Mi fanno male i capelli
di Roberta Torre
Omaggio a Monica Vitti, studio di attrice, confronto/specchiamento con il cinema italiano degli anni d’oro. Tutto questo è Mi fanno male i capelli, ottavo lungometraggio di Roberta Torre: la regista è ancora alla ricerca di una sua strada, ma qui sembra trovare più felicemente che altrove una forte ispirazione, nonché una propria identità e direzione.
Identificazione di una donna
Monica sta progressivamente perdendo la memoria e la sua vita si strappa. La diagnosi del medico è sindrome di Korsakoff. Irreversibile. Poi, l’inaspettato: la donna trova il modo di ridare senso alle cose prendendo in prestito i ricordi di un’altra Monica, che ha sempre ammirato: Monica Vitti. Si veste come lei, la imita, rivive le scene dei suoi film, si identifica nei suoi personaggi fino a confondere il cinema con la realtà. Suo marito Edoardo, che la ama profondamente, lascia che questo gioco diventi la loro nuova vita. [sinossi]
Mi fanno male i capelli, ottavo lungometraggio di Roberta Torre presentato alla 18esima Festa del cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema, segna l’incontro fra la regista milanese e Alba Rohrwacher, volto oramai dominante di quest’ultimo ventennio di cinema italiano, che va a misurarsi con la grande attrice e mattatrice romana scomparsa oltre un anno e mezzo fa, la meravigliosa, indimenticabile, amatissima Monica Vitti, che proprio vent’anni fa, a causa della sua malattia, si ritirava dalle scene. Ma si sgombri subito il campo da facili equivoci: Rohrwacher non “rifà” Monica Vitti, anche perché non si potrebbero immaginare due attrici con uno stile recitativo più diverso. Cos’è dunque Mi fanno male i capelli? Certamente un omaggio a Monica Vitti, in prima istanza, per la persistenza della sua immagine che ha vinto e continua a vincere sulla scomparsa dell’attrice. Un’immagine prepotentemente viva, tanto nei ruoli drammatici interpretati per Michelangelo Antonioni quanto nelle numerose commedie a cui prese parte. Ma è anche una riflessione sulla ricerca dell’identità, attraverso la memoria individuale e quella del cinema stesso. Quindi, in ultima analisi, è anche una ricerca da parte della stessa regista – si potrebbe azzardare – di una nuova direzione, all’interno di un percorso dai risultati alterni e dai contorni ancora incerti, percorso irrequieto e sospeso, eppure mai pigro e quindi coraggioso. Una filmografia eccentrica e centrifuga, quella di Roberta Torre, ma senza dubbio interessante, che qui trova la sua messa a fuoco, centrando uno dei suoi film migliori.
Monica ed Edoardo (Alba Rohrwacher e Filippo Timi) sono una coppia sposata, hanno una casa ai Parioli e ora si trovano in una villa sul litorale laziale: lo spunto iniziale sembra provenire da Amore mio aiutami (1969), una delle tre commedie dirette e interpretate da Alberto Sordi a fianco di Vitti (le altre due sono Polvere di stelle, 1973, qui abbondantemente citata, e Io so che tu sai che io so, 1982). Anche la Raffaella del film di Sordi era in cerca della propria identità di donna. E il marito innamorato ma inadempiente interpretato da Sordi, disposto a tutto per aiutarla, ritorna qui, in chiave drammatica, nel personaggio interpretato (ottimamente) da Filippo Timi, confuso dal cambiamento della moglie e in più sommerso dai debiti. Tuttavia, l’incontro vero e proprio tra le due “Moniche” avviene in un’occasione precisa, e cioè dinnanzi a una scena tratta da La notte (1961) di Michelangelo Antonioni, che Monica sta guardando in videocassetta. Monica Vitti vi compare a oltre un’ora dall’inizio nei panni di Valentina, figlia di un grande industriale, la quale, con le sue pose da cinica e superficiale, strega Marcello Mastroianni che è in crisi con la moglie Jeanne Moreau. È una frase in particolare di Valentina a colpire Monica: “Ho l’impressione di scordarmi ogni giorno qualcosa”. Monica è consapevole che la sua mente sta perdendo presa sui suoi ricordi e quindi sulla sua identità: le è stata infatti diagnosticata una malattia neurologica, la Sindrome di Korsakoff. Così, a partire da quel momento, la donna instaura, attraverso i film di Monica Vitti, un dialogo dapprima con lei, ripetendone le battute davanti allo schermo, e finendo poi per coinvolgere anche Edoardo. Sono scene che ovviamente giocano anche sullo studio d’attrice, un’attrice che studia un copione e si confronta con il proprio personaggio, cercando i propri toni, i propri colori. Infatti Alba Rohrwacher non ripete mai le battute “imitando” la Vitti ma le fa sue, le piega cioè alla propria timbrica e ai propri tic, sulla falsariga di un percorso attoriale messo a punto in ruoli fondamentali della sua carriera, come la Giovanna de Il papà di Giovanna (Pupi Avati, 2008), la Mina di Hungry Hearts (Saverio Costanzo, 2014) o la Monica di Tre piani (Nanni Moretti, 2021): figure affini, seppur con gradazioni variabili, di donne perse, alienate, sognanti.
