Priscilla

Priscilla

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Presentato in concorso a Venezia 2023, Priscilla è una sorta di naturale controcampo, anche sul piano visivo, di Elvis. Un dittico bi-autoriale che, in entrambi i casi, cerca di trovare la chiave estetica e narrativa giusta per raccontare due figure rilevanti del nostro immaginario. Il Re e la sua giovanissima regina. Più principessa che regina. Il gigante e la bambina. E se il cinema della Coppola sembra calzare a pennello per raccontare la dimensione privata di Priscilla Ann Wagner Beaulieu, almeno nella prima parte, forse ancor più calzante è la scelta dei due protagonisti, la minuta e più che graziosa Cailee Spaeny (Priscilla) e il bellimbusto Jacob Elordi (Elvis). In maniera ancor più marcata, il gigante e la bambina.

We’re Caught in a Trap

Quando l’adolescente Priscilla Beaulieu incontra a una festa Elvis Presley, l’uomo, che è già una superstar del rock’n’roll, nel privato le si rivela come qualcuno di completamente diverso: un amore travolgente, un alleato nella solitudine e un amico vulnerabile. Attraverso gli occhi di Priscilla, il lato nascosto di un grande mito americano, nel lungo corteggiamento e nel matrimonio turbolento con Elvis. Una storia iniziata in una base dell’esercito tedesco e proseguita nella sua tenuta da sogno a Graceland. Una storia fatta di amore, sogni e fama… [sinossi – labiennale.org]

I confini invalicabili della (ultra)dorata Graceland non sono diversi dalle ricche ville che ingabbiavano mogli imbellettate e imbottite di alcolici più o meno raffinati nei melodrammi familiari hollywoodiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Insomma, torniamo sempre lì, allo squilibrio evidente nei rapporti coniugali, più in generale tra uomo e donna, qui enfatizzato non solo dalla differenza di età e di status sociale tra il Re del rock’n’roll Elvis e la ragazzina qualunque Priscilla, ma anche dall’evidente differenza fisica, marcatissima nella prima parte del film. Più libera che rigorosamente filologica, la scelta di Jacob Elordi, un pennellone australiano che già in The Kissing Booth (e poi più evidentemente nella serie Euphoria) mostrava interessanti potenzialità, e della graziosissima Cailee Spaeny (7 sconosciuti a El Royale, Vice – L’uomo nell’ombra) si rivela alquanto felice: come può una ragazzina così giovane e minuta non essere sopraffatta e accecata, anche nei tempi più bui, dall’imponente maestosità del Re? Come e dove può trovare il coraggio di fuggire?

Se Priscilla Ann Wagner Beaulieu, alias Priscilla Presley, deve tutta la sua luce pubblica e professionale al Re Sole di Tupelo, è sulla sfera privata che vale forse la pena soffermarsi e riflettere – l’attrice Priscilla è infatti un simpatico disastro, da Dallas a Una pallottola spuntata, da Le avventure di Ford Fairlane a Melrose Place. In questo senso, il limite del film di Sofia Coppola è l’ingombrante presenza della Presley nelle vesti di produttrice, nonché autrice del libro autobiografico Elvis and Me che rappresenta la base di partenza e la fonte d’ispirazione di Priscilla. Il controcampo declinato al femminile manca infatti di asperità, è fin troppo cristallino, probabilmente (e inevitabilmente) indulgente. In fin dei conti, però, la parabola della ex Presley è un’ottima opportunità per la Coppola di tornare a girare attorno ai suoi temi più cari, un loop poetico ed estetico che trova la sua perfetta rappresentazione nell’incipit di Somewhere – la mente corre al surplace di Wes Anderson, forse anche lui caught in a trap.

Sorta di Marie Antoinette depotenziato, Priscilla sonda alcuni dei lati oscuri di Elvis, le sue fragilità e contraddizioni di singolarissimo uomo degli anni Cinquanta, tanto proiettato nel futuro quanto ancorato a certi legacci patriarcali, ma tratteggia soprattutto i contorni di una gabbia dorata, lasciando fuori campo il Colonnello Tom Parker (che è invece centrale nel luhrmanniano Elvis) ma anche e soprattutto l’arte, il carisma, la singolarità e la forza trascinante del cantante e attore. Una sequenza, col Re del rock and roll che chiude di spalle e un po’ stancamente uno dei suoi celebri concerti a Las Vegas, ci sembra la cartina tornasole di una scelta narrativa comprensibile ma non pienamente condivisibile: anche al culmine del suo percorso autodistruttivo, Elvis è sempre stato un animale da palcoscenico, una forza della natura, e le crepe del rapporto Priscilla-Elvis, di Graceland, della storia d’amore e di fascinazione, non traggono forza da un ritratto meno lucente del Re. Anzi, casomai è l’esatto contrario.

Esaurito il racconto dell’adolescente Priscilla, del rapporto coi suoi genitori, dell’impatto con un microcosmo assurdo e fagocitante, il film della Coppola sembra quasi esaurirsi e avere poco da dire, anche sul piano estetico. A suo modo, la conferma dell’estrema sensibilità della regista quando può confrontarsi con personaggi ancora lontani dalla dimensione adulta, alle prese con nuove regole, equilibri e desideri, come in Marie Antoinette e Il giardino delle vergini suicide, ma a ben vedere in buona parte della sua filmografia. Un biopic che viene via via fagocitato e consumato dalla amabilissima componente coming of age, centro gravitazionale (ma anche trappola poetica) del cinema coppoliano.
Perfettamente calzante la scelta di I will always love you sui titoli di testa, canzone che ci proietta verso un’altra gabbia dorata, un’altra famiglia soffocante, un’altra parabola femminile complicatissima e tragica. In questo caso, vale la pena recuperare Whitney di Kevin Macdonald. Non è tutto oro quello che luccica.

Info
La scheda di Prtiscilla sul sito della Biennale.

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