Il libro delle soluzioni

Il libro delle soluzioni

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Il libro delle soluzioni è quello che redige film dopo film Michel Gondry, alla ricerca perpetua di una composizione non consona, che non accetti la prassi ma assecondi in tutto e per tutto la libertà espressiva, creativa. Un atto di fiducia assoluta nell’immagine che pone il geniale cineasta francese in una posizione sempre più laterale all’interno dell’industria transalpina.

Il film è mio e me lo monto io

Marc è un giovane cineasta che, prefigurando una revisione completa del suo lavoro da parte dei produttori, fugge con il premontato e si rifugia in casa di sua zia nelle Cevennes, portandosi dietro la sua squadra di lavoro. Una volta lì tutto cambia, la sua creatività si libera e viene travolto da un vortice di idee e immagini che lo trascinano in un caos mentale. Mentre sta montando il film, ne viene posseduto e tutti i suoi demoni vengono a galla. [sinossi]

Ha compiuto sessant’anni solo pochi mesi fa Michel Gondry, eppure l’impressione fin dalla prima visione alla Quinzaine des cinéastes al Festival di Cannes a maggio del suo Le livre des solutions (fedelmente tradotto con Il libro delle soluzioni) è stata quella di trovarsi a tu per tu con l’opera di un giovane virgulto, così dirompente nella sua foga visionaria e nella voglia di narrare attraverso le immagini da non possedere neanche un’oncia, nemmeno la più pallida parvenza di un lavoro attempato, frutto di un ragionamento decennale, in qualche modo oberato dal peso inevitabile dell’esistenza. Di doti inequivocabili ne ha un numero non indifferente Gondry, e lo ha palesato fin dal suo esordio nel lungometraggio con Human Nature, dove si trovava a trasformare in immagini in movimento una sceneggiatura di un altro personaggio eccentrico e impossibile da rinchiudere in una visione preconcetta, vale a dire quel Charlie Kaufman che nel 2001, all’epoca dell’opera prima di Gondry, si trovava sulla cresta dell’onda per via del successo planetario di Essere John Malkovich, con cui aveva esordito un ulteriore irregolare, Spike Jonze. In un gioco a suo modo follemente improbabile il transalpino Gondry conquistò l’America con Human Nature e soprattutto il seguente Eternal Sunshine of the Spotless Mind (sempre con Kaufman al reparto sceneggiatura) prima di far ritorno in patria, dove ebbe modo nel 2006 con La Science des rêves, vale a dire L’arte del sogno, di firmare anche le storie che portava in scena. Ora che Il libro delle soluzioni arriva dapprima alla Festa del Cinema di Roma – o Rome Film Fest che dir si voglia – e quindi approda nelle sale italiane grazie a I Wonder Pictures, viene naturale tornare a interrogarsi su uno dei pochi veri spiriti anarchici rimasti nel cinema europeo. Non si tratta di una mera scala di valori, sulla quale in ogni caso Gondry si posizionerebbe sui pioli più alti, ma di una prospettiva visionaria che manca sia ai suoi coetanei che – ed è ancor più preoccupante – alle giovani generazioni. Trovarsi a tu per tu con un lavoro di questo irrequieto e geniale cineasta non significa solo ed esclusivamente imbattersi in un “bel” film, ma equivale a entrare dalla porta di servizio in un mondo a sé stante, dove le regole della logica sono sovvertite dal sentimento, da una naturale creatività, dall’anarchia che può attraverso l’immaginazione prendere finalmente il potere.

