Ninguém Sai Vivo Daqui

Ninguém Sai Vivo Daqui

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Presentato al 27° Tallin Black Night Film Festival, nella sezione Critics’ Picks Competition, Ninguém Sai Vivo Daqui del brasiliano André Ristum è una drammatica storia di internamento in un ospedale psichiatrico, nel momento in cui tali istituzioni servivano anche per eliminare le persone scomode.

Fuga da Barbacena

All’inizio degli anni Settanta, la giovane Elisa viene fatta internare in manicomio dal padre, per essere rimasta incinta del suo fidanzato, una relazione non gradita alla famiglia che l’avrebbe destinata a un matrimonio combinato con un altro. Dopo aver subito molti abusi, Elisa, insieme ad altri pazienti, lotta per trovare una via d’uscita da quell’inferno. [sinossi]

Si potrebbe cominciare da Adalgisa Conti, la donna che ha vissuto l’intera vita in un manicomio, fatta internare in via coatta dal marito sulla base di presupposti falsi, con il sospetto che si sia in realtà trattato di una forma alternativa di divorzio all’italiana. La lista di persone, soprattutto donne, finite in quei lager che erano gli ospedali psichiatrici, eliminate dalla società per motivi che spesso avevano poco o nulla a che vedere con la salute mentale, sarebbe lunghissima. E non solo in Italia. Dal Brasile, a raccontare una storia simile, arriva ora il film Ninguém Sai Vivo Daqui (il titolo internazionale è Nobody Leaves Alive) di André Ristum, presentato al PÖFF, sezione Critics’ Picks Competition. Del paese sudamericano il cinema aveva già raccontato una storia di internamento nel film Bicho de Sete Cabeças (2000) di Laís Bodanzky, quella di un ragazzo fatto internare dal padre perché lo aveva scoperto fumare droghe leggere.

La storia raccontata in Ninguém Sai Vivo Daqui risale agli inizi degli anni Settanta e riguarda il grande ospedale psichiatrico dello stato di Minas Gerais, nella città di Barbacena, una struttura perfettamente assimilabile ai lager nazisti come denunciato anche da Franco Basaglia che lo aveva visitato nell’ambito di un viaggio in Brasile. Struttura in cui sono morte 60.000 persone, internate in modo coatto con o senza diagnosi di infermità mentale. Un autentico genocidio. La storia di Elisa e di altri degenti raccontate nel film, sono ispirate a quelle di tante persone anonime finite in quella prigione. Personaggi inventati per situazioni realmente accadute, basate sui documenti del manicomio di Minas Gerais, la cui storia viene per la prima volta raccontata su grande schermo in un film di fiction, dopo la serie tv Colônia, dello stesso André Ristum, sempre ispirandosi al volume inchiesta O Holocausto Brasileiro della giornalista Daniela Arbex.

Ninguém Sai Vivo Daqui comincia con un viaggio in treno, evocativo di quei convogli che confluivano nei campi di sterminio nazisti. Treno in cui viene messa a forza la protagonista, che crede di essere destinata a un convento, incinta di quattro mesi del suo fidanzato, in una relazione ostacolata dalla famiglia che voleva per lei un matrimonio combinato. L’ospedale psichiatrico è in una palazzina elegante di inizi Novecento, con decorazioni, colonnati, scalinate, grandi spazi e un ampio giardino. Una forma estetica che contrasta con quel luogo dell’orrore, oppure che si presenta come una villa maledetta di un film horror. La prima parte del film è improntata al realismo, alla descrizione di quella casa e di ciò che vi succede. I grandi e squallidi dormitori, i degenti lavati tutti insieme con getti d’acqua da una canna, le molestie del direttore, i lavori forzati all’aperto, i corpi di pazienti trovati morti per ipotermia velocemente smaltiti, i cadaveri nello scantinato, il classico elettroshock. Il film si evolve sempre più come un film di genere, il film gotico con il mad doctor, il vampiro, le streghe, o il film di fuga in strade deserte e perdute, in ossequio al principio di Costa-Gavras di fare cinema politico con gli ingredienti dell’intrattenimento.

André Ristum conduce il film in un elegante bianco e nero, che da un lato smorza ogni possibile estetismo, dall’altro rende astratti, geometrici, spettrali quegli spazi della villa, come le prigioni del Piranesi. E ci porta a una dimensione da cinema classico, da noir per quell’evoluzione nel cinema di genere di cui sopra. Come in Il corridoio della paura di Fuller, ma qui non sono nemmeno concesse le derive immaginifiche a colori. Ristum conosce la storia del cinema e ci regala anche un girotondo dei degenti attorno a un falò, nella scena grottesca del finto matrimonio, che ricorda quelli del campo di concentramento di La passeggera di Munk. Quando Elisa comprende l’incubo in cui è finita, portata fuori in giardino, il suo senso di spaesamento e impotenza è reso da una carrellata all’indietro, con mdp oscillante, che mostra progressivamente i relitti umani, come degli zombie, che girovagano attorno. Brillante anche come è risolta la scena dell’elettroshock: senza l’audio diegetico, con la dolce canzone, come un gospel, che prosegue dalla scena precedente, cantata dalla degente di colore. E l’inizio della fuga di Elisa è un vero momento horror, con la paziente che le si para davanti esclamando «Nessuno esce vivo da qui» e a seguire un montaggio ipercinetico di immagini.

Sentiremo ancora parlare di André Ristum, che sta lavorando al soggetto di un progetto mai realizzato di Antonioni, Tecnicamente dolce, regista brasiliano con forti legami con l’Italia (dove ha vissuto) e con il cinema italiano: è stato assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per Io ballo da sola, e ha svolto la funzione di produttore delegato in Brasile per Il traditore di Bellocchio. Co-produttore di Ninguém Sai Vivo Daqui è peraltro Marco Bechis, regista italiano che ha realizzato vari film di denuncia in Sudamerica.

Info
Ninguém Sai Vivo Daqui sul sito di Tallin 2023.

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