Wanted

Una vertiginosa spirale di paranoia e psicosi da controllo attraversa Wanted, l’ultimo film di Fabrizio Ferraro, presentato in anteprima nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma 2023. Gli esseri umani in perenne movimento, tratto peculiare sia tematico che visivo di tante delle opere precedenti del regista, giunti nella metropoli arrivano a una fase di stallo, dove tutto è circolare e inizio e fine non sono più noti.

Quis custodiet ipsos custodes?

Interi quartieri di una metropoli si svuotano di presenze umane, un inquietante nuovo ordine indaga e reprime. Le vite di tre donne si intrecciano in un ambiguo gioco di fughe e catture, in cui i ruoli di vittima e carnefice si scambiano fino a confondersi. [sinossi]

Cineasta ormai dallo sguardo e dal percorso riconoscibili e peculiari, Fabrizio Ferraro torna alla Festa del Cinema di Roma, dopo la partecipazione al Concorso lo scorso anno con I morti rimangono con la bocca aperta, anche nel 2023 con Wanted, titolo più riassuntivo e accattivante rispetto all’inizialmente previsto “Una donna è fuggita”. Se nel film precedente la destrutturazione narrativa e stilistica e la reiterazione di un topos (la fuga nella neve) andava ad agire su un immaginario prettamente nazionale come quello della Resistenza al nazifascismo, con questo nuovo film l’obiettivo è se possibile ancora più ambizioso: in una Roma completamente deserta, i rapporti di potere tra uomini e donne, tra controllati e controllori, tra capi e sottoposti sono internazionalmente (in)comprensibili, replicabili all’infinito e probabilmente già replicati più volte. Un tentativo postmoderno di aggiornamento di tanto cinema degli anni Settanta, dal nostro Elio Petri ai thriller del complotto fioriti nella fase ascendente della New Hollywood, che di quell’epoca recupera anche un’appropriazione artistica “arrogante” e uno sguardo personale forte su meccanismi e stereotipi di genere, operazioni che, per continuare con gli esempi illustri, abbondano nella filmografia registica e produttiva di Godard e Warhol. Ma quali sono, dunque, i generi saccheggiati/reinventati? Il thriller e lo spy-movie di sicuro, ma sul tutto aleggia anche quel sentore di fantadistopia strettamente connaturato alle storie sul controllo massivo di uno o più apparati sui propri cittadini, anche se i mezzi usati e l’ambientazione sono/sembrano qui e ora, e che l’apocalisse sia tutto sommato già in corso. La scommessa di questo lavoro, specie per quanto concerne l’apparato estetico, è proprio quella di dare e togliere punti di riferimento, di conferire a luoghi noti dei contorni stranianti, di catturare il potenziale spettatore attraverso l’opprimente atmosfera degli interni, la grana del 35mm negli esterni, le strade di una Roma resa il più impersonale possibile completamente deserte.

Un pugno di attrici e attori con qualche faccia nota (Chiara Caselli, Fabrizio Rongione) e qualche sorpresa (il “collaborazionista” interpretato da Fulvio Baglivi, programmatore per le notti di Fuori Orario – Cose (mai) viste su RaiTre oltre che documentarista con l’alter ego Luis Fulvio) interpretano gli agenti di controllo probabilmente controllati a loro volta, e i resistenti magari solo infiltrati tra gli stessi controllori per verificarne i metodi, e con completa fiducia nel regista si prestano ad una recitazione per frammenti, da comporre e ricomporre a piacimento in sede di montaggio. Ogni segmento amplia, contraddice o chiarisce il precedente, e presto i ruoli interpretati non contano più, sono completamente intercambiabili. A Ferraro interessa parlare della sostanziale inconoscibilità del reale, dei pericoli connessi alle semplificazioni in materia di politica e potere, del bisogno di relativizzare tutto tipico del contemporaneo, della prigione trasparente in cui si è ormai trasformato il mondo capitalista. Per farlo, svuota completamente il campo, lascia soltanto i personaggi sulla scena, ci fa ripiombare (ma la sceneggiatura è addirittura precedente) in pieno periodo-Covid, arrivando a comporre quasi un dittico con Zeros and Ones di Abel Ferrara. Entrambi i film sfruttano una Roma svuotata dai suoi abitanti, che siano essi chiusi in casa o tutti morti non è dato sapere, per ragionare sullo spaesamento rispetto alle nuove forme di controllo (anche) collegate alla tecnologia, ed entrambi arrivano a questo anche attraverso l’utilizzo di elementi metacinematografici. Per Ferrara il film era incorniciato tra due dichiarazioni dell’attore protagonista Ethan Hawke che anticipava pre e commentava post quanto accaduto in scena ai due personaggi interpretati, Ferraro invece ambienta la centrale di controllo all’interno di Cinecittà. Ancora di più quindi, entrando ad uscendo visibilmente da un teatro di posa, si sottolinea il carattere meramente performativo dell’interrogatorio di polizia, reiterato e fatto ripetere quasi come se ogni volta ci si ritrovasse di fronte, appunto, ad un nuovo ciak.

Certo, bisogna approcciare il film inscrivendolo nell’opera del suo autore, se ci si riesce, o facendosi affascinare dalla ricomposizione delle tessere del mosaico, dal ruolo di spettatori attivi chiamati a giudicare, assegnare ruoli, riposizionare eventi. Nello spazio tra i generi, negli interstizi tra intrecci narrativi ormai ampiamente codificati, c’è ancora spazio per rivoltarli ancora, per produrre qualcosa di originale e contemporaneo pur partendo da schemi abusati. Ferraro sfodera un talento visivo notevole, anche come direttore della fotografia, e una capacità di vera e propria aggressione al tema scelto già presente nella trilogia (Checkpoint Berlin, Gli indesiderati d’Europa, La veduta luminosa) che lo ha consacrato come autore d’elezione di alcuni circuiti d’essai. A ben vedere, la linea rossa che attraversa la sua filmografia qui si ferma e prende compimento, arrivando a sostituire pochi eletti ricercati alle masse dimenticate dal tempo e dalla Storia. Siamo curiosi di scoprire dove Ferraro, con i prossimi lavori, ci porterà.

Info
Wanted, il trailer.

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