La cosa interessante è poi il fatto che la regista faccia ripercorrere al suo personaggio lo stesso iter “tonale” della carriera di Monica Vitti: dapprima i film drammatici e fortemente innovativi di Antonioni, da L’avventura (1960) a Deserto rosso (1964: da qui proviene la celebre frase che dà il titolo al film di Torre, ma mai citata). E poi commedie quali Teresa la ladra (Carlo Di Palma, 1973) o A mezzanotte va la ronda del piacere (Marcello Fondato, 1975), nelle quali brillò non certo di meno e anzi forse di più. Ed ecco che anche Monica, man mano che l’identificazione si fa sempre più radicata, diventa più “istrionica”, si lascia galoppare dentro una fantasia che oramai non vede più argini, del tutto disancorata dalla realtà che la circonda e che tenta inutilmente di trattenerla e riportarla indietro. La donna si appresta a raggiungere la casa di Alberto Sordi per fare da madrina in una serata speciale. Ne segue, fra le altre cose, una interminabile prova di abiti che ricalcano i costumi indossati dalla Vitti in alcuni dei suoi film più celebri. E intanto gli specchi hanno sostituito lo schermo televisivo: ora è lì che Monica vede e comunica con Monica Vitti (percependola oramai come il proprio riflesso) o Alberto Sordi.
In tutto questo gioca un ruolo fondamentale lo sguardo peculiare, ondivago ed ellittico della regista, che ben si sposa al tema scelto. Pur mancando qui numeri musicali in senso stretto – quelli che resero sorprendente il suo film d’esordio (Tano da morire, 1997) e che ritornavano poi con meno successo in un altro paio di film – ci ritroviamo comunque all’interno di un mondo pulsante e musicale (le partiture qui sono del giapponese Shigeru Umebayashi, che a sua volta duetta con le colonne sonore dei vecchi maestri italiani), un cinema che non si ritaglia più porzioni di sogno e immaginario (si veda anche il salone di parrucchiera rosso/viola de I baci mai dati, sorta di locus horridus alla Tim Burton in cui campeggia una Piera degli Espositi che pare Crudelia De Mon, con tanto di “coro” delle sue aiutanti: un musical mancato), ma travalica e dissolve soglie e confini (schermi, specchi, litorali), che si metastatizza nello spazio e nel tempo. È quindi anche, inevitabilmente, un cinema autoriflessivo: sia che vada a braccetto con gli spezzoni di quei classici del cinema italiano, sia che proceda con l’appropriazione e reinvenzione degli stessi, o che il suo occhio sfiori come un vento invisibile i volti, i petali di rosa raccolti in un vaso o i granelli di sabbia che scivolano via assieme ai ricordi e all’io della protagonista. Magari non perfetto, a volte fin troppo ridondante, ma comunque vitale e in movimento, oltre ogni abulico buon senso.
Tra gli inserti/visioni di Monica si infiltrano anche due “corpi estranei”: Le Tempestaire (Jean Epstein, 1957) e Limite (Mário Peixoto, 1931), non a caso due capolavori di cinema liquido e avanguardistico dalle immagini potentemente renitenti alla mera rappresentazione della realtà, ovverosia a quel “realismo”, spesso tanto asfittico quanto frainteso che gran parte del cinema mondiale (e il nostro in particolare) si ostina pigramente a perseguire.
Info
Mi fanno male i capelli, il trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Mi fanno male i capelli
- Paese/Anno: Italia | 2023
- Regia: Roberta Torre
- Sceneggiatura: Roberta Torre
- Fotografia: Stefano Salemme
- Montaggio: Paola Freddi
- Interpreti: Alba Rohrwacher, Filippo Timi
- Colonna sonora: Shigeru Umebayashi
- Produzione: Rai Cinema, Stemal Entertainment
- Distribuzione: I Wonder Pictures
- Durata: 83'
- Data di uscita: 20/10/2023



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