Riabbracciare Parigi
di Alice Winocour
Tutto sulle spalle di un’eccellente Virginie Efira, Riabbracciare Parigi di Alice Winocour fa i conti con il post-Bataclan cercando di ricostruire quella tragedia attraverso l’andirivieni mentale della protagonista, che solo aggrappandosi ossessivamente ai suoi labili ricordi, nel tentativo di dar loro forma compiuta, può sperare di ritornare alla vita. Un percorso catartico che la regista e sceneggiatrice, lavorando su un dolore che l’ha coinvolta in prima persona, struttura come un’indagine amnesica, slittando continuamente dal focus sul personaggio principale ad aperture su figure laterali che compongono il ritratto inquieto di una città e una società ancora scosse.
Anatomia di un trauma
Mia vive e lavora a Parigi come traduttrice. Una sera, dopo il lavoro, rimane coinvolta in un attentato in una brasserie. Tre mesi dopo, ancora incapace di ritornare ad una vita normale e con ricordi frammentari dell’accaduto, decide di indagare nella propria memoria per trovare un percorso che la conduca a una possibile felicità. [sinossi]
Nell’ultimo anno sono ben quattro i film che hanno affrontato, da prospettive differenti, i tremendi attentati del 13 novembre 2015 a Parigi: Un anno, una notte di Isaki Lacuesta, November – I cinque giorni dopo il Bataclan di Cedric Jimenez, l’inedito in Italia Vous n’aurez pas ma haine di Kilian Riedhof e questi Riabbracciare Parigi che la regista e sceneggiatrice Alice Winocour ha progettato ispirandosi a ciò che realmente è accaduto a suo fratello, scampato alla strage del Bataclan e soggetto, ovviamente, a una difficoltoso recupero dopo l’orrore vissuto. Il titolo italiano introduce, rispetto al più asettico originale Revoir Paris, una marcata tonalità affettiva che tuttavia è pienamente aderente allo spirito dell’opera dal momento che Mia, la protagonista, deve sì rivedere Parigi con occhi nuovi ma deve anche poterla riaccogliere dentro di sé, aprendosi alla possibilità del sentimento, del rapporto con gli altri, di una riconquistata fisicità. Tra i film citati, quello di Winocour è apparentabile senz’altro a Un anno, una notte, per come sceglie di mettere al centro del racconto il processo psichico individuale di elaborazione del trauma. Nell’opera di Lacuesta, più sperimentale e arrischiata sul piano linguistico e formale, questo processo era scisso nelle figure di due fidanzati, presenti al Bataclan, che reagivano in modo diverso alla difficoltà di fare i conti con quanto subìto, rifugiandosi l’una nella rimozione, l’altro nell’ossessione del ricordo. Riabbracciare Parigi unifica queste due opposte reazioni in un’unica figura femminile che ha rimosso ma vuole ostinatamente ricordare. E per farlo sceglie dunque un respiro narrativo maggiormente lineare, strutturato attorno a un classico percorso d’indagine che la protagonista (incarnata con compostezza da Virginie Efira, che per questo ruolo ha vinto il César come miglior attrice) deve intraprendere procedendo su un doppio binario.
