lo deve sapere nessuno”); Julio probabilmente non vorrebbe lavorare di nuovo negli uffici paterni, magari preferendo un ruolo all’università che gli è stato anche già proposto, ma il suo destino è quello di tornare nel punto esatto da cui era partito/fuggito. Ora che non c’è più la dittatura i tempi non potranno che migliorare d’altronde, e in ogni caso il piacere di ricongiungersi con l’adorato fratello maggiore è più forte di qualsiasi desiderio personale. Purtroppo però il fratello viene rapito, caricato a peso su una macchina e portato chissà dove, e Julio dovrà caricarsi tutto sulle spalle per comprendere quanto possa essere illusorio e aleatorio il termine democrazia.

Non si può certo accusare il cinema argentino di non voler fare i conti con il proprio terribile passato: al di là della qualità intrinseca dei singoli film si pensi a opere recenti come Argentina, 1985 di Santiago Mitre, 1976 di Emanuela Martelli, Il segreto di una famiglia di Pablo Trapero, Eva no duerme di Pablo Agüero. Si muove in questo solco anche El rapto, con cui per la prima volta Goggi sembra alzare le ambizioni, e allargare uno sguardo che finora era rimasto ancorato all’intimo, tra drammi sentimentali e racconti al femminile sempre un po’ chiusi in sé stessi. Non è dunque casuale che questo film segni anche la “prima volta” della cineasta a un festival centrale per peso e importanza come la kermesse lidense. La prima parte del film, quella che anticipa il rapimento e ne mostra i primi segni sulla solidità psicologica del protagonista Julio e sull’unità della famiglia che si trova a dover gestire in modo pressoché assoluto, è anche quella più convincente, perché il discorso sulla fallibilità di una dittatura che non ha avuto il coraggio di fare davvero piazza pulita di tutti coloro che si compromisero col fascismo arriva in modo naturale, senza doversi trasformare in evidente pamphlet come accadrà nella seconda metà dell’opera, quando anche i familiari del rapito non potranno che rendersi conto in modo palese dell’assoluto stato di corruzione del ministero degli interni e della difesa, ancora “fedele” all’ordinamento dello Stato precedente.

Dopotutto chi si attende dal film uno scarto, un guizzo che lo elevi al di sopra della media delle produzioni a lui similari non potrà che restare ineluttabilmente deluso; Goggi dirige con mano sicura, con professionalità, e sa in ogni caso aderire ai forti turbamenti dei suoi protagonisti, ma non affonda mai realmente al di sotto della superficie. Tolta la battuta succitata che il figlio adolescente fa alla sorellina in età “elementare” relativa ai genitori e al nonno, non si capisce in che modo il pensiero politico della famiglia Levy possa svolgere un ruolo, sia esso intimo o pubblico; allo stesso tempo le relazioni tra i personaggi non si sviluppano mai, se non per aperte divisioni o prese di posizione estemporanee. Resta il calvario burocratico che è kafkiano ma anche (soprattutto) politico, ma ci si ferma a quello. Così la ricostruzione d’epoca, per quanto raffinata, non ha modo di acquistare un reale senso e con il progredire della narrazione si rischia in modo forte di scadere nell’oleografia. Se ciò non accade il merito è da ascrivere in particolar modo all’eccellente interpretazione di Rodrigo de la Serna, che sa come coinvolgere lo spettatore nel progressivo sgretolamento dell’intero ordine mentale del suo personaggio, fino a quel finale che sembra mettere la parola fine non tanto al film quanto al sistema democratico nel suo complesso.

Info
El rapto sul sito della Biennale.

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