The Beast
di Bertrand Bonello
La bête (The Beast), nuova creatura cinematografica partorita da Bertrand Bonello,è una distopia perturbante che attraversa tre scenari psico-sociali diversi restituendo l’unitarietà inattaccabile di un elemento orrorifico, catastrofico e mortalmente vivo. Un’opera solo all’apparenza cerebrale ma in realtà romantica ed esistenziale. In concorso a Venezia 2023.
Gabrielle che si ricorda le vite precedenti
Nel 1910 a Parigi una donna sposata, Gabrielle, a una festa incontra Louis e tra loro nasce un intenso sentimento. Nel 2014 la “stessa” donna è un’aspirante attrice che soggiorna a Los Angeles e viene presa di mira da un trentenne represso e psicopatico. Nel 2044 nel mondo regna l’intelligenza artificiale e “un’ennesima” Gabrielle, come ogni altra persona, viene invitata a purificare il proprio Dna per liberarsi dalle emozioni e diventare così totalmente performante…
Un uomo e una donna raccontati attraverso tre identità differenti in tre segmenti temporali differenti che, dal 1910 al 2044 passando per il 2014, disegnano l’arco della progressiva rimozione sociale di ciò che ci spaventa, ci terrorizza, ci fa perdere la strada, ci rende umani: le emozioni, l’angoscia, la premonizione della morte, la paura legata all’amore e alla sua possibile perdita. Se La bête (The Beast) del sempre spiazzante Bertrand Bonello apre a una moltitudine di riflessioni circa la rappresentazione, anche cinematografica (la prima immagine del film vede la protagonista, una magnifica Léa Seydoux, muoversi di fronte a un green screen), il portato profondamente sentimentale del film è esplicitato fin dall’inizio quando nel primo incontro in scena tra i due protagonisti si fa riferimento all’occasione in cui si erano (fuori scena) già conosciuti ovvero una rappresentazione di Madama Butterfly di Puccini, in Italia. Nella celeberrima opera d’amore e morte, la donna è destinata a perdere tutto, dal padre alle illusioni alla vita, consegnando il proprio cuore a chi la tradirà. L’espressione del sentimento di inizio Secolo (il debutto del melodramma è del 1904) fa da opposizione assoluta a quel 2044 immaginato da Bonello in un altro segmento del suo grande film: in questo futuro non lontano, anzi imminente e del tutto famigliare, un’umanità governata dall’intelligenza artificiale potrà depurare il proprio Dna da ricordi di vite precedenti, da turbamenti, da eccitamenti e da tutto ciò che ci spaventa impedendoci di essere pienamente funzionali e performativi. In questo prossimo domani dalle tonalità cronenberghiane (il regista canadese diede, è interessante ricordarlo, la propria “rilettura” di Madama Butterfly nel magnifico M. Butterfly), una Seydoux che pare arrivare da una sottotrama invisibile di Crimes of the Future ci farà del resto sapere che la disoccupazione è al 67%: per avere un lavoro o migliorare le proprie modeste mansioni è consigliabile non essere distratti da svenevoli palpitazioni, da incertezze del cuore, da pensieri esistenziali. Meglio l’antestesia definitiva.
Gabrielle (Seydoux) e Louis (George MacKay) si incontrano dunque tre volte in momenti storici distanti. Il primo è nella Parigi del 1910, l’anno della grande alluvione della Senna: qui, in mezzo a crinoline e pettinature sofisticate, emergeranno le paure irrazionali e l’autentica, atavica angoscia della donna. Di cosa ha paura Gabrielle? Della catastrofe. Ma cosa sarebbe, la catastrofe? Nel cercare di comprendere meglio, Gabrielle si renderà conto che il suo matrimonio è un argine a questo terrore e che suo marito, fabbricante di bambole tutte uguali e dal viso imperturbabile (ma ispirate al volto della moglie come farà notare Louis), rappresenta per lei una passione moderata. Louis cerca così di portare a sé la donna, rappresentando il maschile romantico agli occhi di una femminilità che ha scelto il proprio rassicurante limite per non soccombere al proprio desiderio, probabilmente. Nel 2014 Gabrielle è un’aspirante attrice francese che soggiorna per un periodo a Los Angeles facendo, con poco costrutto, provini: sarebbe il caso infatti, come le fa notare qualcuno, di ritoccarsi un po’, magari mettendo a posti gli zigomi o piallando qualche ruga. Uno psicotico represso (che è una “nuova forma” di Louis) sul proprio canale online carica invece video in cui maledice le donne che non lo vogliono e che sono responsabili della sua penosa situazione di trentenne vergine: l’uomo prenderà di mira Gabrielle come esponente del genere che quotidanamente lo svergogna. Nel 2044 Gabrielle proverà a farsi purificare il Dna ma la sua struttura emotiva è sorprendentemente riluttante rispetto all’obiettivo: dopo aver ricordato le proprie vite precedenti, Gabrielle non vuole altro che incontrare nuovamente Louis, che ha incrociato in una discoteca. Per, finalmente, amarlo. I piani temporali sono intrecciati e il film non ha uno sviluppo diacronico: a fare da cornice è il futuro nelle cui spirali cui si svolgono dapprima il racconto ambientato nella Belle Époque e in seguito quello ambientato nel 2014. Ma, appunto, i tempi si mescolano generando un effetto “eco” ma non caotico, una ridonanza ossessiva con variazioni di rilievo delle tracce messe in campo da Bonello.
