Eureka

Eureka, oltre a essere il titolo del film con cui ritorna in scena l’argentino Lisandro Alonso, potrebbe anche venire scambiato per l’esclamazione di gioia del mondo cinefilo che ha dovuto attendere ben nove anni – questo il lasso di tempo che separa Eureka dal precedente Jauja – per incontrare di nuovo il cinema mesmerico, primordiale, formale ma mai formalista di Alonso. Dopo la proiezione in anteprima tra i film di Cannes Première il film è stato presentato anche alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2023.

Per un cinema indigeno

Alaina è sopraffatta dal suo lavoro come agente di polizia nella riserva di Pine Ridge. Decide di non rispondere più alla radio. Sua nipote, Sadie, aspetta il suo ritorno per una lunga notte, invano. Sadie, triste, decide di iniziare il suo viaggio con l’aiuto di suo nonno. Vola attraverso il tempo e lo spazio verso il Sud America. Non guarderà più i western in bianco e nero, che non la rappresentano. Tutto le sembra diverso quando inizia a percepire i sogni degli altri indiani che vivono nella foresta. Le sue conclusioni sono incerte… Gli uccelli non parlano agli esseri umani, ma se solo potessimo capirli, avrebbero senza dubbio delle verità da trasmetterci. [sinossi]

«C’è differenza fra chi si pensa di essere e chi realmente si è», così El Coronel interpretata da Chiara Mastroianni afferma in faccia al pistolero Murphy, che ha il volto di Viggo Mortensen; ed è bene che chi si approssima a Eureka, sesto lungometraggio diretto nel corso di ben ventidue anni dal cineasta argentino Lisandro Alonso, tenga ben a mente questo passaggio, perché contiene in nuce il senso stesso dell’intricata trama che si svilupperà nel corso delle due ore e venti successive. Inizia nel vecchio west, Eureka, ma effettivamente non ci vuole molto tempo perché si comprenda che esiste una differenza tra chi si pensa di essere e chi realmente si è. E così quell’algido e computo western che si muove sulle definizioni di genere a più livelli si scopre essere solo un lungo film nel film, un oggetto di consumo che può passare in televisione senza che chicchessia presti lui un’attenzione particolare. Era forse questo l’ultimo tassello che mancava ad Alonso per liberare in maniera definitiva e incontrovertibile il proprio sguardo. A nove anni da Jauja si riparte dalla wilderness per palesarla poi quasi subito come mera narrazione, non-luogo che è anche non-spazio e soprattutto non-tempo, o forse ur-tempo, fuori dalla logica della vita. A Cannes, dove è stato inserito tra le Première, non sono stati poi molti gli addetti ai lavori che hanno donato priorità al film, in questo poco supportati in ogni caso dall’organizzazione del festival che se si esclude una proiezione stampa in zona Palais ha costretto il popolo degli accreditati a recarsi al Cineum, lo splendido multisala di recente costruzione che da un paio di anni affianca il palazzo del cinema come luogo deputato alle visioni festivaliere. La situazione non è apparsa poi così dissimile alla Festa del Cinema di Roma (o Rome Film Fest che dir si voglia), dove Eureka ha trovato spazio come “Best of 2023”: l’Auditorium ha scippato Alonso al Torino Film Festival, dove i suoi film trovavano tradizionalmente ospitalità, ma la stampa non ha reagito con chissà quale meticolosità o diligenza.

Non c’è dubbio che Eureka sia materia tosta da maneggiare, e poco adatta a chi ha scarsa dimestichezza con la precedente cinematografia alonsana. Sulla carta ci sono tre storie che il film porta avanti, facendolo per di più a blocchi: la crisi di una poliziotta caucasica che lavora nella riserva di Pine Ridge in Sud Dakota, nella contea di Oglala Lakota; la detection della di lei nipote, di sangue nativo; e poi una dolorosa avventura latinoamericana, nel Brasile degli anni Settanta. Tre storie, tre stacchi, tre universi che si sfiorano. Ma la verità non è così semplice, o almeno non solo, ed ecco che queste tre vicende sono profondamente interconnesse, non solo sotto il profilo meramente tematico – e quella ricerca di identità già racchiusa nella frase pronunciata da Mastroianni ritorna come monito costante, stilettata nel fianco dello spettatore – ma anche per quel che concerne il senso dell’immagine e del suo studio. Un’immagine che principia dal 4/3 del western programmato in televisione per poi trasformarsi nello standard cinematografico, come se si estendesse il significato stesso di ciò che sta prendendo corpo sullo schermo. Alonso non rinuncia a nessuna delle sue ossessioni – o punti cardine del discorso poetico – ed ecco che Eureka ragiona, con una nettezza visiva che non nasconde la propria natura criptica, sulla dialettica tra vita e sogno o vita/morte, sul materialismo della politica che si sfalda di fronte all’imperturbabile cambiamento del metafisico, sull’accezione mistica come riscoperta di un io antropologico con troppa facilità soffocato dal Moderno. Quasi stesse rintracciando lo sposalizio tra il misterico indigeno della riflessione pasoliniana e la crisi dell’identità di cui fu primo e mirabile cantore Antonioni, Alonso legge il tempo-cinema come invenzione dell’uomo, e dunque lo plasma, lo piega alle proprie necessità, alla propria lettura filosofica dell’umano e della sua rappresentazione.

Tenendo fede a uno degli elementi fondamentali dei racconti che prendono corpo in scena in Eureka, vale a dire la capacità dei corpi di trasfigurarsi in altro, e alla vita di divenire altra vita, con diversa forma ma non necessariamente diverso senso, Alonso dirige un’opera transeunte, soggetta alla legge del divenire. Non esiste più limite geografico – quel limite che per le popolazioni native americane si è sempre tramutato in una prigione, dalle riserve nordamericane agli spazi sempre più liminari cui sono costretti gli indios amazzonici, tanto per portare degli esempi cari al regista –, non esiste più una linea temporale che possa davvero dettare legge. Come si scriveva dianzi Alonso si libera in maniera definitiva di ogni legaccio, anche il minimo, che ancora avvinceva il suo cinema a una parvenza di canone. Lo fa in modo così dirompente da stordire, attraverso una stratificazione di segni e sintomi che innerva la spina dorsale di Eureka ma allo stesso tempo costringe a una severa attenzione, quasi uno studio capillare di ogni singola inquadratura, densa per di più di un substrato poetico esondante, e che potrebbe riportare alla mente anche alcune divagazioni oniriche proprie di Apichatpong Weerasethakul. Parlando di rapporti famigliari, di anime vaganti, di psicopompi, di trasmigrazione, di nuova evoluzione in altro, Alonso parla inevitabilmente di cinema, della sua fideistica immaterialità, unico miracolo ateo in atto da cento e passa anni. Lo fa inseguendo e rifuggendo con il medesimo passo l’apparentamento di “genere” (a essere sfiorati sono almeno il western, il noir, il poliziesco, l’affresco storico) alla ricerca di uno sguardo primordiale, sempre decentrato eppure con naturale purezza autoctono. Formalmente ineccepibile eppure mai formalista, Eureka rappresenta la ricerca continua di un senso nella sopravvivenza, a cavallo sul magma in cui si fondono materiale e immateriale. In questo, nel suo pervicace ribadire la natura indigena dell’uomo/cinema, è anche uno dei testi più politici visti sul grande schermo nell’ultimo anno, nonché tra i più visionariamente potenti.

Info
Eureka sul sito del Festival di Cannes.

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