Ne Il libro delle soluzioni, primo lungometraggio di Gondry da otto anni a questa parte – nel 2015 fu la volta dell’imperdibile Microbo & Gasolina, coming-of-age in forma di road movie con due adolescenti in giro per la Francia a bordo di un’automobile che si sono costruiti da soli –, torna preponderante il tema della creazione, punto nodale e indifferibile della poetica dell’autore: era così già nel succitato L’arte del sogno, in Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, in Mood Indigo – La schiuma dei giorni (tratto dal romanzo di Boris Vian), e per l’appunto in Microbo & Gasolina. Stavolta Gondry racconta le gesta, tra il geniale e il dissociato, di Marc, giovane cineasta che una volta appurato che la produzione non gli lascerà mai il final cut del film che sta iniziando a montare, approfitta dell’assoluta complicità della sua squadra di lavoro e ruba tutto il materiale relativo al film. Dopo il furto si rifugia nella casa della zia tra i monti delle Cevenne, nel bel mezzo del nulla. Una volta trovato il riparo più sicuro che ci sia, rendendosi quasi irreperibile, Marc si lascia però dominare dalla sua immaginazione, e così il processo di montaggio procede con estrema lentezza, con il regista più interessato a creare una console di montaggio sul cruscotto di un camion, per esempio, o un cane disegnato e animato che attraverso una serie di avventure potrà aprire un negozio di parrucchiere, o ancora la formica ripresa giorno dopo giorno. Fino ad arrivare a due sequenze indimenticabili, entrambe con protagonista la musica: nella prima Marc si trova a dirigere un’intera orchestra che lo segue senza neanche conoscere una nota di una partitura che dopotutto nessuno si è mai preso la briga di comporre; nella seconda Marc si permette addirittura di riprendere Sting sulle variazioni che sta facendo sulla colonna sonora cui ha accettato di partecipare nonostante la logica, il senso, e la prassi dicessero tutto l’opposto. Perché è in fondo questa la base portante del discorso di Gondry, il senso ultimo del suo libro delle soluzioni: l’utopia è l’unica arma rimasta pura nel cinema, solo attraverso l’arte del sogno si può pensare di andare oltre la mediocrità del vivere sociale, le abitudini, la prassi di un mondo incanutito, vegliardo, privo di una propria reale forza eversiva.

Con uno stile mai banale, straripante di idee, e divertentissimo, Michel Gondry declama l’amore per un cinema libero, che fa del “fai da te” il suo credo incrollabile, interamente costruito sull’ingegno e la rottura con la prassi. In questo modo il cineasta dichiara anche la sua distanza sempre più evidente dal mainstream produttivo francese (e forse non è un caso che questo come i precedenti lavori di Gondry abbiano trovato spazio sulla Croisette lontano dalla montée de marche del concorso, in una sezione collaterale come la Quinzaine des cinéastes) perché forse la verità è che il libro delle soluzioni è quello che redige film dopo film Gondry stesso, alla ricerca perpetua di una composizione non consona, che non accetti la prassi ma assecondi in tutto e per tutto la libertà espressiva e creativa. Un atto di fiducia assoluta nell’immagine che non può non porre il geniale cineasta francese in una posizione sempre più laterale all’interno dell’industria transalpina. Un Gondry che è anche in qualche misura il suo Marc, brillantemente interpretato da Pierre Niney – LOL di Lisa Azuelos, Emotivi anonimi di Jean-Pierre Améris, Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian, Frantz di François Ozon, tra gli altri –, e di cui viene mostrato anche il lato più egocentrico, bipolare. Un uomo che non mette mai la terza quando guida l’automobile perché statisticamente con la seconda marcia inserita non si verificano incidenti, e che non è neanche in grado di guardare davvero ciò che ha edificato immagine dopo immagine, perché significherebbe trovare un senso a ciò che è un radicale, impulsivo, devastante gesto artistico prima di ogni altra cosa. Il libro delle soluzioni è un viaggio imperdibile e perfino commovente nella potenza poetica del creare, una creazione che è la base dell’esistenza stessa: quando ci si trova poi di fronte alla realtà forse non si può far altro che sprofondare, pronti a riemergere altrove, dove c’è ancora tempo e spazio per una nuova invenzione, per un atto rivoluzionaria, il più rivoluzionario e visionario di tutti: vivere.

Info
Il libro delle soluzioni sul sito della Quinzaine des cinéastes.

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