Da una parte, come già detto, The Beast è un film sulla montante negazione del sentire e, dunque, del vivere: non si può non notare che se all’inizio del Novecento era la donna a essere “irrigimentata”, spaventata di fronte all’esondazione della passione, in seguito sarà l’uomo il soggetto della repressione, dell’incomprensione di sé e dell’annientamento come “tana” appetibile. Nel corso di un secolo la dinamica tra i generi è mutata enormemente ma nel film l’uomo è a ben vedere sempre “portatore” della struttura sociale (laddove non lo è, si sente un reietto desideroso di vendetta) cui si adatta, mentre la donna cerca la propria onestà emotiva: l’andamento di segno opposto della traiettoria crea uno iato che rende la relazione ontologicamente impossibile. Se, come Madama Butterfly suggerisce, non per forza l’ardire maschile avrebbe condotto all’agognato legame, di sicuro Gabrielle inizia a liberare se stessa negli anni della nascita della psicanalisi: ma è il 1910, la Senna è pronta ad allagare la città ed è difficile prevederne le conseguenze. The Beast però riflette anche sulla necessità dell’umano di rappresentarsi e, facendolo, di “addomesticarsi”. Per questo Bonello mette in campo molteplici mezzi o dispositivi, alcuni espressivi e altri imitativi: prima della Grande Guerra il marito di Gabrielle ha una fabbrica di bambole, esseri dallo sguardo fisso, replica di un umano idealizzato, immobile, senza scosse (le bambole come estroflessione “teatrale” della protagonista confinata a causa della pandemia erano presenti con diffrente funzione anche nel film precedente di Bonello, Coma). In seguito il regista tornerà a mostare il green screen quando la protagonista deve girare una pubblicità in cui durante le riprese non c’è che lei e ogni cosa sarà aggiunta in post-produzione; sempre nel 2014 abbondano gli schermi dei pc in cui si aprono finestre su finestre, come scheggie impazzite, le donne aspirano a rifarsi i connotati per essere un po’ più “bambole di carne”, mentre vediamo le riprese video del folle che tampina Gabrielle. Nel 2044 non ci sono invece dispositivi informatici: la nuova carne è un dato di fatto e l’intelligenza artificiale asettica – prodotta dall’umano ma finalmente post-umana – non ha più bisogno di rappresentazione idealtipica. Anche in questo tempo, gli “ancora vivi” perciò ancora impuri vanno a ballare in discoteche che suonano solo canzoni di determinati anni del passato (è nella sala da ballo dedicata al 1963 che Gabrielle e Louis si parleranno ancora una volta). In ogni tempo raccontato c’è insomma una forma espressiva sentimentale, anche virulenta ma con un rapporto con il sentire e, accanto a essa, un vettore imitativo che solletica il desiderio di depauperamento (le bambole, il set vuoto in cui tutto viene aggiunto “dopo”, la chirurgia estetica, i robot e la riduzione a ente della persona) in una danza di deprivazione inarrestabile. Il pericolo imminente è per il regista annientare “l’eccedenza” mirando alla reificazione dell’umano come funzione produttiva pura. La bestia pare dunque ciò che dovremmo difendere, essendo tutto ciò che porta altrove e conduce allo sconfinamento, al desiderio di assoluto forse illusorio che è, però, il motore del senso e dell’amore. La bestia è ciò che di più sgradevole accade nel vivere ed è, per questo, ciò che è più necessario: la contraddizione è insanbile ma senza questa contraddizione possiamo essere umani?
L’invasione degli ultracorpi firmata da Bonello (che per il film ha preso spunto dal racconto La bestia nella giungla di Henry James) non può che avere una connotazione politica, cosa che evidentemente non sorprende visti i “precedenti” del regista e che, chiaramente, viene scandita con forte coerenza interna: al progressivo annichilimento si accompagna l’efficienza sociale laddove gli anni ’10 preludono in fondo alle due guerre mondiali ossia al sangue e alla devastazione. Film solo apparentemente cervellotico e in realtà romantico ed esistenziale, The Beast è una distopia perturbante che attraversa tre scenari psico-sociali diversi restituendo l’unitarietà inattaccabile di un elemento orrorifico, catastrofico e mortalmente vivo. L’ultima scena di un film che viene inghiottito da un urlo senza speranza – il primitivo “specifico”, ma anche una chiara citazione di Laura Palmer nel finale di Twin Peaks: il ritorno – prelude a una trovata che chiama in causa l’opera stessa in quanto appartenenete al contemporaneo perciò oggetto “personalizzabile” e fruibile in maniera monadica tramite un dispositivo extra-cinematografico: il cellulare. I titoli di coda sono infatti “contenuti” nel Qr Code che lo spettatore dovrà inquadrare (al loro interno c’è anche una breve scena affidata a un altro personaggio che attraversa il tempo, una veggente): in questo gioco di rifrazioni un po’ lynchiane, Bonello non si rtira in una torre d’avorio ma interroga se stesso, oltre al nostro tempo con le sue implicazioni, in un film generoso, intelligentissimo e potente sorretto dall’ottimo MacKay ma soprattutto da Seydoux, un’attrice straordinaria dalla carriera sempre più raffinata.
Info
The Beast sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico, melodramma, sentimentale
- Titolo originale: La bête
- Paese/Anno: Canada, Francia | 2023
- Regia: Bertrand Bonello
- Sceneggiatura: Bertrand Bonello
- Fotografia: Josée Deshaies
- Montaggio: Anita Roth
- Interpreti: George MacKay, Léa Seydoux
- Colonna sonora: Anna Bonello, Bertrand Bonello
- Produzione: Les Films du Bélier, My New Picture, Sons of Manual
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 146'
- Data di uscita: 21/11/2024



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