Il primo è di carattere marcatamente interiore: Mia non rammenta come siano andate esattamente le cose e per farlo decide di unirsi a un’associazione di sopravvissuti all’attacco nella brasserie in cui si era casualmente rifugiata per ripararsi dalla pioggia. Il film suggerisce in questo modo l’idea che non sia possibile ricostruire la propria vita da soli ma che è necessario uno sforzo collettivo. Tuttavia per la donna l’ingresso nella comunità di superstiti e parenti delle vittime non è indolore, dal momento che ci sarà anche chi l’accuserà di aver ostacolato le possibilità di salvezza di altre persone chiudendosi a chiave nel bagno del locale, cosa che la lei non è sicura di aver fatto. Emergono dunque come rapidi flash provenienti dall’inconscio del personaggio i dettagli di quella sera, da quelli più concreti (gli assalitori, gli spari, i corpi senza vita) a quelli più impressionistici (i suoni confusi, il dettaglio di due mani che si stringono, una torta di compleanno). Proprio questi secondi si rivelano, alla fine, più importanti, più capaci di innescare un processo trasformativo e di guarigione che porta al secondo binario, quello dell’indagine al di fuori di sé, nel corpo vivo della città. Mia crede di individuare il suo soccorritore, decisivo nel tranquillizzarla in quei momenti di caos e di poterlo rintracciare. Solo quell’incontro può garantirle la catarsi, secondo il concetto, noto in psichiatria ed esplicitato nel film, di “diamante al centro del trauma”, ossia di tutti quegli aspetti relazionali positivi che si instaurano in conseguenza dell’evento stesso. Per farlo però la donna si ritrova, inaspettatamente, ad attraversare un’altra Parigi, quella più nascosta, fuori dai radar della borghesia bianca cui ella appartiene. È la Parigi dei tanti clandestini, lavoratori in nero, provenienti perlopiù dal Senegal, dal Mali e dallo Sri Lanka, la cui presenza è necessaria soprattutto nei luoghi di ristorazione ma che può essere ricacciata nell’invisibilità in caso di rischi con le verifiche di legge.
La peregrinazione di Mia alla ricerca del suo angelo custode, che Winecour ha impostato con il riferimento di Cléo dalle 5 alle 7 (Agnès Varda, 1962) ben presente nella memoria, sposta l’asse del film dal piano individuale a quello collettivo: ma se il primo è certamente ben risolto nella precisa focalizzazione sul personaggio principale, il secondo presenta qualche criticità in più. Il racconto presenta una buona quantità di figure collaterali come il Thomas interpretato da Benoît Magimel, con cui Mia stabilisce un immediato legame o la giovane Felicia (interpretata dalla figlia di Leos Carax, Nastya Golubeva) che ha perso i genitori nell’attentato ed è ossessionata dal risalire all’ultima immagine che hanno contemplato, e che trova in Mia una figura materna. Ma nel tentare di dare corpo a queste e altre presenze non meno importanti, il film smarrisce in parte l’unitarietà d’ispirazione che lo contraddistingue nella prima parte, cercando faticosamente, con un uso incerto delle voci fuori campo e con un goffo utilizzo dei flashback visivi (che cercano di riprodurre le immagini mentali che irrompono nella coscienza come brevi lacerazioni psichiche), a costruire un mosaico di esperienze e ricordi di una comunità ferita, quando forse sarebbe stato più produttivo non allontanare troppo il focus dalla protagonista. Molto più efficaci sono invece quei momenti in cui Alice Winocour riesce a suggellare il legame tra individuo e società senza ricorrere alla convocazione di personaggi secondari forzatamente emblematici ma semplicemente lavorando sulle inquadrature ambientali. Certi potenti totali sulle strade di Parigi danno davvero l’idea di una città ferita; oppure si pensi all’intensa soggettiva sullo sguardo di Mia che osserva i fiori depositati in Place de la Republique in segno di cordoglio e brutalmente gettati via dall’intervento della nettezza urbana. Questi dettagli, uniti al preciso ritratto femminile costruito nel plot principale, conferiscono sostanza emotiva e psicologica a un film che non sempre riesce a evitare un certo schematismo dei caratteri ma che è sufficientemente misurato ed esemplare nella rappresentazione del dolore e dello scavo interiore per liberarsene.
Info
Il trailer di Riabbracciare Parigi.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Revoir Paris
- Paese/Anno: Francia | 2022
- Regia: Alice Winocour
- Sceneggiatura: Alice Winocour, Jean-Stéphane Bron, Marcia Romano
- Fotografia: Stéphane Fontaine
- Montaggio: Julien Lacheray
- Interpreti: Amadou Mbow, Anne-Lise Heimburger, Benoît Magimel, Dolores Chaplin, Grégoire Colin, Maya Sansa, Nastya Golubeva Carax, Sofia Lesaffre, Sokem "Kemso" Ringuet, Virginie Efira
- Colonna sonora: Anna von Hausswolff
- Produzione: Darius Films, Dharamsala
- Distribuzione: Movies Inspired
- Durata: 105'
- Data di uscita: 09/11/2023



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